Lettera da Bozzolo e Barbiana
di Giorgio Bernardelli | 21 giugno 2017
Caro parroco, Francesco ieri ti ha chiesto di fermarti un attimo a pensare sul tuo modo di essere prete in quest'Italia di oggi. Perché la riforma della Chiesa in Italia dipende soprattutto da te

Caro parroco,

non so come tu abbia vissuto la giornata ieri. Ma a me (laico) è bastato ascoltare le prime parole a Bozzolo per capire che questa giornata così strana - con due visite lampo a due tombe di preti di ieri, distanti tra loro più di duecento chilometri - papa Francesco l'ha pensata per te. Mi perdonerà il tuo vescovo, ma ieri ho avuto chiara l'impressione che il primate d'Italia volesse parlare direttamente con te, senza troppi mediatori tra i piedi. Proprio per questo ha scelto di andare a rendere omaggio a due figure di parroci decisamente anomali, come sono stati don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. Perché certo, ieri sarai cresciuto anche tu di una spanna quando hai sentito il Papa dire che in Italia «c'è un magistero dei parroci, che fa tanto bene a tutti». Ma lo sappiamo che a quel tempo non c'erano solo i vescovi, ma anche altri parroci che si stracciavano le vesti per Bozzolo e Barbiana...

Vedi c'è molta frenesia intorno alla Chiesa italiana in questo 2017. Ci sono state e vi saranno visite del Papa in parecchie città italiane, c'è stata la scelta di un nuovo presidente della Cei, nella mia Milano c'è la solita febbre da vigilia del nuovo arcivescovo (noi ambrosiani non cambiamo mai, continuiamo ad aspettare il Mourinho di piazza Fontana...). E il Papa venuto dalla fine del mondo che fa? Il vero discorso programmatico all'Italia va a farlo sulla tomba di due preti che nel loro tempo finirono ai margini di questa Chiesa; e da lì si rivolge direttamente a te e a tutti voi parroci di questo Paese.

Come dargli torto? Francesco ha capito eccome questa nostra Chiesa italiana. Lo sa che finché continuiamo a parlare in generale di riforme finisce come con le diocesi italiane: è vero, sono troppe, ma gira e rigira rimangono sempre 230... No, il posto in cui si gioca la possibilità di riformare oppure no la Chiesa in Italia non sta dalle parti di piazza San Pietro o Circonvallazione Aurelia; sta nel percorso che va dal tuo ufficio alla porta in fondo chiesa. È lì che si annidano tante speranze, tanti progetti, ma anche troppe disillusioni. Perché i papi in piazza San Pietro passano, i piani pastorali scritti dai vescovi si accumulano sugli scaffali delle sacrestie, ma voi parroci tendenzialmente restate. E - alla fine, nonostante tante belle parole sull'apostolato dei laici - senza di voi non usciremo mai dal rassicurante «qui si è sempre fatto così».

Almeno tu, allora, prova a capirla davvero questa visita a Bozzolo e a Barbiana. Non lasciarti contagiare dall'effetto amarcord, che come sempre dilaga oggi nelle cronache di noi giornalisti cattolici. Non fermarti alle discussioni sui turbolenti anni Settanta e su chi non ha capito che cosa. Lo scriveva bene l'altro giorno Roberto Beretta anche qui: non serve a nulla il santino di don Milani (con buona pace di chi ieri ha già cominciato a strapparsi le vesti perché Betori a Firenze non aprirà la causa di beatificazione).

No, questa visita del Papa ha chiesto molto di più: ha chiesto a te di fermarti un attimo a pensare sul tuo modo di essere parroco in quest'Italia di oggi. E a chiesto a noi tutti - preti e laici che abitano sotto i mille campanili italiani - un esame di coscienza sulle nostre parrocchie. Su questa ricchezza specifica del nostro tessuto ecclesiale italiano che però, oggi, se resta ferma alle sue rigidità e «tradizioni», rischia di assomigliare più a una gabbia molto stretta che a una casa aperta a tutti.

Perché la Chiesa in uscita non è una Chiesa senza casa: Barbiana e Bozzolo erano comunità ben precise. Anche oggi abbiamo bisogno di luoghi da cui sì, uscire, ma sapendo che alle spalle c'è una casa dove tanti incontri occasionali possono trasformarsi in un cammino. Da questo punto di vista le tre tentazioni che il Papa indicava ieri nel suo discorso a Bozzolo sono un esame di coscienza chiaro: la parrocchia che "lascia fare" senza sporcarsi le mani, la parrocchia dell'"attivismo separatista" che costruisce il suo mondo perfetto in miniatura, la parrocchia del "soprannaturalismo disumanizzante" che alla fine è solo agenzia di servizi spirituali. Sono rischi che ogni nostra comunità si porta dentro.

Caro don, ti conosco bene e so quanto sia difficile il tuo compito. Ci aspettiamo troppo da te: vogliamo che tu sia un grande oratore e un bravo manager; uno che trovi a qualsiasi ora in confessionale ma poi guai se stai sempre chiuso in chiesa: uno che dà spazio ai laici ma non organizzarci troppe riunioni... La verità è che non sappiamo nemmeno noi che parroco vogliamo. Una cosa però, forse, la giornata di ieri a Bozzolo e Barbiana ce l'ha fatta capire: la Chiesa cambia solo là dove c'è qualcuno che ama in modo esagerato. E invita tutti a fare altrettanto. Sì, quando c'è un parroco così, non importa più se una comunità è grande o piccola, se ha una chiesa bellissima o un campanile piuttosto triste: lì la fede mette radici che durano nel tempo.

