Scattone: fine pena mai
di Fabio Colagrande | 12 settembre 2015
Nessuno ha il diritto di chiedere a dei genitori di perdonare. Ma che società è quella che non dà una seconda possibilità a chi ha scontato la sua pena?

Ci ha chiesto di spegnere le luci in un’intervista al Corriere della Sera. Giovanni Scattone, l’uomo che ha scontato la sua condanna come omicida ‘colposo’ di Marta Russo, ma che – 18 anni dopo quel delitto - continua a proclamarsi innocente, ha rinunciato al suo lavoro di insegnante in seguito alle critiche e alle polemiche generate dalla sua conquista di una cattedra, dopo anni di precariato.
 
Il fatto che abbia espiato la sua pena, costituzionalmente concepita affinché il reo sia rieducato e reinserito nella società, non è bastato ai familiari di quella che secondo la giustizia fu la sua vittima, né alla maggioranza più rumorosa e ringhiante, espressa dai social. Nello specifico, non lo si considerava degno di insegnare ai giovani, proprio lui che avrebbe freddato una studentessa, per un gioco folle, in un ateneo universitario. Eppure, dopo un processo tormentato e gli anni di carcere e i servizi sociali, Scattone aveva già insegnato per dieci anni come supplente. Oggi, il solo pensiero che sia davvero innocente e, dopo essere rimasto vittima di un clamoroso errore giudiziario e aver pagato di persona, abbia dovuto anche rinunciare al lavoro che ama, ci obbliga a non spegnere la luce.
 
Il perdono libera chi sa darlo. Ma non vogliamo scimmiottare gli squallidi cronisti che accostano il microfono al citofono dei genitori della vittima chiedendo: “Perdonerebbe l’uomo che ha ucciso sua figlia?”. Casi di riconciliazione tra parenti della vittima e il carnefice pentito, fondati sul perdono, esistono anche nella recente cronaca italiana. Sono storie di misericordia che dimostrano l’inutilità della vendetta. Quante vittime hanno spiegato come la misericordia nei confronti del colpevole liberi loro stessi dal giogo della sofferenza, molto più che vederlo schiattare tra le sbarre a vita. La prova concreta che la misericordia non nega la giustizia, anzi la trascende.
 
Nessuno ha però il diritto di chiedere a quei genitori di perdonare. Né qui il presunto colpevole può sollecitare quel perdono con un gesto di pentimento, perché si considera innocente. Il loro resta un incontro impossibile, nel ricordo dolente di una ventiduenne morta senza un perché.
 
Ma mentre le luci si spengono sul volto del prof. Scattone, la vigilia incombente dell’Anno Santo della Misericordia, obbliga i cittadini credenti a chiedersi che società sia quella che non dà una seconda possibilità a chi, pagato il suo debito, voglia riprendere una vita normale. Forse la stessa, tragica e ridicola al contempo, dove Scattone troverebbe un lavoro – molto meglio remunerato - solo partecipando a un reality su un’isola più o meno famosa. Per chi non sa speculare sulle sue disgrazie, qui da noi, non c’è misericordia.

17/09/2015 15:49 Fabio Colagrande
Scattone per la legge non è presunto colpevole. E' colpevole. E quindi, dopo aver espiato la sua pena rieducativa, ha pieno diritto di vivere in società. Mi pare semplice, caro Federico. Il buonismo qui non c'entra un tubo. Senza offesa per gli idraulici. Saluti.


14/09/2015 19:33 Federico
Bisogna quanto meno essere coerenti e non farsi prendere troppo la mano dalla moda buonista e perdonista che fa tanto umani in contrapposizione alle bestie, ma sempre posa alla moda resta. Voglio dire che non si può da un lato accettare rigidamente la logica giutidica positivista quando si tratta di considerare la pena arbitrariamente e aritmeyicamente stabilita dalle leggi come davvero in grado di estinguere ogni colpa (come restituire i soldi ricevuti in prestito estingue perfettamente il debito) tanto che nulla dovrebbe permanere in sospeso nell'animo delle vittime o nel comune sentire, e poi rifiutarsi di riconoscere altrettanto rigidamente il principio della indiscutibilita' delle sentenze definitive e ostinarsi a chiamare Scattone presunto colpevole. O la meccanica giuridica è sempre approssimativa rispetto alla realtà o non lo è mai...


14/09/2015 11:58 Fabio Colagrande
Caro L.: è proprio sull'aspetto specifico del "fare male all'altro" (e uscirai dalla vicenda Marta Russo che ha caratteristiche particolari) che la necessità della riconciliazione tra carnefice e vittima s'impone. Sia dal punto di vista giuridico, etico - e ancor di più di fede cattolica - il male non si combatte mai con un altro male. La vendetta, per spiegarmi, non dà mai ai parenti delle vittime la serenità che può dare una riconciliazione con il carnefice pentito e convertito dopo il male procurato. Sottolineo sul tema del passaggio da una 'giustizia retributiva' a una 'giustizia riconciliativa' il bell'articolo di padre Francesco Occhetta su un numero recente de La Civiltà Cattolica, ma soprattutto i libri del penalista Luciano Eusebi.


