Parole nuove per nuove vie di condivisione

Adesso che l’individualizzazione dovrà essere necessariamente più marcata, verso dove ci porterà questa transizione? Come si evolverà il concetto di comunità? E quello di solidarietà?
15 Settembre 2020

La pandemia ci ha cambiato: ha livellato, esasperato, smussato, acuito atteggiamenti che già caratterizzavano la nostra società e che da oggi si trasformeranno (e ci trasformeranno) nettamente. L’andamento dei prossimi mesi ci costringerà a ripensare e rimodulare modi di comunicare e di vivere, fino alle più normali regole di comportamento sociale. Solo pochi mesi fa l’idea di passeggiare con la mascherina o salutarsi col gomito era talmente ridicola che non ci sarebbe mai venuta in mente. Mi è capitato, ad esempio, di rivedere una nota sit-com ambientata in California, in cui il protagonista (un brillante giovane fisico dai comportamenti bizzarri) per la sua ipocondria si trova spesso ad igienizzarsi le mani ed a fare quelle che allora sembravano battute sul contatto fisico e la pulizia ossessiva. Riviste oggi, quelle situazioni non sembrano comiche, ma perfettamente ordinarie.

Ancora di più questi cambiamenti entreranno nella nostra dimensione sociale e persino filosofica, costringendoci a ripensare noi stessi, i nostri atteggiamenti e persino i termini da usare per dare i nomi alle cose. Le parole sono importanti, gridava Nanni Moretti in un suo famoso film, e in questi tempi di grande cambiamento anche le parole stanno assumendo significati nuovi. A scuola, per esempio, avrà ancora senso dire “compagni” (dal latino cum panis, coloro che condividono il pane), dal momento che le norme anti contagio prevedono che tassativamente gli alunni non si possano scambiare nulla? Non più scambio di merende, dunque, ma neanche di penne, matite e quant’altro. L’atto del condividere, che già si stava spostando dal reale al virtuale, adesso inizierà ad assumere un senso molto diverso da quello a cui siamo abituati. Non è una questione secondaria per noi cattolici, che nello “spezzare il pane” ritroviamo l’essenza stessa della nostra religione, il pilastro portante di tutta la nostra esperienza spirituale.

Era una tendenza già in atto, ma questa accelerazione paventa una seria crisi anche di quella che abbiamo sempre chiamato comunità. Nella mia lunga esperienza di catechesi e di Pastorale Giovanile ho sempre puntato molto sulla pratica della condivisione (campi scuola, ritiri, convivialità, messa in comune del pranzo, attività di solidarietà, ecc.), ma nel tempo ho visto evolversi significativamente questa idea nell’atteggiamento dei ragazzi: il concetto di “tutti” si è spostato lentamente verso quello di “ciascuno”. Dal canto suo, l’istituzione parrocchia ha gradualmente ridotto le esperienze comunitarie, soprattutto quelle dedicate a bambini e ragazzi, fino in molti casi a farle scomparire del tutto. Del resto, le tutele normative a vantaggio dei minori sono diventate sempre più stringenti e complesse (dalle assicurazioni, alla gestione delle intolleranze alimentari, ecc.) e in pochi hanno avuto la pazienza di restare aggiornati; però si è anche assecondata, io credo, una tendenza all’isolamento che protegge (o iperprotegge?) l’individualità del giovane, regalando a lui l’illusione di avere tutto il mondo a portata di mano e a noi adulti la comodità di non farci carico di molte responsabilità.

Adesso che l’individualizzazione dovrà essere necessariamente più marcata la svolta nella nostra società potrebbe diventare definitiva. Verso dove ci porterà questa transizione? Come si evolverà il concetto di comunità? E quello di solidarietà? Già ad inizio secolo era nato qualche tentativo di pastorale via sms, che prevedeva una trasmissione capillare di contenuti, ma relegava ad un ruolo passivo i destinatari. Un uso consapevole delle tecnologie, invece, potrebbe aprire scenari nuovi, recuperando un sistema di relazioni che altrimenti andrebbe perduto.