È l'augurio che ti faccio oggi, con quei due volti di don Primo e don Lorenzo davanti a noi. Lo so che due così non nascono tutti giorni e che non tutti hanno il dono della loro parola che scuote e trascina. Ma anche tu sei uno che per amore è capace di osare. Ti prego, non dimenticartelo per correre dietro a cose piccole.

Grazie ancora per il tuo servizio quotidiano e a presto.

 

 

 

22/06/2017 17:45 don Enrico Parazzoli
Caro Giorgio,
ho tentato di leggere velocemente le parole di papa Francesco prima a Bozzolo e poi a Barbiana, ma (fortunatamente) non ci sono riuscito. L’avessi fatto, avrei tradito l’animo di Francesco che con quelle parole ha cercato di rivolgere un invito netto, affettuoso, stringente a noi parroci, che ci troviamo sempre in qualche modo su una soglia.
La soglia tra organizzazione e profezia, tra preoccupazione di far quadrare i conti e libertà evangelica nell’uso di beni non posseduti, tra accoglienza e richiami a non disperdere la vita nel disordine o nella pigrizia, tra il desiderio di ‘insegnare’ ad andare verso Gesù e la percezione di vivere come se non avessimo la grammatica per farci intendere, tra squarci di luce e pesantezza di oscurità dell’anima.

Dunque ho letto e riletto, e mi sono anche commosso perché il papa non mi ha ‘confermato’ nel mio incarico, ma ha riaperto davanti ai miei occhi la faticosa e impegnativa bellezza di essere cristiano con la gente a cui sono mandato, qui e ora. Non come un fornitore di servizi, o un risolutore di problemi, o un promemoria di legalità ecclesiastica, ma come uomo di fede, fratello di tanti cammini, ‘guaritore ferito’ (come diceva Nouwen) che osa far strada non da solo, ma insieme ad altri nella pazienza della condivisione, della cura, della compassione.
Due cose mi restano nel cuore, di quanto ho letto.

Anzitutto il dovere della parola.
In don Mazzolari “la sua parola, predicata o scritta, attingeva chiarezza di pensiero e forza persuasiva alla fonte della Parola del Dio vivo, nel Vangelo meditato e pregato, ritrovato nel Crocifisso e negli uomini”. In don Milani la necessità di “ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia”.
Perché non c’è Parola che non apra il cuore di chi l’ascolta alla scoperta della propria dignità di figlio. E non c’è Parola che non riveli che il mio volto e il volto dell’altro stanno insieme, in fraternità: non per vezzo, ma per una Verità d’amore che tutti precede.

E poi la felicità del bene comune.
“Da insegnare ci sono tante cose, ma quella essenziale è la crescita di una coscienza libera, capace di confrontarsi con la realtà e di orientarsi in essa guidata dall’amore, dalla voglia di compromettersi con gli altri, di farsi carico delle loro fatiche e ferite, di rifuggire da ogni egoismo per servire il bene comune”.
Perché abbiamo devastato una generazione, non avendo il coraggio di insegnare a desiderare, cercare e osare la felicità che è il bene condiviso.
La felicità ha bisogno di maestri e discepoli che non parlino (soltanto), ma camminino insieme esplorando l’animo proprio e accostandosi con rispetto a quello altrui, imparando cos’è dedizione e servizio, non temendo la fatica. La felicità che non è una serie di categorie ma animo limpido, pensieri non menzogneri, sguardi aperti, desiderio di verità e amore, non solo bisogni saziati.

Don Milani fu ‘trasparente e duro come un diamante’.
Ecco: mi piacerebbe che Dio, con pazienza, mi insegnasse da capo che è l’amore – e solo l’amore – a rendere così. Credente e credibile. E parroco.



22/06/2017 16:19 Pietro Buttiglione
Bravo don! Loro, esattamente come un immigrato, vorrebbero non essere e-marginati..
((( che strano... negli studi sulla evoluzione sono proprio gli esseri "ai margini" quelli che generano la sopravvivenza ....))))



21/06/2017 22:11 don Adriano Preto
Grazie.! è per questo che stasera sono andato a benedire la casa una coppia di divorziati . non mi hanno chiesto l'assoluzione, mi hanno chiesto che Dio stia vicino a loro, e io nel mio piccolo e mi sono fermato a mangiare con loro! credo di aver fatto la mia parte!


21/06/2017 19:15 Sara
E' bel pensiero, però parroci e parrocchiani non mi sono mai sembrati così mal considerati come negli ultimi anni.


21/06/2017 18:34 Sergio Di Benedetto
Bello, grazie Giorgio!


21/06/2017 15:36 Roberto Beretta
Come hai ragione, Giorgio! Mi associo di tutto cuore: anche all'augurio ai parroci


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Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito mondoemissione.it, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora oltre che con il portale internazionale di informazione religiosa VaticanInsider. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net.

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