La biblioteca della misericordia
Jankélévitch: la difficile domanda del perdono
di Giuseppe Stinca | 12 settembre 2016
Esiste fra l’assoluto della legge dell’amore e l’assoluto della libertà malvagia una lacerazione che non può essere totale. Non abbiamo cercato di riconciliare l’irrazionalità del male con l’onnipotenza dell’amore. Il perdono è forte come il male, ma il male è forte come il perdono.

Jankélévitch

Nel nostro viaggio per le vie del perdono ne abbiamo evidenziato la natura umana e divina: il suo distendersi tra il diritto e il miracolo, la sua possibilità (Arendt), le sue difficoltà (Levinas), la sua assoluta im-possibilità (Derrida  ). Ma in questo cammino nel bosco del perdono ci imbattiamo anche in sentieri interrotti.

Mi riferisco al testo di Jankélévitch, Perdonare?, laddove il riferimento a Heidegger è voluto, ed il cui contesto storico è quello del 1965, anno in cui fu varata in Francia una legge per la prescrizione dei crimini commessi dai nazisti e dai collaborazionisti francesi, a proposito dei quali Jankélévitch si espresse per l'imprescrittibilità in quanto reati contro l'umanità. Il suo libello, quindi, va preso con tutta la sua forza di denuncia verso un lavoro impossibile del tempo e della coscienza che nasce da una sofferenza vissuta in prima persona e su cui è difficile ammettere l'altrui speculazione distaccata:

«Bisogna rassegnarsi: l'orrore insormontabile che ogni uomo normale prova pensando ai campi della morte è un'opinione «libera». Vorrebbe dire che si può benissimo professare l'opinione contraria? Applaudire ai forni crematori sarebbe per caso un'«opinione»? In ogni caso, la nostra opinione è perlomeno un'opinione tra le altre».

Ciò che Jankélévitch teme, con la legge sulla prescrizione, è sostanzialmente l'assimilazione di perdono e oblio. Non che i due siano del tutto antitetici, come proverà ad argomentare Ricoeur  , ma questo timore, soprattutto per la velocità della prescrizione del reato, tormenta l'autore fin dal primo capoverso della sua trattazione:

«È tempo di perdonare, o almeno di dimenticare? Vent'anni sono, a quanto sembra, sufficienti perché l'imperdonabile diventi miracolosamente perdonabile: con pieno diritto e da un giorno all'altro l'indimenticabile è dimenticato».

Ma com'è possibile dimenticare "questa cosa indicibile", questo "segreto dell'uomo moderno", le orchestre che suonavano Schubert mentre si impiccavano donne e bambini? Contro tutte le coscienze pigre, grasse o addirittura immorali, Jankélévitch getta quindi la propria intenzione provocatoria: «Noi ci proponiamo nelle pagine che seguono di ricondurli a questa inquietudine».

Innanzitutto i crimini nazisti sono crimini contro l'umanità, cioè contro l'essenza stessa dell'uomo. Tutte le altre persecuzioni o guerre si sono svolte contro un'idea, per interessi economici, etc., ma Auschwitz non è semplicemente un caso particolare della barbarie umana, Auschwitz non è una «atrocità di guerra», ma un'opera di odio. L'opera di un odio quasi inestinguibile.

Lo sterminio degli ebrei è stato pensato e dichiarato molto tempo prima da Hitler «con quel miscuglio inimitabile di pedantismo metafisico e di sadismo che è una specialità tedesca» e quella oscurità così heideggeriana che è diventata «uno dei segni della profondità filosofica». Nel caso degli ebrei, infatti, i carnefici stessi hanno ritenuto «il crimine di essere ebrei un crimine inespiabile» e lo hanno perseguito con un accanimento che «ha qualcosa di sacrale e di soprannaturale»; un «crimine metafisico» punito con una vera e propria «malvagità ontologica». Per questo i nazisti, singolarmente e come popolo, sono dei «mostri» contro la cui responsabilità non si può invocare il male naturale presente nel mondo:

«Che un popolo bonario sia potuto diventare questo popolo di cani arrabbiati, ecco un motivo inesauribile di perplessità e di stupore ... Ci sarà rimproverato di paragonare questi malfattori a dei cani? Lo ammetto: il paragone è ingiurioso per i cani. Dei cani non avrebbero inventato i forni crematori, né pensato a fare delle punture di fenolo nel cuore dei bambini ... Perciò diremmo volentieri, capovolgendo i termini della preghiera che Gesù rivolge a Dio nel Vangelo secondo san Luca: Signore, non perdonare loro, perché sanno quello che fanno».

