Lacrime su un pezzo di carta
di Maria Elisabetta Gandolfi | 07 luglio 2011
Dopo dieci anni da precaria un permesso di soggiorno illimitato. Ma sono io che ho imparato da lei che ciò che conta di più è riuscire a dire col cuore: "grazie".

Aveva gli occhi lucidi mentre me lo mostrava. Un piccolo pezzo di cartoncino plastificato su cui spiccava una sua foto d'altri tempi con una scritta: "illimitato".

Era il suo permesso di soggiorno; finalmente poteva stare in pace. Poteva cioè lavorare da mane a sera nelle case altrui, tra cui la mia, per poter mandare tutti i suoi risparmi ai tre figli rimasti in patria.

È una delle tante "colf" dell'Est Europa che, venuta in Italia dieci anni fa, ha vissuto anno dopo anno la precarietà di un permesso rilasciato a volte per alcuni mesi, altre per un anno, ridotto però alla metà perché il rimanente tempo era servito per concedere l'agognato timbro su quelle povere carte. E spesso d'estate non tornava a casa dai figli che si erano rassegnati a una madre "per telefono".

Ora finalmente, dieci anni dopo, può sperare di portarli in Italia con sé almeno per le vacanze; oppure, può attraversare tutte le frontiere senza temere d'essere rimandata indietro, una volta che decide di tornare a casa senza spendere i soldi dell'aereo ma viaggiando con i "pulmini" carichi di persone e d'ogni ben di Dio, quei beni che devono significare ai figli l'affetto delle madri lontane.

Il suo primo pensiero è stato quello di mandarmi un SMS per ringraziarmi. "E di che?" - le ho poi chiesto io. "Di avermi tenuta per dieci anni". In effetti, per la legge, la continuità di un lavoro presso una famiglia esprime tutto ciò che essa tenta in ogni modo di provare: l'affidabilità e l'onestà di una persona.

Ma queste sono virtù sue, non mie. Io le ho dato credito quando si è presentata la prima volta come cugina di una conoscente di un'amica... e lei ha meritato, lavorando, la mia fiducia, diventando un po' una di famiglia.

Per senso di giustizia l'ho messa in regola contro il parere di alcuni - cattolici - ("fa solo poche ore") e oggi la "giustizia" le ricambia quel "favore". Per senso di giustizia le ho spiegato che come è giusto che il datore di lavoro (anche lui buon cattolico) che la licenzia le deve pagare il trattamento di fine rapporto, così è giusto che lei paghi le tasse. Ho imparato a conoscere i suoi figli; le ho dato, con un po' di vergogna, qualche abito smesso per loro che, come tutti i ragazzi in crescita, ne consumano tanti, specie d'inverno.

Ma sono io che ho imparato di più da lei quando, vedendomi mettere da parte la Bibbia con la vecchia traduzione della CEI, mi ha chiesto se per favore la poteva prendere lei perché, quando da bambina sua nonna gliela leggeva, si sentiva più serena.

E, vedendo quelle lacrime su un pezzo di carta, sono io che ho imparato da lei che vive in un mondo sempre precario che quello che conta di più è riuscire a dire col cuore una parola: "grazie".

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Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi, classe 1966, è giornalista professionista e lavora da una ventina d'anni presso la rivista Il Regno. Scrive di editoria religiosa, Africa, e, in generale, di temi ecclesiali; volentieri si occupa di associazionismo perché è lì una delle sue radici. Sposata con un insegnante, ha tre figli e un cane; si divide con passione e a volte con qualche affanno tra lavoro, casa e scuole dei figli.

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