Una tiratina d’orecchi al cammino sinodale italiano? (2)

Focus sinodale, dialettica "sensus fidei" e magistero, trasparenza del processo di discernimento: questi i nodi decisivi emergenti dal discorso alla CEI del cardinal Grech
3 Dicembre 2021

Nel precedente post avevo provato ad analizzare la tiratina d’orecchi del presidente della CEI ai “suoi” vescovi, in merito al cammino sinodale appena iniziato, anticipando che mi sarei confrontato anche con l’intervento del cardinal Grech. Quest’ultimo, infatti, si è sbilanciato ancor più del cardinale Bassetti su tre questioni che appaiono fondamentali, rendendo la taciturna accoglienza del suo discorso decisamente “assordante”.

 

0 – Crisi o conflitto?

Il segretario del Sinodo non ha nascosto ai vescovi italiani, sia la possibilità di percepire in modo distorto il proprio intervento che la pre-esistenza di problematiche e conflitti reali bisognosi di pacificazione: «carissimi fratelli nell’episcopato, pace! Vengo come fratello, senza nessuna pretesa di imporre punti di vista che deriverebbero da una funzione o da un livello di vita superiori: il mio desiderio è di cercare insieme soluzioni condivise». Certo, egli non ha usato la metafora colorita con cui Papa Francesco si è rivolto a settembre alla diocesi di Roma (avvertendola di non far fare «una figuraccia» al suo vescovo), ma certamente ha fortemente pungolato e responsabilizzato la CEI ricordandole, con un riferimento biblico (Mt 5,15), che ad essa «formalmente appartiene il Vescovo della Chiesa di Roma. La realizzazione virtuosa del processo sinodale (…) sarà di esempio alle altre Chiese e agli altri episcopati». Nel bene o nel male…

 

1 – Il focus sinodale rimosso.

Ciò premesso, il cardinal Grech ha cercato innanzitutto di mettere un freno ad alcune possibili derive funzionaliste (come le chiama Papa Francesco) che deve aver intravisto, o devono essergli state segnalate, in questo avvio di processo sinodale. Chissà se le schede esemplificative e le indicazioni metodologiche prodotte dalla CEI – e forse anche quelle di qualche diocesi italiana – abbiamo convinto il segretario del Sinodo a ricordare ai vescovi italiani che la sua segreteria ha «cancellato il termine “questionario” per evitare ogni equivoco»; che riguardo i «dieci nuclei tematici da approfondire si tratta di aspetti dell’unico interrogativo fondamentale (…) quasi fossero tante facce di un prisma», per cui «se confondono o inducono nella tentazione del sondaggio, meglio lasciarli e fermarsi unicamente sull’interrogativo fondamentale» contenuto nel Documento Preparatorio (§2; 26); che in Italia il «Cammino sinodale, tradotto nella Carta d’intenti» presenta «il rischio – forse la tentazione – di voler sovraccaricare il processo sinodale di altri significati e obiettivi» – da cui l’esortazione alla CEI di «dedicare il primo anno a realizzare la richiesta di ascolto avanzata dal Sinodo della Chiesa universale», perché «giova più un obiettivo realizzato a dovere che due sovrapposti che ingenerano confusione» o che siano «senza costrutto e soprattutto senza direzione».

Forse il problema consiste nel fatto che a nessuno (o a pochi) è veramente chiaro il focus dell’interrogativo fondamentale poliedrico; o forse, il problema è che una parte preponderante di questo focus è ancora rimosso, girando intorno a tre parole chiave estremamente scomode soprattutto se intimamente connesse: 1) autorità/potere decisionale (da condividere e rendere trasparente – DP §30,VIII-X); 2) dialogo ad extra (con le altre confessioni, religioni e culture – DP §30,VI-VII); 3) parresìa (DP §30,III). Evidentemente esso è ancora oggi sentito come ostico o pericoloso, rispetto alla (forse) più condivisa esigenza di ascolto (DP §30,II) e partecipazione (DP §30,IV-V) di tutti (DP §30,I).

 

2 – La dialettica tra sensus fidei e magistero.

