Spirito santo e Cristo: il “ribaltone” dei vescovi italiani

E se il punto di maggior criticità delle linee episcopali sull'attuazione del cammino sinodale italiano fosse proprio nel rapporto che emerge tra Cristo, Spirito Santo e spiritualità?
1 Luglio 2026
  • Foto di Marek Studzinski su Unsplash

Nel precedente articolo ho delineato una cornice all’interno della quale proporre la mia lettura delle Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia. Tale cornice è costituita da alcuni limiti delle linee in questione che è necessario segnalare prima ancora di entrare nel merito delle stesse: limiti relativi alla forma utilizzata per comunicarle (burocratica e poco pubblicizzata), limiti relativi ad ipotizzabili «questioni» tra vescovi (polarizzanti e clericali) di cui risente (forse per paura) la sostanza delle linee di orientamento. Ma, proprio per « l’onestà e la lealtà verso i nostri vescovi e la Chiesa italiana tutta» sollecitavo me stesso e tutta una serie di teologhe e teologi «ad individuare più chiaramente sia gli eventuali motivi di delusione e criticabilità, sia quanto queste (ipotizzabili) discussioni o “giochi” tra presuli (di cui siamo all’oscuro) siano polarizzanti e clericali, rendendo di conseguenza confusa e inadeguata la sintesi linguistica che li esprime e risultando, quindi, fondamentalmente controproducenti per tutto il popolo di Dio».

Il primo – e credo decisivo – aspetto critico da evidenziare è anche il più complicato da proporre e accogliere come tale (lo stesso Albanesi ne parla, ma – se non ho capito male – come aspetto positivo del documento CEI). Sin dal titolo, il tono e l’accento delle linee episcopali è sostanzialmente cristocentrico (anzi, cristo-ecclesio-centrico): «radicati e costruiti» in Lui, «saldi» e «ancorati» a Lui, «ricentrati» su di Lui. Secondo i vescovi italiani, la «centralità» di Cristo – incontrato però sempre (e dal testo sembra solo) perché «mediato dalla Chiesa» (come avverte lo stesso Albanesi) – è garanzia di vitalità ecclesiale nell’annuncio/testimonianza (a partire dall’iniziazione dei bambini, giovani e adulti), nella celebrazione/liturgia e nella messa in pratica del vangelo – in altri termini, è presupposto di vitalità ecclesiale nella fede trasmessa, celebrata e vissuta nella fraternità.

Qualcuno, sicuramente, si starà già chiedendo che cosa ci sia di criticabile o di deludente in questo cristo(ecclesio)centrismo, soprattutto se con esso i vescovi italiani vogliono rispondere, come asseriscono, al bisogno attuale di superare solitudini e individualismi attraverso un rinnovato senso di comunità; e se gli stessi ci rassicurano che tale cristo(ecclesio)centrismo evita qualsiasi rischio di cadere in qualsivoglia «idea di fissità e immobilità». [1]

Ora, anche prescindendo da quest’ultima evidente excusatio non petita, e dal fatto che l’esigenza di riaffermare tale cristocentrismo non è emersa dal cammino sinodale italiano (in ciò ovviamente correggibile dai vescovi), ci sono due problemi che si manifestano. Il primo riguarda il fatto che non solo non siamo in un’epoca ecclesiale cattolica di particolare e drammatica dimenticanza o rimozione della centralità di Cristo, ma anzi veniamo da un pontificato in cui Francesco ha speso tempo e passione per ricordare e far riemergere certi aspetti di Cristo che, essi sì, erano stati messi un po’ in ombra nei decenni precedenti. Solo soffermandosi sulla realtà italiana, nonostante il cristocentrismo aperto proposto dal cardinale Ruini per un ventennio (e dai suoi epigoni nel decennio successivo), c’è stato bisogno di papa Francesco per rimettere – questa volta sì – al “centro del villaggio” il Cristo che, abbassandosi e svuotandosi (Fil 2,7), si avvicina a, mangia beve e parla con, tocca o si fa toccare da coloro che sono ai margini della società religiosa dell’epoca: l’emorroissa, la samaritana, la prostituta e l’adultera, gli affamati e assetati, gli stranieri e i carcerati, gli spogliati di tutto e i malati, oltre ai vari Nicodemo, Zaccheo e Matteo (cfr. discorso a Firenze del 2015).

