Parrocchia: le radici di una crisi (irreversibile?)

Alla radice della crisi delle parrocchie vi sono da un lato alcuni mutamenti della società mai realmente metabolizzati, dall’altro la questione irrisolta di come vivere oggi la fede insieme, come comunità cristiana.
30 Novembre 2020

Provo a dare anch’io un contributo al dibattito scaturito, qui su Vino Nuovo, dagli articoli di Sergio Di Benedetto sulla crisi della parrocchia (li trovate qui e qui). In essi si mettono in luce sette crisi e alcune parole chiave, che mi paiono descrivere bene la situazione nella quale si ritrovano oggi le parrocchie. Provando a proseguire la riflessione, mi sembra che alla radice di tutto si possano riconoscere da un lato alcuni mutamenti del contesto sociale che sul versante ecclesiale non sono mai stati realmente affrontati e metabolizzati. Dall’altro alcune questioni irrisolte riguardanti il modo di pensare la vita cristiana comunitaria e, di conseguenza, il ruolo della parrocchia in riferimento ad essa.

Il primo mutamento mai davvero messo a tema riguarda il modo di vivere il territorio. La parrocchia intesa come “Chiesa che vive in mezzo alle case” (cfr Christifideles Laici, 26) rischia di rifarsi a un’immagine di territorio che non esiste più. Oggi, soprattutto giovani e adulti, abitano più luoghi, peraltro suddivisi in reali e virtuali. La nostra casa, il nostro quartiere, il nostro paese o città, non sono più né gli unici né spesso i più significativi (in termini di quantità di tempo speso e di qualità di energie profuse) luoghi in cui viviamo. Passiamo molto più tempo con persone che stanno anche molto distanti di quanto ne spendiamo con chi ci abita accanto, che spesso non conosciamo neppure; ci sono strati di popolazione residenti nello stesso luogo che di fatto non si incontrano mai, e questo è un dato di cui non si può non tener conto. L’idea di parrocchia pensata come cura di uno specifico territorio rischia di scontrarsi con una realtà in cui chi risiede in un luogo spesso non lo abita e viceversa. Non è un caso che le iniziative parrocchiali che riescono a coinvolgere di più siano quelle rivolte ai bambini e agli anziani, le categorie di persone che vivono maggiormente riferendosi ancora a un territorio preciso. Ma chiaramente non possiamo pensare a una Chiesa accessibile solo a loro. Un ripensamento della parrocchia allora passa anzitutto dalla consapevolezza che il riferimento territoriale classico non è più in grado, da solo, di incidere. Potrebbe essere fecondo da questo punto di vista provare a pensare il territorio non più come uno spazio fisico ma come il luogo della quotidianità delle persone: non più una Chiesa che presidia un territorio ma una Chiesa capace di entrare nella quotidianità della gente, attraversando i diversi luoghi, reali e virtuali, nella quale essa si dispiega.

Un secondo mutamento mai metabolizzato è il passaggio dei cristiani da maggioranza a minoranza dentro la società. È un mutamento ancora in corso e per questo presenta tratti di ambiguità. Se da un lato infatti la partecipazione alla vita parrocchiale ordinaria scricchiola ovunque, dall’altro la richiesta dei Sacramenti, ad esempio, è spesso ancora alta. Stiamo vivendo il passaggio da un cristianesimo di convenzione a uno di convinzione, ma in alcuni ambiti la convenzione regge ancora. Siamo a metà del guado e questo genera fraintendimenti. Tanti nostri sforzi frustrati derivano dal mancato riconoscimento di questo mutamento in atto, dall’investire ancora troppe energie e aspettative nello star dietro alle richieste della convenzione, a qualcosa cioè che va inevitabilmente estinguendosi. Di contro facciamo ancora davvero fatica a immaginarci Chiesa di minoranza, Chiesa non più al centro di tante dinamiche e iniziative. Facciamo anzi gli scongiuri affinché non accada. Col rischio, anche stavolta, di cambiare tra i lamenti solo quando non avremo alternativa. Occorrerebbe invece fin da ora mandare avanti lo sguardo, provare a immaginare le nostre parrocchie tra vent’anni, quando non ci saranno più molti dei laici che oggi mandano avanti le Caritas parrocchiali e – anche economicamente – gran parte delle nostre iniziative, frequentano le messe feriali, i vespri della domenica pomeriggio, la catechesi per gli adulti; quando la percentuale di partecipazione alla messa della domenica sarà quella delle fasce giovanili di oggi, quando la crisi delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata avrà mostrato tutti i suoi effetti. Non per deprimerci ma per iniziare a chiederci cosa è necessario salvare e cosa lasciar andare di tutto quello che facciamo, su cosa è necessario già da oggi iniziare a investire, quali scelte anche dolorose non è più tempo di rimandare.