 Di conseguenza, dal punto di vista del diritto:

«Quando un atto nega l'esistenza dell'uomo in quanto uomo, la prescrizione che tenderebbe ad assolverlo in nome della morale, contraddice essa stessa la morale ... Dimenticare questo crimine gigantesco contro l'umanità sarebbe un nuovo crimine contro il genere umano»; d'altra parte, «non si può punire il criminale con una punizione proporzionata al suo crimine: perché rispetto all'infinito tutte le grandezze finite tendono a uguagliarsi; a tal punto che la punizione diventa quasi indifferente; ciò che è accaduto è alla lettera inespiabile».

Jankélévitch, poi, riprendendo l'idea che il perdono deve essere chiesto, dubita innanzitutto della sincerità sia del pentimento che della richiesta di perdono da parte dei tedeschi:

«Se la Germania sembra aver cambiato volto, è perché è stata colpita a morte a Stalingrado; senza i carri armati di Jukon, la Germania sarebbe ancora hitleriana, e il nazismo trionfante regnerebbe in tutta Europa sulle ceneri dei martiri ... Il pentimento tedesco si chiama disfatta! È un pentimento militare; ed è anche un pentimento commerciale in nome degli affari, un pentimento diplomatico in nome della ragion di Stato; la contrizione non c'entra affatto ... Inoltre c'è qualcosa di scandaloso nel vedere gli ex collaborazionisti, gli uomini più frivoli e più egoisti, coloro che non hanno sofferto né lottato, raccomandarci l'oblio delle offese; si invoca il dovere di carità per predicare alle vittime un perdono che i carnefici stessi non hanno mai chiesto. Avere dei riguardi per queste vittime, tener conto delle loro ferite non è anche questo un dovere di carità? ... Soltanto la disperazione e la solitudine del colpevole sarebbero un senso e una ragion d'essere al perdono. Quando il colpevole è grasso, ben nutrito, prospero, arricchito dal «miracolo economico», il perdono è uno scherzo sinistro. No, il perdono non è fatto per i porci e per le loro scrofe ... Bisognerebbe, per pretendere il perdono, dichiararsi colpevoli, senza riserve né circostanze attenuanti ... Precedere la propria vittima voleva dire questo: chiedere perdono! Noi abbiamo aspettato a lungo una parola di comprensione e di simpatia ... L'abbiamo sperata questa parola fraterna! Certo, non ci aspettavamo che si implorasse il nostro perdono ... Ma una parola di comprensione l'avremmo accolta con gratitudine, con le lacrime agli occhi».

Per questo, egli è fortemente dubbioso verso un perdono/oblio che è «compiuto col favore dell'indifferenza, dell'amnesia morale, della superficialità generale», non essendo stato neanche chiesto alle vittime cui spetta perdonare:

«No, non spetta a noi perdonare per i bambini che i bruti si divertivano a suppliziare. Bisognerebbe che fossero i bambini stessi a perdonare. Allora noi ci rivolgiamo ai bruti, e agli amici di questi bruti, e diciamo loro: chiedete perdono voi stessi ai bambini».

Per Jankélévitch questi crimini «non si pagano, non ci sono riparazioni per l'irreparabile»; il dovere dei sopravvissuti verso questi morti, allora, è continuare a parlare di loro:

«Se cessassimo di farlo, finiremmo di sterminarli, ed essi sarebbero annientati definitivamente. I morti dipendono interamente dalla nostra fedeltà ... È il passato che reclama la nostra pietà e la nostra gratitudine: perché il passato non si difende da solo come si difendono il presente e il futuro ... Il passato ha bisogno che lo si aiuti, che lo si ricordi agli smemorati, ai frivoli e agli indifferenti ... Il passato ha bisogno della nostra memoria ... E la lotta non è pari fra la marea irresistibile dell'oblio che, alla lunga, sommerge tutte le cose, e le proteste disperate, ma intermittenti, della memoria».

