Riflettere sulla giornata della preghiera per le Vocazioni (spesso con annessa veglia diocesana), alla luce del magistero sinodale, fa emergere un paio di cortocircuiti che mi sembrano molto significativi: il primo riguarda il chi per cui si prega, mentre il secondo le caratteristiche (i che cosa) di coloro per la cui vocazione si prega.
Rispetto al primo cortocircuito, se chiediamo al credente “di strada” o ci soffermiamo sugli avvisi diocesani di queste giornate, le vocazioni per cui si prega oggi sono quelle dei futuri presbiteri (DF 72) e, al massimo, dei futuri religiosi (DF 65) e diaconi (DF 73). Nel messaggio di Leone XIV ci si riferisce anche ai coniugi (DF 64), ma in realtà il chi vocato è qualunque battezzato – come Francesco aveva meglio sottolineato nei suoi messaggi (ad es. qui e qui). Questo punto fondamentale è ben chiarito nel documento finale del cammino sinodale della Chiesa universale: «le diverse vocazioni ecclesiali sono infatti espressioni molteplici e articolate dell’unica chiamata battesimale alla santità e alla missione» (DF 57; cf. anche DFCS 15-16; 44), il cui fine è quello di «contribuire sia alla vita della comunità cristiana, sia allo sviluppo della società nelle sue molteplici dimensioni» (DF 57). Non è un caso che in generale si sottolinei più volte l’«intreccio» (DF 11; 154) e la «varietà» (DF 21; 24; DFCS 22), «diversità» (DF 26; DFCS 15; 36, lett. a) o «pluralità» (DF 34; DFCS 40) delle vocazioni, indicando la necessità di una conseguente «adeguata pastorale vocazionale» (DF 57).
Ciò significa che, al netto dell’apertura ai coniugi, [1] la visione e l’impostazione di questa giornata rischia di essere ancora clericale, militante, come se la prima e ultima preoccupazione della Chiesa fosse quella di farsi donare da Dio le “milizie” necessarie per combattere una sorta di grande battaglia, quando invece le parole di Gesù rivolte a Pietro nell’orto degli ulivi erano state nette: «credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli?» (Mt 26,53).
Passando al secondo cortocircuito, dato che le maggiori resistenze alla sinodalità sono venute dai rappresentanti dei primi due gradi dell’ordine sacro, ecco che l’Assemblea sinodale, sulla scia di quanto emerso chiaramente e diffusamente dal processo sinodale, ha richiesto una revisione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, affinché «i percorsi di discernimento e formazione dei candidati al ministero ordinato siano configurati in stile sinodale», ossia con «una presenza significativa di figure femminili, un inserimento nella vita quotidiana delle comunità e l’educazione a collaborare con tutti nella Chiesa e a praticare il discernimento ecclesiale», facendo in modo che, infine, «la dimensione ecumenica sia presente in tutti gli aspetti dei percorsi verso il ministero ordinato» (DF 148; cf. anche DFCS 61; 71, lett. a). Solo così il futuro presbitero potrà essere caratterizzato da «uno stile sinodale» risplendente «di vicinanza alle persone, di accoglienza e di ascolto di tutti», di «fraternità [e] scambio di doni» innanzitutto all’interno del presbiterio (DF 72).
In questo processo di indubbia conversione dal suddetto approccio militante-clericale, i padri e le madri sinodali hanno indicato ai rappresentanti dell’ordine sacro l’exemplum profetico delle «pratiche di vita sinodale e di discernimento comunitario» sviluppate dalle famiglie religiose e, quindi, il loro «speciale apporto da dare alla crescita della sinodalità nella Chiesa», invitando le rispettive guide «a rinforzare le relazioni in modo da dare vita a uno scambio di doni a servizio della comune missione» (DF 65; cf. anche DFCS 61).
Più in generale, però, l’Assemblea sinodale ha affermato che «i doni ricevuti nel Battesimo sono talenti da far fruttificare per il bene di tutti» (DF 141) e che, quindi, il principio che qui deve valere è quello della «condivisione dei doni vocazionali» (DF 7; cf. anche 57; 147; DFCS 14). Di tutti i doni, provenienti da tutti.
Il mio auspicio e la mia preghiera di resurrezione per il futuro della giornata odierna è che anche Leone XIV, seguendo il suggerimento ricevuto a gennaio dal concistoro dei cardinali (ossia quello di dare priorità ad Evangelii gaudium e alla sinodalità), possa riaffermare con i padri e le madri sinodali che «la sinodalità implica una profonda coscienza vocazionale e missionaria» (DF 141) e, con Papa Francesco, che «la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni porta impresso il timbro della sinodalità». [2]
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[1] Interessante notare che nel Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia si propone che «le Chiese locali investano energie nel suscitare nuove vocazioni educative in tutti i campi, compreso l’insegnamento della religione cattolica nella scuola» (53, lett. b).
[2] Anche questo articolo si inserisce nel tentativo di costruire un anno liturgico sinodale, partendo dal tempo ordinario successivo a quello di Natale – dedicato al dialogo ecumenico e interreligioso (con ebrei e musulmani) – passando per quello quaresimale – con i suoi esercizi spirituali per convertirsi dai peccati sinodali e conclusosi con la Via Crucis e la Via Lucis della sinodalità – fino a soffermarsi, ora, sul tempo pasquale – inaugurato dall’evento della Resurrezione.
Sarebbe significativo e allo stesso tempo un esempio di onestà intellettuale quello di ammettere che, nel tempo, sono avvenute situazioni fuori dal vangelo, vedi il clericalismo dichiarato e denunciato da papa Francesco, compresa la visione della vocazione “clericale” (termine non presente nel Nuovo Testamento), inventata appunto per una casta sacrale cresciuta in ambito imperiale. Sembra che certe scelte ambigue si faccia di tutto per defilarle, mentre darebbero un esempio e un segno di fiducia verso la Chiesa.