Ma purtroppo, proprio questa attenzione e dedizione di Francesco per il Cristo nascosto nell’altro – e quindi innanzitutto da ricercare ovunque, in chiunque e tutti insieme (da cui l’urgenza della sinodalità) – è stata spesso letta e interpretata nella Chiesa come un annacquamento o annebbiamento, se non proprio come una perdita e scomparsa, della (presunta) luminosità, potenza e nettezza del Risorto (da cui le perplessità verso la sinodalità). La stessa esortazione costante di Leone XIV a rimettere al centro Cristo viene tradita nel momento in cui nella Chiesa ci si entusiasma per essa interpretandola come un correttivo di «alcuni orientamenti [del pontificato di Francesco] che mi sembrano riaprire ferite, dopo il Concilio a stento medicate» (C.Ruini, Testamento spirituale). Di conseguenza, credo che i vescovi italiani, non potendo ignorare questo contesto storico-ecclesiale, se avessero voluto evitare ogni ambiguità sul senso e l’opportunità del loro legittimo invito ad un rinnovato cristocentrismo, avrebbero dovuto esplicitare in modo molto più chiaro il legame tra quest’ultimo e il desiderio di mettere in pratica gli insegnamenti di Francesco e di Leone XIV (ovviamente non inteso in senso anti-bergogliano). [2]

C’è, poi, un secondo problema strettamente legato al primo. La sinodalità, per come l’ha proposta Francesco e per come l’ha confermata Leone XIV (nonostante i suddetti tentativi di metterli in opposizione), ma soprattutto per come è stata vissuta con gioia dalle Chiese, è stata intesa come un camminare insieme proprio per meglio ricercare (e poi testimoniare e annunciare) il Cristo nascosto negli altri: quello spirito di Cristo che sempre precede la Chiesa, ma che in questi termini era scorto da essa con sempre maggiori difficoltà. Ora, per intendere e vivere così la sinodalità, è stato necessario dal punto di vista teologico mettere l’accento sullo Spirito Santo – sia in quanto tale, sia in quanto spirito del Padre e del (o mediante il) Figlio – e su quanto la Sua voce avesse da dire alle Chiese.

Il problema, allora, consiste nel fatto che nelle linee di orientamento dei vescovi italiani risulta evidente la scarsa e marginale presenza di riferimenti all’illustre (e nuovamente) sconosciuto della tradizione cristiana occidentale – lo Spirito Santo! – soprattutto se paragonata alla diffusione e alla centralità dei (33!) riferimenti a Cristo. [3] In effetti, il primo richiamo a «un reale ascolto e a una sottomissione alla voce dello Spirito» appare solo all’interno e alla fine dell’invito a «vigilare, affinché alcuni “dinamismi mondani” non si insinuino nelle stesse comunità cristiane, magari proprio in nome di una visione distorta di sinodalità»: «una strana osservazione» – l’ha definita giustamente Andrea Grillo – poiché sembra esprimere «una preoccupazione “verso il Sinodo”» dato che, se «in un documento di orientamento, che dovrebbe recepire il lavoro sinodale di 5 anni, si mett[e] in guardia il lettore dalla possibilità che il sinodo non sia altro che “dinamismo mondano”», se ne potrebbe «desumere, incautamente, che la vera vigilanza consiste nello “stare attenti al sinodo”!». [4] Non è un caso che i vescovi italiani parlino di «“ricerca spirituale”» solo in modo negativo, ossia quando devono ricordare che essa può diventare, per i cattolici vittime della «“cultura individualista”», «un modo per sfuggire all’impegno e alla testimonianza di fede nelle realtà di questo mondo». [5]