13/09/2015 10:58 L.
Sono problematicamente d'accordo con l'autore.
Lo sarei del tutto se la dimensione del problema fosse solo di tipo penalistico.
A chiunque - almeno oggi, pure in teologia e pure in alto loco - fa orrore il fine pena mai (salvo il caso di specifiche incarnazioni di "male assoluto", di volta in volta individuate ad libitum).
Ma la dimensione travalisca il problema della pena: comportamento doloso o colposo che non si risolve solo così, nei suoi risultati. C'è un aspetto che attiene agli esiti del "fare male all'altro" che l'ordinamento giuridico sanziona in altro modo (risarcimenti e pene pecuniarie, sanzioni amministrative...) ma che è, in ultimo, umanamente non emendabile.
Scotomizzare questo "ultimo non umanamente emendabile" equivale, magari senza volerlo, a moltiplicare il male dovuto al singolo comportamento, realizzando un vero e proprio "fine pena mai", nei confronti delle vittime, ma pure della società intera.
Bisogna quindi mantenere - senza taglarla via con l'acccetta - la polarità tra la soluzione sociale stabilita dalla norma scritta e il danno (umanamente in ultimo inemendabile) che il comportamento riprovevole inevitabilmente arreca.
Polarità che i due commenti iperanonimi hanno utilmente riproposto.
Facevo riflessioni simili, ascoltando questa vera lezione di vita: http://www.tv2000.it/siamonoi/video/massimo-coco-figlio-del-procuratore-francesco-coco-assassinato-dalla-brigate-rosse/



12/09/2015 13:55 Pietro B
IMO anche questo caso dimostra che in etica non si puo' procedere x "etiche" ma caso x caso. Secondo le regole un insegnante condannato x abusi puó tirnare sulla cattedra ( caso di circa 2 anni fa..) Giusto? Ma lavregola era rispettata, come in qs. caso!


12/09/2015 10:18 Lorenzo M.
E che altra moda è questa?
io stesso non mi firmo per esteso, ma è quanto meno triste che ci si debba identificare in un codice.
Togliamo anche il battibecco tra lettori, ma se l'autore volesse replicare, dovrebbe rivolgersi a QwErTy???



12/09/2015 09:40 hwv3rA
"Vista la clemenza della giustizia formale, le contestazioni costituiscono, in un certo senso, quel di più che la giustizia sostanziale chiede a piena voce. Si dirà che una volta scontata la pena il delinquente ritorna libero e 'integro' alla società: è così in molti casi, non in tutti, non in questo particolare. Ci sono episodi che segnano la vita di una persona in modo indelebile e che mai nessun giudice può cancellare. E ci sono vittime innocenti che reclamano giustizia molto al di là dei confini della giustizia umana."http://www.onlywordsnoblog.net/scattone_marta_russo_e__la_giustizia.html


12/09/2015 09:27 YZN4Ez
"Cos’è rimasto, dunque, dell’antica grandezza trasformativa del perdono? Nulla, o quasi. Nel perdonismo corrente, la parola ha perso ogni valenza trasformativa, e perfino etica. E’ diventata uno slogan buonista, privo di forza morale. Ha perso gran parte della sua grandezza originaria (senza nulla togliere al valore di chi sia ancora capace di darlo col cuore). E’ diventato una parola qualunque. La rabbia urlata della mamma di Vanessa dice proprio questo: basta a questo perdonismo imperante. Basta alla negazione sistematica dei diritti degli Abele. Basta con la banalizzazione delle colpe e con l’assoluzione, di fatto, degli assassini. Basta con l’obbligo del perdono: ognuno ha tutto il diritto di non perdonare, senza per questo meritare la stigmatizzazione sociale. Basta, infine, all’urgenza, nel perdono, con il corpo di una figlia, uccisa da poche ore, ancora lì, davanti agli occhi. Basta slogan, perché vogliamo giustizia.
Il perdono vero, sentito, merita rispetto e ammirazione, quando viene dal cuore. Ma non può essere richiesto. Perché è un gesto raro, che necessita comunque di un tempo interiore, lungo e silenzioso, per attraversare la solitudine del dolore. E l’irreparabile verità della morte." (Graziottin)



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Fabio Colagrande

Fabio Colagrande, nato a Roma a metà dei favolosi anni Sessanta, lavora da vent'anni alla Radio Vaticana come giornalista e conduttore di programmi in diretta. Collabora con L'Osservatore Romano e altre testate cattoliche. Per alcuni anni, ai microfoni di Radio Due, si è occupato di cultura e intrattenimento.

Autore, regista e attore di teatro, per diletto, nel 1995 ha fondato una compagnia tuttora sulla breccia. Felicemente sposato, ha due figli, che spera mettano su un gruppo rock e lo facciano cantare, ogni tanto. Cura un blog personale intitolato L'anticamera del cervello.

 

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