In secondo luogo il segretario del Sinodo ha evidenziato, per la prima volta in modo così esplicito anche rispetto ai discorsi del Papa, il punto fondamentale della «reciprocità e “mutua interiorità” di Chiesa universale e Chiese particolari» («la Chiesa “accade” nelle Chiese»), stabilito dal Concilio Vaticano II (LG, 23), riaffermato da Paolo VI (EN, 61-62) e ridiscusso in modo memorabile (e mirabile) negli anni ’90 del secolo scorso dai teologi Kasper e Ratzinger (qui).

Mettere in luce, evidenziare, “zumare” questo aspetto ecclesiologico significa, probabilmente, voler offrire e garantire fondamento e sostanza a quella complessità dialettica del processo sinodale che sfugge continuamente ai più. Infatti, se non è chiara la «reciprocità e “mutua interiorità” di Chiesa universale e Chiese particolari», non si possono comprendere alcuni aspetti procedurali del Sinodo: la «doppia apertura» (del Papa vescovo di Roma e dei singoli vescovi) restata incompresa a chi «ha parlato di inutile doppione»; la relazione inscindibile (cf. LG, 12) tra la «“preparatoria”» fase consultiva diocesana (volta ad esprimere il cosiddetto sensus fidei) e il resto del processo sinodale (discernimento nazionale e continentale), con buona pace di coloro che ancora pensano la prima come un «fastidioso contrattempo» o che hanno accusato la segreteria del Sinodo di «voler strafare», quando invece «si tratta di una decisione di portata enorme, di cui non siamo ancora in grado di misurare gli esiti e le conseguenze». Diventa chiaro, quindi, il senso “provocatorio”, soprattutto per i vescovi, delle parole molto forti con cui il cardinal Grech ha chiuso il suo discorso alla CEI: «nella sinodalità siamo tutti apprendisti, ma in una Chiesa sinodale bisogna che i primi (…) siano i vescovi. Come potrà una portio Populi Dei maturare tale dimensione, se il suo principio di unità si muove in tutt’altra direzione ed esprime altri principi e altri modelli di Chiesa? …  Tutto il discorso sulla sinodalità si svuoterebbe e diventerebbe contro-testimonianza».

Inoltre, senza avere continuamente chiara la «reciprocità e “mutua interiorità” di Chiesa universale e Chiese particolari», non si possono comprendere alcuni aspetti contenutistici del processo sinodale. Il cardinal Grech ha parlato esplicitamente del rapporto di «circolarità» tra «il Popolo di Dio e i suoi Pastori, tra sensus fidei e Magistero»: se il sensus fidei (come ricorda sempre Papa Francesco) “fiuta” nuove strade lungo le quali possono seguirlo anche i suoi Pastori, allora queste nuove strade potranno riguardare anche il Magistero (e la sua «potestà»), senza che ciò vada «a scapito» di quest’ultimo. Come avevamo già scritto: «radicarsi nel magistero della Chiesa senza avere una visione dinamica della tradizione, non fa correre il rischio di bloccare, di staticizzare ancora una volta, il movimento – la dinamizzazione del magistero – che il processo sinodale vorrebbe invece riavviare»? In altri termini, nella realtà dell’incontro con l’altro, «diagnosi prognosi e cura del peccato potrebbero rivelarsi a posteriori, per la grazia di Dio che è nel (presunto) peccatore, tali da dover essere corrette secondo quello che si rivela essere a posteriori il (nuovo o vero) «progetto del Regno di Dio», la (nuova o vera) «linea dello Spirito Santo», che pensavamo di conoscere a priori. Che cosa fare allora? Si trasforma, si fa crescere, si corregge la realtà (presunta) peccaminosa (ma rivelatasi ispirata)? O si trasforma, si fa crescere, si corregge la dottrina (rivelatasi invece incompleta)?». Credo che non vi sia bisogno di precisare che “mettere in moto” la Tradizione, farla crescere e maturare, eventualmente correggerne la direzione, non significhi necessariamente danneggiarla o arrecarle grave pregiudizio…

 

3 – La trasparenza del discernimento sinodale.

