Piangere per la Chiesa
di Francesca Lozito | 06 giugno 2011
«Amate la Chiesa, mistero di salvezza del mondo... sappiate per essa piangere e tacere». Lo scriveva Lazzati nel suo «testamento», con parole ancora attualissime

"Amate la Chiesa, mistero di salvezza del mondo [...]. Amatela come vostra Madre, con un amore che è fatto di rispetto e di dedizione, di tenerezza e di operosità.
Non vi accada mai di sentirla estranea e di sentirvi a lei estranei; per lei vi sia dolce lavorare e, se necessario, soffrire. Che se in essa doveste a motivo di essa soffrire, ricordatevi che vi è Madre; sappiate per essa piangere e tacere".

Giuseppe Lazzati

Guardo entrare in Chiesa i fedeli durante la processione che segna la fine del mese mariano.

Guardo questo popolo di Dio che porta i suoi affanni e le sue gioie, le speranze e le delusioni e le porta dietro a Maria.

Alcuni volti li riconosco di persona, altri non so chi siano, abitanti di questo pezzo di città in cui nonostante tutte le difficoltà e i limiti, le incapacità di comprensione dei cambiamenti, si tenta di essere comunità.

E mentre li guardo riesco a provare solo una minima consolazione rispetto a tutte le occasioni di pianto che la Chiesa offre oggi. Perché sarebbe troppo facile rifugiarsi nel proprio piccolo mondo e dire che qui in fondo va bene.

Penso alle parole di Lazzati, a quel "testamento" che ancora vale, che è ancora attuale a 25 anni dalla sua morte.

Chi per varie ragioni dalla Chiesa si sente lontano, troppo spesso oggi punta il dito contro le piaghe che le appartengono: lo fa alle volte con rabbia, altre con una sorta di compiacimento, altre ancora portando nel cuore un autentico bisogno di sentirsi accolto da qualcosa che si percepisce lontano.

Per chi ha scelto invece di stare dentro è più difficile: se ami qualcosa o qualcuno - e se stai dentro la Chiesa la devi amare - sai che la rabbia non ti porta lontano. E' un sentimento a breve respiro, comune a tanti contesti di questo strano mondo di oggi. E francamente ne abbiamo abbastanza di una visione corta delle cose.

E allora la rabbia, iniziale e legittima, lascia spazio al pianto.

"Non piangere" si dice spesso ai bambini, per proteggerli dalla sofferenza. Eppure la reazione delle lacrime esprime un autentico bisogno di esternare una condizione di disagio.

Oggi piangiamo per questo piccolo gregge smarrito. Smarrito al punto da non voler essere consapevole di essere un piccolo gregge. Se riuscisse ad affermarlo sarebbe tutto più facile: siamo piccoli, e dal nostro essere piccoli vogliamo ricominciare.

Piangiamo per l'incapacità di riconoscere i nostri limiti.

Perché non sappiamo "leggere i segni dei tempi": eppure sono lì, sono nei volti e nelle storie degli uomini e delle donne che ogni giorno varcano la soglia delle chiese. Sono anche i volti di chi non riesce più a entrare.

Piangiamo per tutte le volte che non riusciamo a percepire che facciamo tante iniziative perché si devono fare, non perché sono davvero necessarie. E sprechiamo tante energie

Piangiamo, specialmente, per il fatto che non siamo capaci di cogliere il disagio di tante persone che nelle nostre strutture si impegnano: massì, chi se ne importa se "Marco" non ha una vita sociale al di fuori della parrocchia, se riempie la sua solitudine non dicendo mai di no? Ci vuole qualcuno a cui scaricare il peso di un modello che non regge più. Che in certi casi implode.

Piangiamo quando vediamo delle vocazioni autentiche smarrirsi e non trovare una misericordia umana che comprenda come non si può pretendere da un sacerdote di poter fare tutto e arrivare a essere dappertutto, salvo fare l'unica cosa che deve fare: il prete, appunto. E Dio solo sa quanto bisogno c'é di un ascolto delle domande di senso e significato che le persone hanno nel loro cuore. Chi può farlo se non loro? Come possono farlo se sono delegati a fare altro?

Piangiamo quando vediamo delle religiose costrette a un ruolo che è ormai fuori dalla storia, quando le vediamo mortificate e lontane dal vivere nel mondo.

Piangiamo quando vediamo dei laici senza capacità di aprirsi al mondo, quando li vediamo chiusi nella fiera dell'apparenza - perché dobbiamo apparire buoni, bravi e migliori di altri: ma migliori di chi?

Piangiamo per i silenzi che sanno di mancanza di coraggio, per il temporeggiamento sulle cose serie e importanti, per la mancanza di ascolto di quello che non va. Troppo facile indignarsi per le grandi cause, quando non siamo capaci di comprendere il disagio del nostro vicino di banco della domenica.

Piangiamo e non possiamo fare altro perché riconosciamo di non essere migliori e ammettiamo la nostra importenza.

A questa Chiesa, quindi a noi, consegniamo questo pianto, consapevoli di voler continuare ad esserci, di voler continuare ad amarla.

 

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Francesca Lozito

Giornalista professionista, vive a Milano e si divide tra radio e carta stampata. Giornalista con la passione per la scienza e la medicina scrive su questi temi da anni per testate nazionali cartacee e online. Dal lavoro che tra il 2007 e il 2009 ha compiuto nel mondo delle cure palliative è nata la prima traduzione italiana di un'opera di Cicely Saunders, madre delle cure palliative moderne, Vegliate con me (Edb) che ha curato con Augusto Caraceni

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