Il metodo San Rossore
di Diego Andreatta | 13 agosto 2014
Un aspetto poco "visibile" della Route nazionale Agesci: l'esemplare processo di elaborazione democratica della "Carta del coraggio"

 

Hanno riposto gli zaini, lavato le camicie azzurre e riordinato le immagini di dieci giorni intensi di cammino e di scoperte, ma i 30 mila rover e scolte di San Rossore sanno bene che non sarà facile "narrare" agli assenti il cuore dell'esperienza Route nazionale. Anche le cronache che vorrebbero andare oltre gli stereotipi colorati, stentano a fotografare gli elementi più essenziali e duraturi di un evento che è molto di più di un'ecologica convention giovanile e va ben oltre l'efficace tema "Strade di coraggio, diritti al futuro".

Uno di questi aspetti meno raccontati è l'ampio processo di elaborazione che ha portato a redigere collegialmente la "Carta del coraggio", consegnata domenica 10 agosto ai rappresentati dello Stato e della Chiesa italiana. Si può ben dire che sia stata una straordinaria partecipazione democratica che non ha coinvolto soltanto i 450 alfieri impegnati sotto il tendone di San Rossore in tre giorni di "consiglio generale" con votazioni finali. Infatti, da molti mesi i clan d'Italia hanno ragionato nel loro "capitolo" (approfondimento di un tema, elaborazione di un giudizio, impegno nell'azione concreta) attorno ad una delle cinque "strade di coraggio" ed hanno contribuito attraverso un blog condiviso a fornire materiale utile come piattaforma per la redazione finale. Ma in essa - attenzione! - è confluita anche la riflessione condotta durante le 450 route mobili che hanno setacciato e raccolto altre indicazioni sui problemi più sentiti meritevoli di "entrare" nella Carta. E in questa fase on the road, essendo le cosiddette route di formazione composte da tre clan di diverse zone d'Italia (nord, centro e sud) si è realizzato un confronto di appartenenze sociali, culturali e anche ecclesiali che ben difficilmente si registra in altri raduni nazionali: tanto che la fecondità di questi scambi tra gruppi di diverse regioni, attraverso gemellaggi fra clan, è stato ripresa come formula per il futuro in una delle richieste della Carta.

Secondo passaggio: al termine del cammino, prima di approdare zaino in spalla al portale di San Rossore, le 450 route hanno individuato il loro rappresentante, tramite elezioni con tanto di candidature. Hanno scelto il loro alfiere, appunto, riconoscendogli requisiti di affidabilità, capacità di mediazione e passione politica: ne è uscito un parlamentino di rover e scolte rappresentativi e motivati. Con l'animazione di capi che avevano soltanto compiti di facilitazione, e non di orientamento, gli alfieri hanno lavorato in 15 gruppi di 30 ( ogni gruppo chiamato a sviluppare e redigere il contenuto di alcuni ambiti tematici ) impegnati in tre lunghe sessioni di lavoro sulla bozza della Carta,concluse dalle votazioni del testo, con tanto di paletta alzata davanti a coetanei scrutatori, come avviene per i capi del Consiglio generale Agesci. Anzi, 

prima ancora, si era votato su una sessantina di mozioni in merito ai passaggi più dibattuti e perfino sull'utilizzo di singoli termini.

Un'overdose di democrazia? Uno sfoggio di parlamentarismo artificioso? Tutt'altro. I ragazzi stessi l'hanno vissuta e goduta come una palestra di attività politica, un laboratorio di ascolto guidato da regole che loro stessi hanno fatto rispettare. Con quale obiettivo finale? Ecco il punto: la tensione condivisa fin dalle prima battute non era mirata soltanto a far prevalere il criterio della maggioranza, quanto piuttosto a raggiungere il più ampio consenso possibile attorno alle singole proposte e all'impostazione generale del testo. Altro che unanimismo di facciata, se è vero che le posizioni divergenti - come è bene che sia in un campione sociologico così fedele del mondo giovanile italiano - si sono ben delineate sui singoli temi. Eppure si è cercato in ogni fase del confronto di recuperare anche le istanze minoritarie, attribuendo loro un valore prezioso. Un'impostazione che in altre assise ecclesiali purtroppo non viene spesso rispettata, determinando così nel tempo anche una non condivisione degli esiti finali.

E' normale peraltro che - come in ogni sintesi - il lungo testo finale non renda giustizia di questa procedura davvero partecipata, ma con questo "metodo San Rossore" i 30 mila rover e scolte hanno vissuto in un clima cooperativo un'esperienza di mediazione che ha evitato la logica faziosa vincitori/vinti. "Non hanno giocato alla politica - commentava la presidente Agesci Marilina Laforgia - ma hanno riscoperto una vocazione alla cittadinanza, consapevoli che non c'è cambiamento che non passi prima di tutto attraverso il cambiamento di se stessi e poi attraverso l'impegno diretto".

Nella "Carta del coraggio" quest'idea è visibile nei vari "ci impegniamo" che precedono i "chiediamo che...", così come nell'emergere di "elementi creativi e stimolanti", come dice l'altro presidente Agesci, Matteo Spanò "anche sul tema dell'appartenenza alla Chiesa". Per una volta i grandi si sono messi davvero in ascolto dei giovani, la " Carta del coraggio" è tutta loro - con il loro stile, la loro idealità e il loro vissuto di giovani d'oggi - e l'hanno donata all'associazione. Prima di commentarne i contenuti - lo si potrà fare tra qualche giorno, appena resa nota nella forma definitiva - va riconosciuta l'esemplarità del metodo che l'ha prodotta.

