Quando la vite è solida
di Maria Teresa Pontara Pederiva | 20 gennaio 2014
Tante immagini della Parola di Dio risentono del contesto della loro epoca. Ma i riferimenti alla natura in cui siamo immersi restano a noi vicini

L'abbiamo sempre sentito e ce lo insegnano i biblisti: la Parola di Dio risente (e non potrebbe essere altrimenti) del contesto storico-culturale dell'epoca in cui è stata messa per iscritto.

Del resto quando Gesù alla sinagoga ha letto le Scritture non ha utilizzato un'app e un tablet, Matteo sul sicomoro non fissava gli eventi con una telecamera e la samaritana, tornata dal pozzo, non usava il gasatore perché i figli amavano l'acqua con le bollicine, né il seminatore della parabola si è mai chiesto se le sue sementi fossero geneticamente modificate... Sappiamo bene quanti danni ha provocato l'aver interpretato la Scrittura con le categorie proprie di chi leggeva: quelle sindacali per la parabola degli operai dell'ultima ora o quelle giuridiche per l'episodio dell'adultera che neanche Gesù condanna, ma si potrebbe continuare con la stizza del figlio maggiore del Padre misericordioso e via di questo passo.

Tuttavia esiste un elemento immutato negli anni - almeno finché non riusciremo a distruggerlo completamente - ed è la natura in cui siamo immersi. Perché, se non siamo più all'interno di un'economia agricola, come quella evangelica o anche solo dei nostri bisnonni, è pur vero che campi e prati son sempre quelli e così pure le piante coltivate, o almeno in apparenza.

In ambiente francescano sono frequenti gli esempi tratti dal mondo naturale come quello del solco. Ciascuno di noi attraversa la sua vita nel proprio, ma un solco non è un'isola, perché si snoda parallelo a tanti altri con i quali interagisce - pensiamo a tutti gli organismi che li abitano - e soprattutto fa tesoro dell'humus che negli anni è andato arricchendosi con l'apporto di tanti elementi diversi, molti dei quali materia organica che finisce per chiudere la catena alimentare.

Così, quando un anziano frate cappuccino (uno dei tre rami della Famiglia francescana maschile, in ordine cronologico dopo i frati minori e i conventuali) mi ha fatto l'esempio della vite solida che dà buoni frutti, il pensiero è corso in avanti.

Le analisi moderne sul DNA (il sequenziamento del genoma è del 2007) hanno confermato l'origine mediorientale della vite, anche se da noi è più verosimile che sia nata da un'addomesticazione di quella selvatica. Il fusto, o ceppo, ha un aspetto contorto, le sue ramificazioni sono chiamate germogli o pampini quando sono erbacee e tralci, quando sono già lignificate. I cirri, o viticci, hanno un aspetto volubile durante la stagione calda per poi lignificare in autunno. I fiori non sono solitari, costituiscono un'infiorescenza. I frutti sono bacche (acini) a grappolo: forma, dimensione, sapore e grado zuccherino variano a seconda delle varietà e della latitudine di coltivazione. La vite si adatta bene a diversi climi e il suo areale è ampio, ma occorre sorvegliarne bene la crescita (le temperature locali, la ventosità, l'apporto idrico, lo sviluppo di parassiti ...).

Sulle Alpi l'immagine della conifera sempreverde sembrerebbe una metafora più appropriata, ma Gesù - nato e vissuto in Palestina - ha usato quella della vite (che risente di tutta la tradizione dell'Antico Testamento, anche se il termine greco indica sia la pianta che la vigna). Che la pianta sia Lui è fuori dubbio perché l'ha detto chiaro (Gv 15,1-11), ma che cosa indica all'uomo contemporaneo?

Chiave di lettura è quel verbo "rimanere" che non sta per inerzia o staticità, bensì per movimento e attività interiore. Pensiamo ai viticci dall'aspetto volubile o ai giovani pampini: potrebbero essere i nostri ragazzi, ma anche giovani coppie apparentemente prive di bussola. Squassati dal vento o dalla pioggia estiva, sembrano lì lì per staccarsi ... ma restano, nonostante tutto. E, una volta diventati tralci, finiscono per produrre frutti. Solo quelli sterili vengono potati e gettati, dice il Vangelo (forse un agronomo moderno avrebbe da distinguere), ma siamo forse in grado di giudicare quanti, magari a distanza di anni, non porteranno frutto? I tempi di quel vignaiolo non sono i nostri.

