Roberto Beretta, 50 anni, giornalista e saggista. Ha scritto una ventina di libri, tutti di argomento religioso, di «destra» (Storia dei preti uccisi dai partigiani , Il lungo autunno, controstoria del Sessantotto cattolico ) e di «sinistra» (Chiesa padrona , Le bugie della Chiesa ). L'ultimo è appena uscito e si intitola La santa puttana. È consigliere comunale della sua città, Lissone, in una lista civica d'opposizione. Ha due figli e ancora una gran voglia di dire la sua.
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«Chi è causa del suo mal, pianga se stesso». Un sorrisetto ironico mi viene alle labbra, ma nello stesso tempo scuoto tristemente la testa, leggendo le seguenti parole di monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei, durante un recente incontro con i cappellani delle associazioni ecclesiali attive in campo sociale.
Testuale: «È impressionante come tanta nostra gente sia parte integrante di quella folla che va a comporre l'immagine sconfortante di un Paese condizionato dalla presenza di corrotti e corruttori, di evasori e parassiti, di profittatori e fautori di illegalità diffusa, difensori sistematici della rivendicazione dei diritti nell'ignoranza, se non nella denigrazione, dei doveri. Una riflessione dovremmo condurla su ciò che ha contribuito a produrre effetti di questo genere. Di certo c'è da mettere in conto una debolezza della personale consapevolezza di fede e della coscienza morale dei singoli. Ma anche un'attenta verifica delle nostre proposte formative e dei rispettivi percorsi andrebbe accuratamente svolta negli ambiti di nostra responsabilità».
Ripeto il saggio proverbio: «Chi è causa del suo mal, pianga se stesso». Secondo me, infatti, la cosa davvero «impressionante» è che soltanto adesso il segretario della Cei - lo tiro in ballo non in quanto persona, sia chiaro, ma quale rappresentante illustre della Chiesa italiana - si accorga che sì, un mucchio di «corrotti e corruttori, evasori e parassiti, profittatori e fautori di illegalità diffusa» siano cattolici, anzi di più: siano usciti spesso da percorsi formativi ecclesiali, da associazioni e movimenti cristianamente impegnati; siano «gente del nostro mondo», come si dice in gergo clericale per indicare quelli che sono cresciuti a pane e campanile.
Qualcosa non va, dunque, qualcosa non è andato nei programmi educativi e in genere nella pastorale della Chiesa italiana, e non soltanto negli ultimi mesi, ma almeno nell'ultimo ventennio. Se infatti non solo il mondo cattolico non ha saputo porre argine alla deriva politica e sociale del post-tangentopoli; non solo si è spesso e volentieri accodato a un potere decadente e corruttore; ma visto che ne è stato persino «parte integrante» e in qualche caso addirittura un motore non indifferente: beh, allora monsignor Crociata ha davvero ragione: «Un'attenta verifica delle nostre proposte formative e dei rispettivi percorsi andrebbe accuratamente svolta negli ambiti di nostra responsabilità».
Tradotto: la pastorale italiana, giovanile e no, deve fare mea culpa, battendosi pesantemente il petto per opere e omissioni. Silenzi ed errori. E' infatti (anche) colpa nostra se siamo a questo punto, è anche responsabilità pesante della Chiesa se la crisi morale è tanto peggiorata. Non solo non siamo stati «profetici»: abbiamo omesso il controllo, non abbiamo esercitato la critica, a volte purtroppo abbiamo pure indicato la via sbagliata lasciando - per esempio - credere a molti giovani che un presunto «bene superiore» potesse giustificare dei mezzi disinvolti, che i «valori irrinunciabili» facessero premio su alcuni altri dei Dieci comandamenti.
Seppur timidamente, mi sembra che monsignor Crociata abbia iniziato un esame di coscienza di questo ventennio. Io esorto a proseguirlo senza peli sulla lingua, anche coi mezzi dell'analisi storica e razionale: se è vero che l'Italia è ancora un popolo cattolico (come continuamente si vantano non poche gerarchie), non possiamo certo chiamarci fuori allorché «tanta nostra gente» viene colta con le mani nel sacco.
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