Verso il matrimonio (4): sulla castità

Connettere direttamente e univocamente una condizione interiore spirituale all’accesso al sacramento apre delle contraddizioni che sono difficilmente componibili
21 Luglio 2022

Dopo aver preso in considerazione un primo nodo che poco ci convinceva del documento Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale e che rende difficile “un serio ripensamento” della pastorale di accesso al matrimonio, vogliamo mettere in evidenza un secondo aspetto discutibile del testo, ovvero quello che riguarda la castità.

Nel documento si dice: «Quando, infatti, come spesso accade, la dimensione sessuale-genitale diventa l’elemento principale, se non l’unico, che tiene unita una coppia, tutti gli altri aspetti, inevitabilmente, passano in secondo piano o vengono oscurati e la relazione non progredisce. La castità vissuta nella continenza, al contrario, facilita la conoscenza reciproca fra i fidanzati perché evitando che la relazione si fissi sulla strumentalizzazione fisica dell’altro, consente un più approfondito dialogo, una più libera manifestazione del cuore e l’emergere di tutti gli aspetti della propria personalità – umani e spirituali, intellettuali ed emotivi – in modo da consentire una vera crescita nella relazione, nella comunione personale, nella scoperta della ricchezza e dei limiti dell’altro: e in ciò consiste il vero scopo del tempo del fidanzamento […]. Ciò significherà, per i fidanzati, vivere la castità nella continenza e, una volta sposi, vivere l’intimità coniugale con rettitudine morale». (n. 57)

Intanto da notare quell’inciso iniziale: “come spesso accade”, che rivela tra le righe come, secondo il documento, praticamente quasi tutte le coppie farebbero dell’elemento genitale «l’elemento principale, se non unico» che tiene unita la coppia, e segnala un pessimismo che non conosce la vita reale dei fidanzati.

Poi da considerare la centratura del rapporto tra castità e sacramento: in questo passaggio la castità è buona perché in essa il sesso non è vissuto come «l’elemento principale, se non l’unico, che tiene unita la coppia» e «non è strumentalizzazione fisica dell’altro». Questo rimanda all’idea di castità intesa più come condizione interiore e intenzione della persona, che come azione esterna da fare o non fare. E si ipotizza che ciò prima del matrimonio non sia possibile perché manca il sacramento. Perciò solo con il sacramento si può vivere una condizione interiore in cui l’amore è vissuto nel bene. Ma qualcosa non torna, perché nello stesso documento (al n. 39) si dice che «fedeltà, unicità, definitività, fecondità, totalità, sono in fondo le “dimensioni essenziali” di ogni autentico legame d’amore, compreso, voluto e coerentemente vissuto da un uomo e una donna, e non solo le “note caratteristiche” del matrimonio cattolico». Perciò chi non è cattolico e non accede al sacramento può ugualmente vivere tutti i beni del matrimonio, magari non con la stessa pienezza, ma pur nella verità dell’amore, almeno a livello umano.

Connettere direttamente e univocamente una condizione interiore spirituale all’accesso al sacramento apre delle contraddizioni che sono difficilmente componibili. E soprattutto non rende ragione dei dati di realtà, che è molto più articolata.

Abbiamo conoscenza diretta di una coppia con cinque figli che è un riferimento importante nella pastorale familiare della propria diocesi, la quale testimonia con chiarezza che loro non sono arrivati vergini al matrimonio e che hanno raggiunto la castità, intesa come sessualità che non sfrutta l’altro, solo anni dopo che erano già sposati. È testimonianza di alcuni psicologi cattolici di coppie che, nella loro preparazione al matrimonio, avevano deciso di non avere rapporti non per il rifiuto di un uso disor­dinato della sessualità e il desiderio di libertà dal possesso dell’altro, ma purtroppo, da blocchi personali e psicologici che impedivano loro di accedere all’area sessuale della loro vita. E proprio perché ammantati di ‘bontà morale’ nel loro non fare l’amore, è stato poi estremamente difficile per loro vivere la sessualità, lasciandosi andare alla dinamica dell’amore, anche dopo il matrimonio.

Ancora: conosciamo coppie che con fatica e sforzi di volontà cercavano di non fare l’amore prima di essere sposati. Spesso, poi, hanno dovuto riconoscere che ciò non era castità, perché le loro energie personali non erano davvero attirate tutte dall’amore reciproco che vivevano, ma mirate solo al rispetto della regola esteriore. In questi casi l’astensione dai rapporti non è di per sé una condizione che favorisca la crescita della relazione. Anche senza fare l’amore può succedere che il sesso diventi, per contrappasso, l’elemento principale, se non l’unico, che tiene unita una coppia, proprio nel non farlo.

Al contrario, più di una volta ci si è imbattuti in persone, soprattutto donne, che raccontavano la loro esperienza sessuale dentro al matrimonio, come una specie di luogo di reciproco appagamento dei bisogni, quasi uno sfruttamento consapevole e riconosciuto.

Il sacramento non è magico e nessuno garantisce che il giorno dopo le nozze l’amore sia fatto per amore e non per sfruttamento, a differenza del giorno prima. Così come essere senza sacramento non impedisce in modo assoluto la possibilità di vivere la sessualità davvero per amore, perché lo Spirito Santo può agire anche fuori dai sacramenti.

 

Una replica a “Verso il matrimonio (4): sulla castità”

  1. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Uno dei miei “Maestri”, Bertrand Russell, si sposò ben cinque volte. Uno dei suoi matrimoni durò molto poco. Perché?
    Amore platonico. Aveva voluto provare una relazione senza sesso.
    Forse non conosceva Freud..😀
    Quante varianti, quanti diversi aspetti, soprattutto psicologiche/esperenziali!!?
    Forse invece di puntare su castità & verginità una VERA educazione cristiana dovrebbe mettere a fuoco ben altro!!😡😷
    ————-;;—;;;;;;
    Ahh, Bettola di Pozzo d’Adda, anni “70 quel corso per adolescenti tenuto dalla bravissima Prof.ssa….

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