Cirri, foglie, infiorescenze poi sono poste sui tralci: il cristiano vive all'interno di una comunità ed è lì che cresce nella fede. Ciascuno è responsabile dell'altro, contro ogni idea di individualismo moderno del farsi gli affari propri. Ma sentirsi tralcio è l'esperienza di chi è consapevole di essere protetto dal vignaiolo che, se anche ci pota, lo fa solo perché portiamo frutto più abbondante; consapevole di portare frutto (lo diceva san Francesco di Sales) non a nome proprio, bensì a nome della vite, attraverso una linfa di cui si nutre, ma che non gli appartiene; è soprattutto esperienza di essere tralcio insieme a tanti altri, fratelli e sorelle, vicini e lontani (anche separati, se pensiamo alla Settimana di preghiera per l'Unità o comunque parte della famiglia umana, figli dello stesso Padre, "custodire il creato e i fratelli", ci ricorda papa Francesco).

E allora diventiamo Chiesa, solo se radicati in Cristo, che è poi il senso di quel "rimanere", inteso anche come perseverare, portare pazienza, non allontanarsi da una comunione con quanti sono in altri percorsi che non comprendiamo appieno. Del resto il germogli della vite dipendono da tanti fattori (il contesto) spesso determinanti, ma i ceppi più vigorosi sono anche i più tardivi e magari han passato anche delle gelate ... il vignaiolo lo sa bene ... e aspetta.

A noi è chiesto di recuperare la pazienza di un'attesa della stagione dei frutti (che verranno ne siamo certi e diciamolo a tanti genitori sfiduciati), senza dimenticare come prosegue Gv 15: "Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi." E ancora "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga".

Amare significa offrire la propria vita, equivale a rendere concreta la Parola, significa accogliere l'iniziativa di Dio che agisce ben al di là delle nostre logiche terrene, in vista di un'esistenza feconda di frutti (anche se non sappiamo immaginare quali), significa camminare in amicizia con Lui (la vite solida) e con gli uomini.

 

20/01/2014 17:01 Pierluigi Plata
Ė verissimo che la potenza comunicativa dell'immagine della vite e del tralcio, per trasmettere l' indispensabile unità tra i due elementi affinché il frutto arrivi, possiede tutta la sua energia anche oggi, e l'articolo lo mostra egregiamente.
Tuttavia, la chiara sottolineatura di porre la dovuta attenzione al contesto storico-culturale del periodo in cui è stato scritto il Vangelo e restare legato ad esso, pena causare letture distorte giacché si proiettano categorie proprio sul testo, mi sembra eccessiva.
Non si potrebbero utilizzare altre immagini più vicine alla nostra cultura e, non per questo, tradire il messaggio evangelico, anzi raggiungendo più persone? Affermo ciò sulla bene delle innumerevoli immagine e metafore che Papa Francesco utilizza.



20/01/2014 11:03 Matteo Lariccia
"Amare significa offrire la propria vita, equivale a rendere concreta la Parola".

Di recente ho chiuso un lavoro sul battesimo (http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=1480) scrivendo proprio così: "Essere battezzati è diventare una Parola".

Colgo lo spunto dalla somiglianza delle due espressioni, di cui ringrazio Maria Teresa Pontara Pederiva, perché mi conferma che essere battezzati equivale ad amare. E questo è molto bello. Grazie



20/01/2014 10:53 Massimo Menzaghi
"siamo forse in grado di giudicare quanti, magari a distanza di anni, non porteranno frutto?"

e non è nemmeno detto che il frutto sia per forza quello che ci aspettiamo: "forma, dimensione, sapore e grado zuccherino variano a seconda delle varietà e della latitudine di coltivazione"... e varianti a seguito di mutazioni sono sempre possibili, senza per questo "tradire" il ceppo... ;-)



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Maria Teresa Pontara Pederiva

Maria Teresa Pontara Pederiva, trentina (1956), sposata con Francesco, ha tre figli. Laureata in scienze naturali a indirizzo ambientale a Padova (1978) e diplomata in scienze religiose all’FBK di Trento (1990), ha insegnato scienze naturali per 39 anni nella scuola provinciale trentina. Nella Chiesa di Trento lavora, insieme a Francesco, nella pastorale famiglia e cultura-università, oltre che nella propria parrocchia.

Giornalista freelance dal 1984, si è occupata di famiglia, giovani, scuola, attualità ecclesiale e pastorale, ecumenismo, bioetica, salvaguardia ambientale e custodia del creato.

E’ stata tra i fondatori e redattori delle riviste Il Margine e Didascalie (La rivista della scuola trentina). Attualmente collabora perlopiù con il portale Vatican Insider-La Stampa, le Riviste delle Edizioni Dehoniane e i settimanali diocesani Vita Trentina e Il Segno.

Tra i libri pubblicati assegna un posto speciale a La Terra giustizia di Dio. Educare alla responsabilità per il creato (prefazione di Giancarlo Bregantini) EDB 2013.

 

 

 

 

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