Ma come indicava Sergio, la crisi della parrocchia non riguarda solo una carenza di persone e un mutamento delle strutture e della società. Vi è in gioco, molto più in profondità, la domanda su cosa significhi essere cristiani oggi ed esserlo non da soli ma insieme, come comunità cristiana. Un tempo – quando nasce la parrocchia così come la conosciamo – la società, nei ritmi e negli usi, portava ancora iscritti i segni della fede. Fede e cultura andavano a braccetto, la società coincideva con la comunità cristiana. In questo contesto la parrocchia poteva limitarsi a nutrire la fede attraverso i Sacramenti e la catechesi, perché la vita cristiana comunitaria non finiva una volta usciti da Messa ma tutta la vita sociale era vita comunitaria cristiana. Oggi viviamo in un contesto in cui la cultura ha perso il legame con la fede ed è un’illusione pensare che si torni indietro. Oggi quando si esce dai cancelli parrocchiali, ci si ritrova spesso a vivere la propria fede da soli, singoli o famiglie, senza alcun sostegno della cultura, della comunità, della società. Il vero problema, irrisolto ormai da tempo, è allora identificare lo spazio e il tempo in cui vivere la comunità cristiana. La parrocchia, e di questo siamo consapevoli, non può più limitarsi ad offrire Sacramenti e catechesi, perché il contesto è mutato, ma il pezzo che manca facciamo davvero fatica a collocarlo. Cosa significa oggi vivere la comunità cristiana? È sufficiente partecipare alla Messa della domenica? Sì, ma ci si deve anche fermare sul sagrato a salutare? No, bisogna anche partecipare alla salamellata in oratorio? Vivere la comunità cristiana a ben vedere è qualcosa di molto più profondo: significa vivere insieme la fede. Come si fa oggi a vivere la fede insieme, non da soli, nel contesto in cui siamo, in un quotidiano che abita contemporaneamente più luoghi nei quali ci ritroviamo spesso soli ad avere uno sguardo credente, dentro una Chiesa che è ormai minoranza sociale e culturale? Vivere insieme la fede significa ascoltare la Parola, celebrare, festeggiare, ma anche custodire una qualità evangelica nelle relazioni; avere un occhio vigile condiviso che si fa prossimità verso chi è escluso, è nel bisogno, è diverso; un desiderio comunitario di andare ai crocicchi delle strade, che si fa pensiero, condivisione e azione corale; un’attenzione alla vita civile, che si fa voce, proposta comune, contributo nella logica del servizio; uno sguardo che raccoglie diverse prospettive, capace di discernimento e di rimettere tutto nelle mani di Dio Padre. Oggi di tutto questo riusciamo a vivere davvero pochissimo.

Sarà in grado la parrocchia di ripensarsi e reggere queste sfide o abbiamo bisogno di altro?

15 risposte a “Parrocchia: le radici di una crisi (irreversibile?)”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Forse a essere Parrocchia oggi, più che concentrare l’attenzione al campanile dov’è molta meno gente rispetto al passato, entra, vedere la somma di iniziative on line che da Roma vengono diramate con messe, rosari; invito del Santo Padre all’ascolto della Parola e di metterla in pratica singolarmente, ognuno nel proprio quotidiano, così come è in contatto con questo.Es.prima del Covid, nel mio habitat due sorelle una a letto e l’altra ad accudirla, state molto attive presenze in parrocchie, ogni tanto si facevano celebrare da prete amico, la messa. Quando la sorella è rimasta sola e anche lei impossibilitata, a mia volta ho fatto questo è la badante straniera ha manifestato tanto sentire per aver partecipato al rito. E’ stata una idea personale, un gesto di amicizia alla persona, ma non so se potrebbe anche definirsi chiesa in uscita, come on line?. Certo, è una idea che richiede la disponibilità del Clero!!