Per noi cristiani l’evangelizzazione non è un’opzione facoltativa, ma un impegno quotidiano, che deve essere esercitato soprattutto a beneficio dei più deboli. Non si tratta solo di comunicare, ma di inventarsi nuovi modi di condivisione. Gridare il Vangelo dai tetti potrebbe non essere più sufficiente se non ci sinceriamo che il messaggio arrivi agli interessati: l’importante è che il nostro destinatario non sia pensato come ricettore passivo ma come interlocutore attivo. Questa sarebbe una bella rivoluzione!

4 risposte a “Parole nuove per nuove vie di condivisione”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Un vedersi senza contatto, questo è l’imperativo per togliere potere al coronavirus.Allora perché non sostituire quel darsi di gomito così poco garbato con l’uso della parola? Magari tradurre il How do you do? inglese in altra nella lingua parlata?nessuno porta guanti ma il denaro scorre tra le mani diverse, anche a questo forse necessità di soluzione. Si, per il tempo che dura questo tamponamento da virus è indispensabili modi meno tattici, più l’uso di “gentilezza”, di riesumare il rispetto alla persona,chiunque e in qualsiasi luogo ci troviamo, quello che in questi ultimi anni è stato abolito fino a considerare libertà un abbigliamento minimo senza pensare che anche questo potrebbe favorire il covid. Il ciao come stai?anche telefonico puo essere un cambiamento che non evita il contatto ma anzi lo sta-ristabilisce dando calore di amicizia e preannuncia quel servizio anche .evangelico

  2. giuseppe Risi ha detto:

    Nulla sarà come prima? Eccessivo.
    Con il vaccino finirà l’emergenza sanitaria e molti aspetti della vita ordinaria torneranno (questa estate ne abbiamo visto molti esempi eloquenti), anche nella Chiesa. Ciò che resterà, devastante, sarà una profondissima crisi economica lunghissima, con rischi di tenuta sociale altissimi. In effetti il nostro sistema economico non regge se i popoli (anche quelli cristiani) non tornano a consumare beni. Possiamo discutere su quali beni sarebbe più opportuno consumare, dal punto di vista morale, ma che si debba tornare a consumare abbondantemente non ci sono dubbi. Ciò nel breve-medio periodo. Poi, se riusciremo ad impostare un nuovo sistema economico più “comunista”, in cui ciascuno coopera alla produzione dei beni per quello che può e consuma per quello di cui ha bisogno… vedremo. Su questo la Chiesa non sa ancora dire alcunché, salvo proclami o giudizi generici che non portano a proposte costruttive.

  3. Paola Meneghello ha detto:

    Se passa il concetto che un bambino debba giocare “a distanza”, o debba usare il gel prima di prestare un pennarello, la prima parola che mi viene in mente è disumanizzazione.
    Se è vero che dobbiamo difendere la vita naturale, ricordiamoci ogni tanto che abbiamo anche un sistema immunitario, che se non usiamo, rischia di atrofizzarsi, e poi ricordiamoci le parole del Papa: meglio una chiesa ferita, che asettica e chiusa, in difesa, e proviamo ad applicarle alla nostra umanità, e chiediamoci se per preservarla, non valga la pena di prendersi anche qualche rischio, e non solo guardarsi a vista, perché non si dica che le nostre mani hanno rinunciato a sporcarsi, come qualcuno che è passato alla storia..

  4. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Cambiamenti.. ripensare… Poi:
    “una tendenza all’isolamento che protegge (o iperprotegge?) l’individualità del giovane, regalando a lui l’illusione di avere tutto il mondo a portata di mano e a noi adulti la comodità di non farci carico di molte responsabilità.”
    La spinta all’individualità era già pre_potente.. Oggi il giovane è costretto tra essa e il web ( che gli dà l’illusione di ecc). Imo la transizione in atto va OLTRE la individualità e spinge il giovane a spendersi sul web oppure.. a ritagliarsi il SUO piccolo fidato cerchio di vere relazioni. Tutto qs NON dovrebbe spaventare il cristiano,( anzi! ), che dovrebbe invece riflettere sulle SUE proposte di RELAZIONE. In primis sulla Parrocchia, creata come snodo tra fedeli e tra loro e la CC e forse anche con Dio.
    Oggi? Trasformarla? No. Capovolgerla.

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