Nella musica pop
L'attesa del prigioniero
di Sergio Ventura | 11 dicembre 2016
Il Battista - che dalla sua cella domanda a Gesù sui segni che non vede - e i carcerati di oggi raccontati da Fabrizio De André e Daniele Silvestri

Il carcere dell'Asinara, Sardegna

 

Eppure proprio lui lo aveva annunciato. Forte, potente, il maggiormente degno. Venuto a ripulire e a purificare con uno Spirito di Fuoco. Il Messia atteso da secoli. Colui che, secondo le predizioni dei profeti - Isaia su tutti, avrebbe dovuto far resuscitare i morti (26,19), gioire i poveri (29,19), vedere i ciechi e udire i sordi (35,5), camminare gli zoppi (35,6), guarire i lebbrosi, scarcerare i prigionieri e liberare gli schiavi (61,1).

Anche noi quindi, fossimo stati condotti in carcere come Giovanni (Mt 11,2), soprattutto se vittime del Potere più che di noi stessi, avremmo inviato la nostra ansiosa domanda al presunto liberatore che invece, sino a quel momento, in ciò stava fallendo (Mt 11,3). E chi di noi, poi, sarebbe stato soddisfatto della risposta ricevuta (Mt 11,4-5)? Non vi scandalizzate, non inciampate su ciò che nella vostra vita non torna (Mt 11,6). Non eccepite il male venuto al messia veniente.

Soprattutto se l'eccezione sollevata è quella che conferma la - nuova? rinnovata? - regola: il Messia non può liberare i prigionieri come Giovanni, perché dovrebbe far sparire il tiranno iniquo e beffardo (29,20), così da concretizzare il giorno del Signore come un giorno anche di vendetta e non solo di misericordia (61,2). Tragico messianismo questo...

Da quel momento, quindi, potremo essere liberati dalle prigioni fisiche e spirituali solo se il tiranno, esteriore o interiore che sia, cambierà mentalità, si convertirà. Solo se non ci piegheremo mai al vento di turno, né ci lasceremo ammorbidire dai miraggi offerti dai potenti (Mt 11,7-8). Solo se riusciremo a farci piccoli (Mt 11,11), soprattutto quando dovessero riconoscerci come l'Elia redivivo (Mt 11,9-10).

Nell'Italia delle carceri fatiscenti e sovraffollate, dove tossicodipendenze, Hiv, epatite e (tentati) suicidi si diffondono in una popolazione carceraria costituita da persone straniere o italiane, colpevoli innanzitutto di essere nate in zone di grave emarginazione sociale, i cantautori hanno spesso denunciato la vergogna di questa situazione, anche per la valenza altamente metaforica che la condizione di prigioniero in un carcere ha sempre avuto tra gli artisti.

Indimenticabile - e primo grande classico di Fabrizio De André - La ballata del Miché.

 

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Colui che, condannato a restare lontano per vent'anni da quella Marì per il cui amore uccise chi voleva portargliela via, si impiccò, affinché le restasse "il ricordo del bene profondo" provato per lei. Meritandosi di finire, secondo la dottrina dell'epoca, "nella fossa comune / senza il prete e la messa / perché di un suicida non hanno pietà"; con De André, invece, sicuro che "qualcuno una croce col nome e la data / su lui pianterà".

Intorno a questo eterno dramma, sociale e psicologico, sembra riflettere anche Daniele Silvestri nel crescendo di intensità delle note di Aria.

 

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Il cantautore romano evoca di certo la tragica (o autoironica) fuoriuscita dal carcere di un ergastolano attraverso il proprio suicidio (o la morte naturale): "alle otto e un quarto di un mercoledì d'agosto / sto finalmente abbandonando questo posto / dopo trent'anni carcerato all'Asinara ... L'avevo detto: - Prima o poi vi frego tutti! - / quelli ridevano, pensavano scherzassi / - da qui non esce mai nessuno in verticale - / come se questo mi potesse scoraggiare".

Ma forse, sottotraccia, egli racconta anche la storia della paradossale fuga dai luoghi in cui ci si trova (o sente) imprigionati. Come un novello conte di Montecristo, infatti, il carcerato protagonista della canzone riuscirebbe a evadere da una prigione di massima sicurezza grazie a quella che avrebbe dovuto essere la sua bara: "che vuoi che siano poche ore in una bara / che in una bara in fondo non si sta poi male". Grazie, si potrebbe dire anche dire, ad una ritrovata coscienza della morte: "io la morte la conosco e se non mi ha ancora battuto / è perché io da una vita vivo solo per un'ora...d'Aria...Aria".

La liberazione, quindi, avviene - e potrà ogni volta riavvenire - solo grazie al "conoscersi e sapersi accontentare" di ciò che veramente "serve (...) per vivere" da "grande" - essenzialmente "Aria". All'avere "perso i chili [e] i denti", fino a ridursi "col tempo" alla piccolezza di "un topo". Senza per questo rinunciare a "tutti gli attimi di vita regalati", anzi, grazie a ciò coltivando i propri "dolcissimi progetti" - per altri "campati in...Aria...nell'Aria".

A costo di apparire come uno "virtualmente morto" agli occhi di questi altri che, "schifati" dall'arte del "respiro lento", restano però imprigionati in un continuo ed estenuante "protestare" e "vendicare qualche torto" subito. Ignari di come "il trucco" della vita sia in fondo quello di imparare ad "inspirare" ed "espirare", "inspirare, espirare". In attesa del "vento", del giusto "momento" - che "arriverà"...

 

15/12/2016 14:40 Rosario Grillo
Se De Andre' si sofferma sul tema dell'Amore universale, che abbraccia tutto il genere umano, incluso il reietto ( che tale è provvisoriamente), Silvestri, cantautore di rilievo, mette al centro l'Aria. Non semplice elemento fisico, elemento spirituale ( metafisico nei Presocratici ) che da' Vita. Nelle tecniche yoga, nelle tecniche di respirazione, di "uscita dallo stress" , inspirare ed espirare aria, lentamente, profondamente, è rimedio naturale naturale e salutare. Quanta analogia con lo Spirito Santo che " effonde la Vita "!


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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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