 

Il metodo San Rossore

Un aspetto poco "visibile" della Route nazionale Agesci: l'esemplare processo di elaborazione democratica della "Carta del coraggio"

 

Hanno riposto gli zaini, lavato le camicie azzurre e riordinato le immagini di dieci giorni intensi di cammino e di scoperte, ma i 30 mila rover e scolte di San Rossore sanno bene che non sarà facile "narrare" agli assenti il cuore dell'esperienza Route nazionale. Anche le cronache che vorrebbero andare oltre gli stereotipi colorati, stentano a fotografare gli elementi più essenziali e duraturi di un evento che è molto di più di un'ecologica convention giovanile e va ben oltre l'efficace tema "Strade di coraggio, diritti al futuro".

Uno di questi aspetti meno raccontati è l'ampio processo di elaborazione che ha portato a redigere collegialmente la "Carta del coraggio", consegnata domenica 10 agosto ai rappresentati dello Stato e della Chiesa italiana. Si può ben dire che sia stata una straordinaria partecipazione democratica che non ha coinvolto soltanto i 450 alfieri impegnati sotto il tendone di San Rossore in tre giorni di "consiglio generale" con votazioni finali. Infatti, da molti mesi i clan d'Italia hanno ragionato nel loro "capitolo" (approfondimento di un tema, elaborazione di un giudizio, impegno nell'azione concreta) attorno ad una delle cinque "strade di coraggio" ed hanno contribuito attraverso un blog condiviso a fornire materiale utile come piattaforma per la redazione finale. Ma in essa - attenzione! - è confluita anche la riflessione condotta durante le 450 route mobili che hanno setacciato e raccolto altre indicazioni sui problemi più sentiti meritevoli di "entrare" nella Carta. E in questa fase on the road, essendo le cosiddette route di formazione composte da tre clan di diverse zone d'Italia (nord, centro e sud) si è realizzato un confronto di appartenenze sociali, culturali e anche ecclesiali che ben difficilmente si registra in altri raduni nazionali: tanto che la fecondità di questi scambi tra gruppi di diverse regioni, attraverso gemellaggi fra clan, è stato ripresa come formula per il futuro in una delle richieste della Carta.

Secondo passaggio: al termine del cammino, prima di approdare zaino in spalla al portale di San Rossore, le 450 route hanno individuato il loro rappresentante, tramite elezioni con tanto di candidature. Hanno scelto il loro alfiere, appunto, riconoscendogli requisiti di affidabilità, capacità di mediazione e passione politica: ne è uscito un parlamentino di rover e scolte rappresentativi e motivati. Con l'animazione di capi che avevano soltanto compiti di facilitazione, e non di orientamento, gli alfieri hanno lavorato in 15 gruppi di 30 ( ogni gruppo chiamato a sviluppare e redigere il contenuto di alcuni ambiti tematici ) impegnati in tre lunghe sessioni di lavoro sulla bozza della Carta,concluse dalle votazioni del testo, con tanto di paletta alzata davanti a coetanei scrutatori, come avviene per i capi del Consiglio generale Agesci. Anzi, 

prima ancora, si era votato su una sessantina di mozioni in merito ai passaggi più dibattuti e perfino sull'utilizzo di singoli termini.

Un'overdose di democrazia? Uno sfoggio di parlamentarismo artificioso? Tutt'altro. I ragazzi stessi l'hanno vissuta e goduta come una palestra di attività politica, un laboratorio di ascolto guidato da regole che loro stessi hanno fatto rispettare. Con quale obiettivo finale? Ecco il punto: la tensione condivisa fin dalle prima battute non era mirata soltanto a far prevalere il criterio della maggioranza, quanto piuttosto a raggiungere il più ampio consenso possibile attorno alle singole proposte e all'impostazione generale del testo. Altro che unanimismo di facciata, se è vero che le posizioni divergenti - come è bene che sia in un campione sociologico così fedele del mondo giovanile italiano - si sono ben delineate sui singoli temi. Eppure si è cercato in ogni fase del confronto di recuperare anche le istanze minoritarie, attribuendo loro un valore prezioso. Un'impostazione che in altre assise ecclesiali purtroppo non viene spesso rispettata, determinando così nel tempo anche una non condivisione degli esiti finali.

E' normale peraltro che - come in ogni sintesi - il lungo testo finale non renda giustizia di questa procedura davvero partecipata, ma con questo "metodo San Rossore" i 30 mila rover e scolte hanno vissuto in un clima cooperativo un'esperienza di mediazione che ha evitato la logica faziosa vincitori/vinti. "Non hanno giocato alla politica - commentava la presidente Agesci Marilina Laforgia - ma hanno riscoperto una vocazione alla cittadinanza, consapevoli che non c'è cambiamento che non passi prima di tutto attraverso il cambiamento di se stessi e poi attraverso l'impegno diretto".

Nella "Carta del coraggio" quest'idea è visibile nei vari "ci impegniamo" che precedono i "chiediamo che...", così come nell'emergere di "elementi creativi e stimolanti", come dice l'altro presidente Agesci, Matteo Spanò "anche sul tema dell'appartenenza alla Chiesa". Per una volta i grandi si sono messi davvero in ascolto dei giovani, la " Carta del coraggio" è tutta loro - con il loro stile, la loro idealità e il loro vissuto di giovani d'oggi - e l'hanno donata all'associazione. Prima di commentarne i contenuti - lo si potrà fare tra qualche giorno, appena resa nota nella forma definitiva - va riconosciuta l'esemplarità del metodo che l'ha prodotta.

 

 

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Diego Andreatta

Diego Andreatta, classe 1962, laureato in sociologia a Trento (dove è nato, vive e va in montagna), dal 1987 è giornalista professionista. È direttore del settimanale diocesano Vita Trentina e dal 1996 corrispondente di Avvenire. Sposato con Chiara, ha cinque figli che gli offrono preziose informazioni  sulla vita e sulla fede oggi. 

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