Certamente, quest'opera della memoria potrà apparire risentimento, ma quel che sembra un'emozione negativa è invece l'azione del sentire di nuovo empaticamente l'orrore per l'orrore, la vicinanza alle vittime mute e ammutolite dalla storia e dall'oblio, l'unico atteggiamento che si può avere verso ciò che è inespiabile:

«Ci resta solo una risorsa: ricordare, raccoglierci. Dove non si può «far» nulla, si può almeno risentire, inesauribilmente. È senza dubbio ciò che i brillanti avvocati della prescrizione chiameranno il nostro risentimento, la nostra incapacità di liquidare il passato. Del resto, questo passato fu mai per loro un presente? Il sentimento che noi proviamo non si chiama rancore, ma orrore ... Questo è il nostro «risentimento». Perché il «risentimento» può essere anche il sentimento rinnovato e intensamente vissuto della cosa inespiabile; esso protesta contro un'amnistia morale che non è altro che una vergognosa amnistia; custodisce la fiamma sacra dell'inquietudine e della fedeltà alle cose invisibili, all'agonia dei deportati senza sepoltura e dei bambini che non sono tornati. Perché questa agonia durerà fino alla fine del mondo».

22/09/2016 00:29 Francesca Vittoria
Perdonare chi?’L’uomo che non ha commesso il crimine, che non è stato consenziente , non ha bisogno di essere perdonato e per il solo fatto di chiamarsi Kaufmann non si debba far pesare la colpa della storia estrema del suo Paese , Credo anzi che un memoriale esista anche nella città capitale. Non si può perdonare “ il male” che uomini /donne hanno avuto in animo di compiere ,un “crimine” che non trova aggettivo tanto supera ogni limite, tanto somiglia a qualcosa di infernale. E’ naturale che per chi sia stato vittima di tanto passato, non possa che sentirsi sempre sofferente, e solo Dio può medicare la sua ferita sempre aperta e che non cessa di far provare un “dolore” che neppure il tempo è medico. , Si dovrebbe pensare che mai più accada, ma per questo sembrano giuste le parole del Salmo: “Si, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre davanti”…. perché questo impegna il presente e il futuro, a non ricadere nella stessa tentazione! E guarda caso, si è ripetuta proprio ancora in Europa e non tanto tempo dopo!e neppure più lontano Segno questo che il perdono si c h i e d e alle vittime sempre e in eterno, e a Dio che delle vittime è il Padre
Francesca Vittoria



19/09/2016 12:12 Marisa Carmela Sfondrini
«Il passato ha bisogno della nostra memoria ...per dare risposta a quei volti , per costruire e non demolire un mondo dove sarebbe bello che tutti si possa vivere in amicizia e anche perché non pensare impossibile La PACE?» così scrive alla fine del suo intervento Francesca Vittoria. Concordo sul fatto che non si debba dimenticare un'offesa enorme, incomprensbile, di gravità non classificabile, come la shoa (silbolo di tutte le discriminazioni esistenti o che potranno esistere). Da cristiana, penso che il tentato sterminio totale degli ebrei sia una bestemmia contro Gesù di Nazareth, figlio di Maria e di Giuseppe, figlio di Davide, Figlio dell'Uomo, Figlio di Dio. Nato all'umanità come ebreo ed "ebreo perfetto", quindi soggetto anch'Egli alla distruzione, secondo il folle volere di Hitler e dei suoi (purtroppo molti). E ancora oggi dobbiamo amaramente constatare che tentativi analoghi ci sono forse ancora… che ogni "differenza" richiama odio e tenativo di distruzione, perché la paura seminata da attentatori, torturato, violenti ecc. sta quasi per sopraffarci e comunque sta rinchiudendo ciascuno di noi nel suo particulare, rendendoci incuranti del prossimo…
Ma penso che dobbiamo anche "perdonare". Che è forse "mestiere da Dio" non da uomini e donne così fragili come siamo. Però bisogna perdonare… e non dimenticare: perché simili orrori non si ripetano. La shoa non è stata soltanto un tentativo di sterminare un popolo, è stata il tentativo di sterminare l'umanità, l'uomo/donna nella sua grandezza di "immagine e somiglianza" del Creatore. Perdonare che è "mestiere divino" è il solo modo per riconquistare la nostra grandezza umana calpestata. Opporre il bene al male, attraversare e assumere il male come ha fatto Gesù il Risorto, il Salvatore, è la sola maniera non per cancellare un orrore, ma per ridare a tutti gli uomini e le donne del mondo il senso della propria dignità creaturale…