Proprio per questo, infine, mi sembra ancora più importante la viva preoccupazione esternata dal cardinal Grech in merito ai «due momenti di discernimento» che avverranno a livello di gerarchia episcopale nazionale e continentale e che toccano decisivi aspetti sia procedurali che contenutistici. L’ulteriore impegno esemplare che anche qui il segretario del Sinodo ha chiesto alla CEI non sarebbe comprensibile se non ci fosse il seguente timore: che quanto il sensus fidei e lo Spirito stesso hanno da dire sul magistero, sull’autorità e sul potere dei Pastori, sul senso dell’evangelizzazione oggi, possa correre «il rischio di interpretazioni discrezionali», incapaci di costruire un instrumentum laboris che sia veramente «frutto di un ascolto a tutto campo».

Dunque, come a livello universale il «lavoro immane» di lettura, esame e riunificazione dei contributi che ogni Chiesa offrirà in «dono» alle altre Chiese spetterà a ben 4 commissioni, invece che (incredibile a leggersi!) «a un solo esperto come avveniva in precedenza»; così, a livello nazionale, la CEI dovrà trovare «un modo veramente collegiale di “discernere” i contributi delle diocesi», per far «capire che non si tratta di un lavoro affidato a qualcuno», ma che «la sintesi sia davvero frutto dell’ascolto» e non l’ennesimo modo per «mortificare» questo “fiore” dell’«inter-ascoltarsi».

In altri termini, è la questione della «trasparenza e accountability» (DP, §30, IX) che riemerge con prepotenza e «che merita un approfondimento accurato». Non è un caso che sulla problematica delle «sintesi» abbia già attirato l’attenzione Paolo Cugini: «chi compie questo lavoro finale, che spesso richiede tempo e pazienza, rischia di eliminare elementi fondamentali proveniente dalle basi. C’è tutto uno sforzo che proviene dal basso di far udire la propria voce, (…) per poi finire nel cestino dal personale addetto alle sintesi, prevalentemente persone moderate o conservatrici, pronte a limare ogni tentativo di fuga in avanti, che appare nei testi proposti» (Viandanti).

Al riguardo un’interessante e condivisibile proposta è venuta dalla Rete cammino sinodale chiesa italiana: «l’esito delle discussioni sia documentato in verbali che diano conto anche delle posizioni minoritarie» e in «piattaforme online (diocesane e nazionale) che raccolgano anche le voci difformi o “fuori dal coro”», così come «tutti i processi di comunicazione di eventi e documenti, ai vari livelli diocesani (parrocchie, Consigli vari, ecc.), siano puntuali, aggiornati e – mediante un sito dedicato – facilmente accessibili da tutti i gruppi sinodali e dalle persone interessate».

Non possiamo essere certi che sia una proposta risolutiva, ma sicuramente rendere pubbliche e facilmente consultabili le sintesi (se non parrocchiali almeno diocesane) sarà in grado di pungolare (2Cor 12,7) coloro che detengono il potere e l’autorità, oltre che di verificare in costoro – che hanno la responsabilità dell’ascolto – «la capacità di gestire il confronto e “la comunione delle diversità”».

 

2 risposte a “Una tiratina d’orecchi al cammino sinodale italiano? (2)”

  1. Claudia Caloi ha detto:

    Da laica e donna (e quindi ultima delle ultime rotelle della struttura) ho trovato quasi unicamente preti con le orecchie a senso alternato.
    “Ben fatta quella cosa li!” e sono tutti felicissimi.
    “Quella cosa li’ sarebbe da migliorare” oppure “Quello è sbagliato” e sono sordi al 1000%.
    Anzi, spesso si offendono pure con una reazione da lesa maestà nello stile “Ma come osi, tu (ultima rotella ecc..) criticare ciò che faccio io?”
    Ovviamente ci sono eccezioni (ma sono, come ho scritto, eccezioni)

  2. gilberto borghi ha detto:

    Pungolare. Traduco: ministero del rompiscatole. Tocca davvero soprattutto ai laici che devono prendersi gli spazi che questo processo sta aprendo, senza timore e senza permesso. Se davvero succederà, i vescovi si renderanno conto che il movimento provocato dal sinodo non sarà controllabile. A crederci davvero, i vescovi potrebbero non rendersi conto di ciò in cui si sono infilati.

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