  2. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    provocatoriamente point out:
    la ns. VERA Festa è la Pasqua di Resurrezione.
    Se proprio si vuole farla del Natale che sia una Festa Personale, intima, privata.. familiare.. di comunità.. che esprima soprattutto il tentativo di farLo nascere nel debole, escluso, emarginato, sofferente, esiliato, carcerato, anziano in RSA.. insomma una famiglia x dove è assente.

    PS. spezzo una lancia per i clerici accusati di essere servi dello Stato.
    Oltre che mancanza di rispetto vs. chi già soffre x le attuali condizioni..
    imo qs. è il contrario di ‘umanità, cioè del xchè Dio si è fatto Uomo.

  3. Carlo Incarbone ha detto:

    Viviamo già la Chiesa di domani: vedi le discussioni di questi giorni sul Natale.
    Come reagiamo? O con rancore per chi pretende il Natale consumistico (ma viviamo già in una società secolarizzata che non sa cosa sia il Natale di Gesù) o cediamo alla rassegnazione per un Natale in tono minore (ma in discussione è il Natale secolarizzato mentre quello di Gesù brilla ancora di più). Così abbiamo l’occasione per vivere da minoranza credente e attiva. Dobbiamo trovare (ma vanno cercati) tutti i modi, i più diversi e i più adatti alla situazione locale, per approfondire e contemplare il senso dei gesti che poniamo e per addobbarci di luci e di carità. Mostriamo che siamo in festa e annunciamo il motivo della nostra gioia, la quale può essere salvezza anche per chi oggi è rassegnato o arrabbiato o ferito e non trova vie di uscita. Così, concretamente, già ora costruiamo la Chiesa di domani anziché cedere allo sconforto senza averne motivo.

  4. Gian Piero Del Bono ha detto:

    La crisi della parrocchia puo’avere anzi già ‘sta avendo uno sviluppo imprevisto:grazie al Covid infatti da ora in poi la gestione delle parrocchie , tipo l’orario delle Messe, quante persone possono entrare alla Messa, se fare o no la Messa,come dare la Comunione , se dare i Sacramenti, se fare i funerali , la e prime comunioni ecc non la decidono piu’,ne’il parroco ne’,i fedeli , e neppure i vescovi, ma direttamente lo Stato, con i suoi decreti. Questo semplifica no? e oltrepassa la colpa del clericalismo . I vescovi e i parroci diventano semplici esecutori dei decreti dell’autorita’civile e i fedeli obbediscono.
    Semplice, no?

  5. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Da non nativa nella Parrocchia dove però vivo da anni, conservo più marcato ricordo di quella d’origine, un paese è diverso da città, un alveo nel quale si sviluppava vita privata e sociale che si rifletteva e incorporava in quella civile,. campanile era segnale in o out, ma esercitava un potere attorno al quale tutt’a la comunità gravitava. Ora c’poco di quella Parrocchia, e Famglia, persa la seconda anche la prima diventa inesistente: la compagna non è la moglie, non è la madre del figlio, così i nonni , non più riconoscibili, genitori di padre e madre, la storia non transita una tradizione. In una società che ama ipocritamente ritenersi ancora “famiglia”, anche la struttura Chiesa ha perso contatto con questa,nuova presenza di comunità., c’è un prete cattolico, ma non basta, se egli parla solo di Cristo, se non lo impersona, Se esiste un freddo burocratico, Denaro e Parola quale civilta dell’Amore?