14/09/2016 00:49 Francesca Vittoria
È possibile perdonare? Tutti i giorni dobbiamo sentirci impegnati a perdonare qualcosa a qualcuno, perché accade anche di sentirci offesi e anche desiderare di essere perdonati , altrimenti se così non fosse ci condanneremmo a vivere in un mondo impossibile, perché di vivere con sentimenti positivi con e per il nostro prossimo .ne abbiamo bisogno come dell’ossigeno per respirare. Ma qui si chiede se è umanamente possibile perdonare il crimine,e quale crimine!! Per quello sterminio, come altri che si sono succeduti, l’uomo ogni volta ha degradato e distrutt0 se stesso,L’aver pensato e pianificato una tale mostruosità non sembra credibile se mancassero le prove, l’evidenza. Per questo il fatto parla anche a me oggi, E’ stata calpestata la dignità,l’intelligenza la bellezza ,la genialità, tutte quelle doti che il creatore ha voluto l’uomo possedesse “Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi”” Eppure è stato capace ed è capace ancora di mostruosità
“Dimenticare questo crimine gigantesco contro l'umanità sarebbe un nuovo crimine contro il genere umano». Quando si entra in quel luogo, into Yad Vashem, si ammutolisce, a tutti quei volti si può soltanto chinare la testa, provare dolore, la preghiera li non è possibile perché quelle vittime anche mute gridano il male subito ,il male appare imperdonabile.elo confermano le testimonianze e i loro messaggi perché i posteri li leggessero . Fuori , bisogna uscire fuori per poter pregare Dio che l’uomo non sia più capace di inferire per nessuna ragione contro un suo simile , Questa storia non solo non si può cancellare perché è stata, ma non la si deve dimenticare, e questo non per perpetuare rancore, risentimento , ma a provare il desiderio di chiedere alle vittime “perdono” da tutti quelli di oggi e quelli di domani, e con loro a Dio;, perdono con il proposito di impegnarsi a opporre resistenza a tutto ciò che possa con atti e parole offendere la dignità di persona umana . Il rispetto e la solidarietà verso ogni nostro simile diventi comandamento , essere uomini impegnati a fare cose e a perseguire obiettivi che promuovano quei valori come il riconoscere che la diversità di Paese, luogo, storia e tradizioni non impedisce quel dialogo utile a creare una società di uomini degna di essere chiamata civile . . Il passato ha bisogno che lo si aiuti, che lo si ricordi agli smemorati, ai frivoli e agli indifferenti ... Il passato ha bisogno della nostra memoria ...per dare risposta a quei volti , per costruire e non demolire un mondo dove sarebbe bello che tutti si possa vivere in amicizia e anche perché non pensare impossibile La PACE?
Francesca Vittoria



12/09/2016 08:13 PietroB
Se almeno quel sacrificio, se la nostra rielabazione avesse almeno portato alla presa di coscienza che ogni offesa a chi è DIVERSO da noi sia meridionale, sia immigrato, sia yazidi, sia palestinese, sia tutsi, sia,, è nella stessa direzione, ha le stesse perverse egoiste pulsioni..


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Giuseppe Stinca

Giuseppe Stinca, nato a Vico Equense nel 1974 e formatosi nella Napoli degli anni '90, è passato dalle rassicuranti verità della teologia tomista, in gioventù, all'inquietante - ma si spera feconda - incertezza della filosofia fenomenologica, in età adulta. Irriducibile appassionato di Levinas, insegna Religione cattolica nei licei di Roma, convinto che «la filosofia nasce dalla religione alla deriva. E, probabilmente, la religione è sempre alla deriva» (Levinas). Collabora con Dialegesthai rivista telematica di Filosofia dell'Università di Tor Vergata.

 

 

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