La sinodalità e il cammino (o processo) sinodale sono stati, invece, un vero e proprio esercizio spirituale: un difficile mettersi in ascolto e convertirsi alla voce dello Spirito che sussurra negli altri, dentro e fuori la Chiesa cattolica, ricordi migliori (Gv 14,26) e approfondimenti futuri (Gv 16,13) della volontà e della verità di Dio – se vogliamo, proprio per correggere fraternamente una certa mondanità spirituale (“neopelagiana”, secondo EG 95) che aveva caratterizza il precedente cristo(ecclesio)centrismo. Cosa ci dicono invece le linee episcopali? Che proprio l’accusa o il sospetto (quasi sempre immotivati) rivolti al cammino sinodale da una piccola parte dei partecipanti (e non partecipanti), ossia il (presunto) non aver vigilato su quale voce dello Spirito (Santo o cattivo) si stesse ascoltando, diventa l’attenzione principale da prestare appena si parla del “protagonista” della sinodalità e del cammino sinodale. Come se, appunto, l’obiettivo delle linee in questione fosse più quello di «custodire quanto di buono è germogliato» (senza coltivarlo?) e «correggere ciò che si rivelasse inadeguato», rispetto al coltivare questi germogli buoni e al continuare a «lasciarsi interrogare dalla realtà e dalla voce dello Spirito» e «guidare dallo Spirito del Signore, che rinnova incessantemente la sua Chiesa».

Sarebbe sufficiente questo “ribaltamento” intra-trinitario di accenti teologici per poter sostenere legittimamente di aver individuato il punto di maggior criticità delle linee episcopali: un cristocentrismo non più pneumatologico, ma di nuovo mediato solo dalla Chiesa, che non sappiamo se finirà per svuotare di significato o addirittura tradire, per ingenuità o malafede non importa, il cammino sinodale, ma che di sicuro lo reindirizza. Verso dove, lo vedremo nel prossimo e ultimo contributo.

 

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[1] In realtà l’immagine dell’albero [rectius pianta] utilizzata nelle linee episcopali per “convincerci” dell’inesistenza di questo rischio, non è del tutto appropriata. Tutt’al più l’albero, con la sua crescita, può richiamare l’evoluzione, la storicità della Chiesa, ma solo nel romanzo Il Signore degli anelli esistono alberi che camminano. Nel processo sinodale della Chiesa universale, si è infatti utilizzata la più adeguata, anche biblicamente, metafora della tenda (che si allarga, ma soprattutto si sposta). Per utilizzare l’immagine dell’albero in modo appropriato si sarebbero dovuti evocare, eventualmente, i semi condotti altrove dallo spirare del vento – metafora biblica dello Spirito – ma, come vedremo, è proprio quest’aspetto della Spirito Santo che è sostanzialmente rimasto fuori dalle linee episcopali.
[2] Rispondere alla domanda sul perché ciò non sia stato fatto, soprattutto se tali linee (come suggerito qui da Giovanni Salmeri nel commento del 2 giugno) sono “farina del sacco” di Repole (creato cardinale proprio da Francesco), richiederebbe da parte nostra la conoscenza di quei presupposti di cui parlavo nel primo articolo, ma che senza informazioni interne a quanto discusso tra i vescovi possiamo solo ipotizzare. Certo è che questo cristocentrismo è sicuramente di marca “repoliana” (basta anche solo leggere l’articolo di due anni fa utilizzato da Mancuso per innescare un dibattito su “cristocentrismo e spiritualità”), seppur smussato affinché possa andare bene anche per quella parte di confratelli vescovi che vogliono poterlo interpretare in modo da superare il proprio «disagio» (C.Ruini) verso una sinodalità declinata secondo il cristocentrismo pneumatologico di Francesco.
[3] La differenza diventa ancora più impressionante se si nota come nel Documento di sintesi dell’ottobre 2025 la presenza dei riferimenti allo Spirito Santo è, dal punto di vista quantitativo ma soprattutto qualitativo, addirittura superiore a quella dei riferimenti a Cristo.
[4] Gli altri 7 riferimenti allo Spirito, oltre a quello conclusivo legato a Maria (che «si è lasciata condurre docilmente dallo Spirito»), sono del tutto generici: sia nel senso che essi non hanno né la forza né la finalità di costruire e strutturare intorno a sé le linee di orientamento (quando parlano della «conversazione nello Spirito», del «dono dello Spirito», dello «Spirito di Cristo che ci ha unti anzitutto nel Battesimo» e che suscita «all’interno della Chiesa una varietà di carismi e ministeri», dei « segni della presenza del Regno ovunque essi si presentino»); sia nel senso che essi, laddove appaiono nelle conclusioni (quando ricordano che la Chiesa «ha provato a lasciarsi interrogare dalla realtà e dalla voce dello Spirito» e che deve «continuare a lasciar[s]i guidare dallo Spirito del Signore, che rinnova incessantemente la sua Chiesa»), risentono del carattere vagamente esortativo di quest’ultime.
[5] È interessante oggi rileggere l’articolo di Gabriele Cossovich (e, nei commenti, il breve confronto tra l’autore e Gilberto Borghi) relativo al citato testo del cardinal Repole commentato da Mancuso, per cogliere in nuce il problematico rapporto tra cristocentrismo (anche se declinato in chiave “progressista”), Spirito santo e spiritualità.

