C’è una stagione in cui la vita spirituale smette di essere soltanto un cammino e diventa anche un racconto. Non più solo un’esperienza da custodire, ma una narrazione continua: parole, immagini, spiegazioni. È una tentazione sottile, perché nasce spesso da un desiderio buono: testimoniare, rendere accessibile ciò che è stato ricevuto, abitare i luoghi in cui altri abitano. E tuttavia, quando la fede diventa soprattutto contenuto, qualcosa rischia di spostarsi: il centro non è più l’incontro, ma la sua rappresentazione.
Santa Teresa d’Avila ricordava che Dio parla «nell’intimo dell’anima» e che è lì che si decide la verità di un cammino, non nel frastuono delle cose esteriori. Le grandi scelte, quando sono autentiche, maturano in uno spazio che non è esposto, ma custodito; non è condiviso, ma abitato.
Il problema non è la comunicazione in sé, ma la confusione tra vita e palcoscenico. Thomas Merton scrive che «la contemplazione è una conoscenza troppo profonda per essere espressa in parole», una sapienza che nasce dal silenzio e non dal bisogno di spiegarsi. Quando invece ogni passaggio interiore viene esposto, commentato, rilanciato – come nell’attuale era dei social network – la coscienza rischia di adattarsi allo sguardo degli altri, e la domanda decisiva – “davanti a chi sto?” – si trasforma lentamente in: “come apparirò?”.
Anche il magistero recente mette in guardia da questa deriva. Il documento vaticano Verso una piena presenza (2023) afferma che la presenza digitale deve essere «radicata nella realtà delle relazioni», e che non basta esserci online: occorre che ciò che si comunica nasca da una vita già vissuta, non da una strategia narrativa. Don Luca Peyron, in un volume del 2019, parla di una necessaria “incarnazione digitale”, in cui la fede non si consuma nello schermo ma vi arriva come traboccamento di un’esperienza reale, corporea, comunitaria.
Nel discorso agli influencer e missionari digitali, durante lo scorso Giubileo, Papa Leone XIV ha ricordato che «non si tratta semplicemente di generare contenuti, ma di incontrare cuori». La comunicazione cristiana, cioè, non può ridursi a prestazione mediatica, ma resta un luogo di relazione e di verità. In questa stessa linea, Papa Francesco aveva più volte insistito sul fatto che il Vangelo si annuncia prima con la vita che con le parole, e che la testimonianza precede sempre la comunicazione.
Quando il cammino spirituale viene vissuto in diretta, il pericolo non è solo la superficialità, ma una sottile alienazione: l’io che dovrebbe ascoltare diventa personaggio; la ferita che dovrebbe essere custodita diventa contenuto. La scelta, invece di essere attraversata, rischia di essere messa in scena.
Forse, davanti a scelte che interrogano e feriscono, la comunità non è chiamata a giudicare, ma a imparare. A riscoprire che alcune svolte chiedono pudore, tempo, oscurità feconda. Che non tutto ciò che è vero deve essere subito detto, e non tutto ciò che è vissuto deve essere mostrato. Perché la fede, prima di essere comunicata, deve essere abitata. E alcune parole, per essere autentiche, hanno bisogno di nascere lontano dalle luci.
Cristo per rivelarsi non sarebbe bastata la sua predicazione se la sua Parola non fosse stata anche attraverso fatti, che gli apostoli stessi che lo seguivano hanno potuto riconoscere e cioè l’essere Figlio di Dio, infatti al cieco dalla nascita da lui guarito “tu, credi nel Figlio dell’uomo?Egli rispose:”e chi è Signore, perché io creda in lui?…Lo hai visto, e’ colui che parla con te”..”Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera”, Le opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato”. C’e guerra oggi nel mondo, vediamo e abbiamo prove di povertà crescente, come da conflitti protratti abbia origine più violenza e l’odio subentri a sbiadire ogni miraggio a giustizia e pace. E’ guardare a quelle migliaia di croci di vite perdute, e in loro nome, direttamente a coloro che detengono il potere un severo diretto richiamo a una responsabilità più consapevole del valore di ogni vita umana.
Quanto è vero quello che dici, Fabio! Spesso il bocciolo è ancora in procinto di aprirsi, timidamente: ne intravediamo la bellezza e desideriamo esporla subito alla luce del sole, finendo però per comprometterne lo sviluppo graduale e naturale. Alcune esperienze, quanto più sono profonde, tanto più si rivelano fragili e timide. Alla fine corriamo il rischio di diventare turisti della vita: invece di goderci la bellezza di un panorama, contemplandolo in silenzio e lasciando che impregni l’anima, ci affrettiamo a fotografarlo e a passare oltre, collezionando esperienze.
Dall’altra parte, accade anche che non ci concediamo il tempo né coltiviamo il silenzio necessario per dialogare interiormente con chi ha davvero qualcosa da condividere. Siamo travolti dal ritmo frenetico della vita!
Caro Fabio,i parenti che ti ci giri intorno al problema..
Come sai io sono più categorico.
La prima pulizia da fare è tra LE realtà.
Proclamare che tutte le ALTRE create dall’uomo sono ARTIFICIALI
Virtuale, mediatica, personale, ecc
Una sola è la Realtà e ha ‘Noumeno, veli di Maya( che non è la mia nipotina, quella che dice che se lo dice la nonna ci crede, anche se sa che non è VERO!).
La seconda, più importante, è che se uno arriva s vedere le cose con lo sguardo di Dio, tutto cambia di senso e significato.
Chiamala Grazia? Fede? Sappi solo che non è facile! Il solito cornuto cercherà in tutti i modi di traversetolarsi tra te e la bellezza, tra te e l’empatia col diverso, tra te e la gioia..
Mi hanno fatto molto riflettere in questi giorni le tue parole. Aggiungo solo che il narcisismo purtroppo è un tratto piuttosto comune fra i preti, forse dovremmo riscoprire una dimensione più comunitaria e meno “da pulpito” perché il palcoscenico esiste anche offline.
Ho apprezzato molto quanto lei ha scritto, tuttavia quando dice “che la fede quando diventa soprattutto contenuto, qualcosa rischia di spostarsi: il centro non è più l’incontro, ma la sua rappresentazione” è vero se si ha la presunzione di avere fede, ma la “fede” se è fede (e non parlo di bizzochismo termine Napoletano che indica anche colui che ostenta il pregare) è prima di ogni cosa autenticità, ed è questa che lascia il segno dove passa, e questa fede, difficilmente l’ho vista passare nel web, che è luogo come giustamente diceva lei “della rappresentazione ” del mondo, ma certamente non il mondo. Per me il grande insegnamento di Papa Francesco è stato proprio l’Autenticità quell’essere ultimo fra gli ultimi con i “grandi” e con i “piccoli”. Comunque grazie per l’articolo perché ci lascia pensare…per chi esercita ancora questo dono.