Sinodo: imparare dal vento

Il nodo del prossimo Sinodo sembra essere il passaggio da un'evangelizzazione in cui si portano e trasmettono "gli Io del Noi" ad una in cui si ricerca e valorizza "l'altro degli Altri"
10 Settembre 2021

Martedì 7 settembre è stato pubblicato il Documento Preparatorio (DP) al Sinodo 2021-2023: «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione». Un testo snello (24 pagine, 4 capitoli, 32 paragrafi) ma denso (un appello iniziale, il fondamento biblico-teologico, la metodologia delle domande e i nuclei tematici). Soprattutto, un documento capace di non tradire o irreggimentare subito l’ispirazione di Francesco, ma anzi in grado di metterla a fuoco e radicalizzarla.

Alla Chiesa, abituata ad essere madre e maestra, è chiesto innanzitutto – ancora una volta – di «imparare» (§1; 15; 30, VI; 32). E di imparare grazie alle «sorprese» (§2) che il vento dello Spirito Santo (Gv 3,8) presenterà ad essa (vedi anche §5, 7, 9, 13, 15, 16, 26). Un po’ come nell’incipit del delizioso film Chocolat, quando, con l’arrivo della protagonista (una forestiera), le porte chiuse di una chiesa in cui si stava celebrando una messa vengono spalancate dal vento, turbando la tranquillità dei partecipanti (e perciò subito rinserrate dal sindaco stesso).

La Chiesa, dunque, deve permettere all’«azione dello Spirito» (§9; 13; 14), inteso chiaramente come Alterità che si fa a noi presente, di innescare un «dinamismo» (§2; 25) in sé stessa attraverso tre «obiettivi» (§2) alti ed esigenti:

1) esaminare alla luce del Vangelo l’esercizio personale dell’Autorità e le strutture del Potere ecclesiale, per fare i conti con le «ferite» causate dal loro «abuso» (§6);

2) riconoscere, far partecipare e apprezzare chi, ieri e oggi, è portatore dei «doni» e dei «carismi» dello Spirito – soprattutto se ai «margini» o «non [in] posizioni di rilievo nella comunità» (§14) – per ridare «nuovo slancio» (§7) alla Chiesa e permetterle di «rinnovarsi» (§9);

3) rendere la Chiesa «credibile» e «affidabile» come soggetto e attore di «fraternità» e «amicizia sociale», attraverso l’inclusione, il dialogo intra ed extra ecclesiale (§28-29. 31) e la riconciliazione-guarigione-rigenerazione delle relazioni.

In definitiva: se chi detiene il Potere e l’Autorità non ascolta (negli altri) altro da sé, altri che sé – questo è il nucleo del clericalismo – è evidente che, da un lato, non potrà mai (ac)cogliere le novità dello Spirito e, dall’altro lato, sarà poco credibile in termini di capacità dialogico-relazionale riconciliante e rigenerante.

Non è un caso che i riferimenti biblici scelti dal DP vogliano evidenziare, da un lato, l’interlocuzione (di Gesù) con «chiunque» (§18) e la (Sua) valorizzazione dei «separati» da Dio e degli «abbandonati» dalla comunità (§17), dall’altro lato, le caratteristiche del compito di coloro che sono destinati (da Gesù) all’«autorevole mediazione» (§19) tra gli uomini e Dio: gli Apostoli non hanno «il privilegio di una posizione esclusiva di potere e di separazione, bensì la grazia di un ministero inclusivo di benedizione e di comunione», perciò essi «devono custodire il posto di Gesù, senza sostituirlo: non per mettere filtri alla sua presenza, ma per rendere facile incontrarlo» (§19). Il loro capo, Pietro, dovrà addirittura sperimentare – nell’incontro con Cornelio – una vera e propria «conversione» rispetto a quanto sia o meno lecito fare all’interno di una determinata «identità religiosa» (§22), ossia rispetto alle «proprie categorie culturali e religiose» (§23) e alle «norme tradizionali» (§24).