4 risposte a “Spirito santo e Cristo: il “ribaltone” dei vescovi italiani”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Da semplice fedele mi sfugge quanto di azione sinodale abbia raggiunto il popolo di Dio visto che nelle chiese di città, paesi, piccole o grandi, basilica, o santuari il vuoto si è eccettuato, vita della comunità assente, trionfa la voce del celebrante a riempire l’aria di spirito liturgico! La parola Sinodo, invito all’ascolto dello Spirito, per una fraternità solerte nei territori di guerra insuff. Se non suffragata come solo in questi giorni a esplicitare che nella guerra non esiste una giustizia da rivendicare e che le povertà oggi si sono fatte pesi e fardelli così gravi da dare origine a intolleranza di sopportazione e sui più poveri il diritto a esistere. Chi è cristiano ? Colui che pronuncia e fa la Parola di Dio, luce per ogni uomo a salvare la propria e la vita del suo prossimo

  2. Giuseppe Risi ha detto:

    Non ho le necessarie competenze teologiche e pastorali per giudicare compiutamente un documento programmatico dei vescovi italiani. Noto però che l’articolista, che evidentemente della materia ne sa, di questo documento (non so quanto necessario peraltro) opera una stroncatura totale. Se ho ben capito, chi dovrebbe recepire e valorizzare nelle diocesi italiane il tanto lavoro di anni fatto dalla Chiesa italiana tutta con il sinodo sta in realtà operando per tradire/travisare/diluire/depotenziare/sviare le indicazioni del sinodo stesso (che già non mi è sembrato proprio rivoluzionario nelle sue conclusioni…).
    Si tratta di un’accusa grave, per quanto argomentata con “parresia”.
    Credo che gli accusati dovrebbero rispondere con altrettanta parresia, correggendo valutazioni non condivise, precisando eventuali esagerazioni, scusandosi se necessario per poi cambiare registro.
    Temo che non avverrà

    • Sergio Ventura ha detto:

      In effetti, io stesso sono un po’ stupito di quanto letto. Però, come ho precisato nel primo articolo, non conoscendo le intenzioni e i presupposti che muovono questo documento, non muovo un'”accusa grave”, ma cerco solo di evidenziare cosa sembra essere venuto meno o , addirittura, “ribaltato” rispetto alla sintesi di ottobre 2025 (e al cammino sinodale tutto). Nella speranza sincera che avvenga quello che lei auspica (“rispondere con altrettanta parresia, correggendo valutazioni non condivise, precisando eventuali esagerazioni, scusandosi se necessario per poi cambiare registro”), ma avendo il suo stesso timore….

  3. Roberto Piva ha detto:

    “…poter sostenere legittimamente di aver individuato il punto di maggior criticità delle linee episcopali: un cristocentrismo non più pneumatologico”: come non condividere che la Comunità-Comunione nasce dall’azione dello Spirito Santo così come lo sono i ministeri e i servizi. Papa Francesco lo sottolineava spesso e, in un incontro al movimento carismatico si esprimeva così: “Cosa si aspetta il Papa da voi: che questo movimento condivida il Battesimo nello Spirito Santo con tutti nella Chiesa. È la grazia che voi avete ricevuto. Condividetela! Non tenerla per sé!..”; ma vai tu a proporre ai preti questo Battesimo nello Spirito, ti ridono dietro, il 90% lo riconosce solo come aspetto dottrinale per cui abbiamo una Chiesa che deve passare dal dottrinalismo all’esperienza dello Spirito e allora, forse, passeremo dalla Chiesa clericale a quella di popolo senza dimenticare che “Chiesa” significa “Assemblea”.

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