  6. Quadri Saverina ha detto:

    Crisi irreversibile?
    1) come x il Covid bisognerebbe guardare le curve.. attestate da rilevazioni di decenni. ( Mi interesserebbe sapere come vanno le scuole..)
    2) ma le vera irreversibilità sta nella mancanza di presa d’atto da parte della CC clericale, vedi cosa si è fatto x cambiare, salvo stentorei convegni autocentrati su se stessi.. come ad es molti post qui intorno cu CC&omosex invece su cosa dicono su qs quelli ‘fuori’..
    3) tornando alla Parrocchia, giustamente Gabriele si chiede DOVE oggi sia la ns. ‘oike’.. Ragazzi! I cambiamenti tipo la carne il venerdì perché fu fatto? Non aveva più senso. Io ho appena deciso di sostituire la Messa domenicale con quelle feriali. Ne deduco + che il dove va cambiato il COME. Da regole/chi è Santo/indulgenze/anni santi/santuari/ ecc
    a pecore al Suo servizio. Servi inutili.
    Ad es. quali relazioni tra una Chiesa e le opere d’arte in essa presenti??

  7. Salvo Coco ha detto:

    Innanzitutto rimuovere il clericalismo (c.). 2 i passi preliminari. 1 = estendere il significato del termine. Il c. non è riducibile al mero “peccato” del singolo che abusa della sua autorità, ma ha una dimensione sistemica. Esso permea ogni struttura: la dottrina, il diritto, la liturgia e persino la spiritualità. Il c. come peccato delle strutture ecclesiali, quindi. Scrive infatti Francesco (Lettera al Popolo di Dio – 20/08/2018): “abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita”. La chiesa possiede la coscienza del c. quale peccato strutturale ? Io credo di no. Ne consegue 2 = diffondere la percezione del c. nelle chiese locali. Non è un tema posto all’ordine del giorno. Nessuna iniziativa è in corso. I vescovi ed i parroci, sollecitati dai laici, devono pertanto farsi carico della grave problematica ed iniziare a fare un esame critico ed autocritico.

    • Stefania Manganelli ha detto:

      Vero! E questo (rimuovere il clericalismo) è un passo concreto, irrimandabile, fondamentale. Mi pare che lo Spirito Santo stia soffiando forte in questo senso…anche a giudicare dal Suo commento (in sintonia con altri, non importa se pochi: è la legge del sale e del lievito).

  8. Giuseppe Risi ha detto:

    I due spunti sono molto interessanti e condivisibili: è vero, la parrocchia è ancora troppo legata al territorio inteso come luogo fisico, quando la vita quotidiana (soprattutto dei giovani e degli adulti) è già da tempo altrove. Ma il territorio non credo possa essere del tutto abbandonato.
    Certo che siamo ormai minoranza e dovremmo prenderne atto senza continuare a “sprecare” energie sulla fede di convenzione, che è evidentemente una causa persa. Tuttavia come rifiutare o non coltivare gli approcci più semplici alla fede ed alla comunità che continuano ad esserci?
    Siamo ancora alla parte di critica sull’esistente.
    Attendiamo la pars construens di Sergio Di Benedetto

  9. Stefania Manganelli ha detto:

    Condivido i pensieri e le visioni di questo articolo… ma la conclusione mi sembra un po’ contraddittoria, o forse segno di enorme fatica a liberarsi completamente dalla parrocchia. Ci si chiede infatti “come vivere la fede insieme, come agire coralmente”… a me pare vada ribadita la Comunione ecclesiale che è in Cristo, che ci è data, e che non dipende da quel che facciamo insieme, ma che “dovrebbe” trasparire dal nostro porci nel mondo (nei luoghi/contesti della vita quotidiana), quale manifestazione di vita nuova.

    • Giuseppe Risi ha detto:

      … Bella risposta, ma astratta. Che significa in concreto?
      GR

      • Stefania Manganelli ha detto:

        In effetti faccio fatica ad esprimere la concretezza con le parole… Ma è qualsiasi gesto concreto, o qualsiasi situazione di vita che può far trasparire Cristo che vive in noi. E Cristo non è separato dal Corpo, che è la Chiesa. Un Corpo vivente, qui ed ora, che vive ed opera nei gesti concreti, fatti attraverso i nostri corpi.

  10. claudio bottazzi ha detto:

    In effetti è un grosso problema, in particolare quando si vengono a formare gruppi che crescendo diventano blindati.

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