Non è un caso, parimenti, che (nel DP) i Vescovi siano espressamente invitati a non temere «di porsi in ascolto del Gregge loro affidato» (§14) – ricordando (con passaggio però abbastanza, se non molto, discutibile sull’essenza della democrazia) che il processo sinodale è altra cosa rispetto ai dinamismi democratici – e, anzi, esortati a farlo «con fiducia e coraggio» (§15).

Tale conversione (nell’esercizio) dell’Autorità e del Potere (su cui sono giunte puntuali alcune segnalazioni bibliografiche di Andrea Grillo) si rende tanto più necessaria in quanto l’attuale «contesto storico» (pandemico), in cui la Chiesa è chiamata a «scrutare i segni dei tempi» (GS, 4), è definito dalla sua «complessità» (§4): in un certo senso, quindi, definito paradossalmente da una “indefinibilità” che richiede, per dirla con Pascal, un certo esprit de finesse; da una “contraddittorietà” che ha bisogno, con le parole di Morin, di un pensiero dialogico.

Infatti, secondo il DP, è solo tra le pieghe – e le piaghe – di questa complessità dialettica (ad es. – §8 – tra «secolarismo e «integralismo, ovvero – §21 – tra «sapienza politica mondana» e «rigore morale-religioso») che possono cogliersi i germogli «di speranza e di futuro» (§5), i «nuovi linguaggi della fede e nuovi percorsi» (§7) seminati dalla «potenza vivificante» (§7) dello Spirito Santo, così da attualizzare ancora oggi quanto sin dall’inizio dell’avventura cristiana veniva raccomandato da Paolo: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono (1Ts 5,19-21)» (§14).

È chiaro dunque – e il Documento non fa nulla per nasconderlo – che la direzione impressa al Sinodo 2021-2023 è sintetizzabile in due parole significative ed evocative: «aggiornamento» (§1) e «riforma» (§9). D’altra parte, viene immediatamente precisato che tale scelta teologica e pastorale – che potremmo dire pneumatocentrica – fa parte della grande Tradizione (§10-11) – compreso il Concilio Vaticano II (§12-13) – e, soprattutto, non esula dalla questione della verità di tale Tradizione:

1)«è lo Spirito che guida i credenti “a tutta la verità” (Gv 16,13). Per la sua opera, “la Tradizione che viene dagli Apostoli progredisce nella Chiesa” (DV, 8)» (§13; vedi anche § 15);

2) ed è ancora Lui che «illuminerà le profondità sempre nuove della sua [di Gesù] Rivelazione» (§16).

In definitiva, come dicevamo in apertura, il DP mette definitivamente a fuoco quello che dovrebbe essere il Sinodo secondo Francesco: un Sinodo la cui fonte e il cui culmine deve essere «la voce dello Spirito» (§26). Non certo come ciò che – insieme alla preghiera e al silenzio – qualcuno potrebbe usare per depotenziare quanto emergerà dalla partecipazione e dalla discussione, ma invece proprio come soggetto dell’«interrogativo fondamentale»: «cosa ci sta chiedendo» lo Spirito Santo, «quali passi ci invita a compiere» (§26), affinché lo «stile», le «strutture» e i «processi» di questo camminare insieme non sia ridotto a «retorica» e «vuota formalità», se non a una vera e propria «contro-testimonianza [che] mina la credibilità della Chiesa» (§27)?

Per capire ancora meglio la posta in gioco può essere utile rivolgersi alla nota parabola del seminatore. Gli uomini e le donne di Chiesa, la Chiesa stessa in realtà, tendono più spesso – più facilmente – a pensarsi come coloro che, in quanto alter Christus, seminano o almeno cooperano con la semina di Gesù. Mi sembra invece che Francesco le stia e ci stia chiedendo di pensarci innanzitutto – e forse, in questo kairòs, solamente – come chi né semina, né coopera con la semina, ma solo parte alla ricerca della buona notizia dei semi già piantati da Gesù o dei loro frutti (ecco la missione evangelizzatrice oggi!), per proteggerli (da rovi, sassi e uccelli rapaci), aiutarli a crescere, a maturare e – perché no? – anche a raccoglierli e condividerli.

In questo senso, l’unica vera “sbavatura” del DP mi sembra essere presente nel §20: assolutamente condivisibile il fatto che Chiesa e popolo senza Gesù finiscono nelle trame del «gioco politico», mentre senza popolo la Chiesa di Gesù diventa «settaria e autoreferenziale»; meno o per nulla condivisibile, alla luce di quanto detto, l’affermazione per cui «senza gli apostoli (…) il rapporto con la verità evangelica si interrompe». Mi sembra, infatti, che sia il Papa che il resto del nostro DP vogliano ricordare alla Chiesa che anche senza gli apostoli, grazie allo Spirito Santo, tale rapporto non solo non si interrompe ma viene comunque vivificato.

La Chiesa, gli Apostoli dovranno allora accettare – cosa sicuramente non facile – che la buona notizia da portare, l’evangelo trasmissibile, in quest’ottica, consisterà semplicemente nella lieta, gioiosa notizia che lo Spirito è già all’opera negli altri, che ha già operato in loro. Se così non fosse, sarebbero difficilmente comprensibili i «nuclei tematici» (§30) nel loro coerente insieme (fatto di ascolto attivo, parresìa, corresponsabilità, dialogo intra ed extra ecclesiale, partecipazione, discernimento, scelte trasparenti) e l’autenticità dell’auspicio finale: «lo scopo del Sinodo e quindi di questa consultazione non è produrre documenti, ma “far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro” (Discorso del Papa all’inizio del Sinodo dei giovani)» (§32).

Ecco, dato che in conclusione del DP viene evocato il Sinodo dei giovani, il mio auspicio e la mia preghiera più grande è che il Sinodo sulla sinodalità abbia veramente, rispetto a quel Sinodo, un andamento e una portata decisamente diversi…

 

4 risposte a “Sinodo: imparare dal vento”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Molto vero il riferimento al film: la Chiesa che si chiude in se stessa non può avvertire cosa il vento dello Spirito le vuole dire, una Messa senza fedeli e’ un non poter seminare la Sua Parola, Il Santo Padre, il Pietro di oggi, corre a chiarire a Governanti, che Cristo è Verita e il suo popolo di credenti non va strumentalizzato per fini altri che non rispecchino la fede in Lui, aperta a libertà, comprensiva ad accogliere chi bussa e chiede la carità di essere accolto. Il problema è che anche oggi, parafrasando il filmato, è una chiusura che, pur godendo di comunicazione facilitata da strumenti tecnologici (digitando un tasto ogni frontiera si annulla), singole persone, comunità, Istituzioni, partiti, governi, tutti sembrano rinserrarsi in propri interessi, salvo se aprirsi a ciò che serve, e quindi avviare un mercato di interessi.

  2. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    3) rendere la Chiesa «credibile» e «affidabile» come soggetto e attore di «fraternità» e «amicizia sociale», attraverso l’inclusione, il dialogo intra ed extra ecclesiale (§28-29. 31) e la riconciliazione-guarigione-rigenerazione delle relazioni.

    Imo ci vuole ben altro x recuperare credibilità e affidabilità!!
    1) La mia credibilità non è raggiunta se IO miglioro le relazioni mie con gli altri..
    2) non si tratta di un processo INTERNO in cui IO mi guardo allo specchio, e opero un remake di come mi presento..
    3) idem x se IO includo gli altri o non, se IO dialogo e con chi IO dialogo.. ecc ecc
    Mancano completamente gli ALTRI.
    Costoro, i RESPONSABILI, hanno finalmente capito che non sono più ritenuti credibili e affidabili dagli ALTRI ma evitano accuratamente di chiedersi PERCHÉ. O, sarebbe meglio, di chiederlo agli ALTRI.

  3. Sergio Di Benedetto ha detto:

    E perché, dell’icona parabolica del seminatore, non pensarsi terreno? E non solo terremo buono, ma terreno in cui coesistono – in ognuno – rovi, pietre, buona terra, strada?

    • Emanuela Sangaletti ha detto:

      . come del resto suggerisce il vangelo stesso! Abbiamo bisogno davvero di riconoscerci tutti terreno raggiunto continuamente dalla sovrabbondanza dell’amore gratuito e libero di Dio,
      e di una sana, coraggiosa autosovversione: sono davvero solo “gli altri” a dover essere evangelizzati?

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