Simone Weil è stata una delle figure più feconde di pensiero del Novecento, pur racchiusa in una vita breve (1909-1943: breve, ma certamente intensissima).
Filosofa tra le più originali, difficilmente incasellabile, ha dato una lettura unica del mondo moderno, delle sue contraddizioni, delle sue radici (a partire dal mondo classico) e delle sua dinamiche, arrivando alle soglie della mistica (si pensi alle splendide lettere poi raccolta in Attesa di Dio).
Ora il filosofo tedesco-coreano Byung-Chul Han, interprete acuto del postmoderno e dei fenomenico socio-antropologici figli del neoliberismo, che negli ultimi anni sta bordeggiando anche una lettura dell’universo religioso, dà alla stampe per Nottetempo un libro breve, ma denso, come è nel suo stile: Parlare di Dio. Un dialogo con Simone Weil. E in effetti il sottotitolo è già un’ottima chiave per entrare nel testo, poiché è, di fatto, un pacato ‘corpo a corpo’ con la filosofa francese, di cui lo studioso contemporaneo individua alcuni grandi nodi, che poi titolano i capitoli: Attenzione, Decreazione, Vuoto, Silenzio, Bellezza, Dolore, Inazione.
Si tratta di una costellazione esaustiva che riassume e declina nell’oggi il pensiero della Weil, a partire da alcune grandi intuizioni, alcuni grandi affondi — si pensi al tema centralissimo dell’attenzione — di cui poi Byung-Chul Han dà un aggancio attuale, passando così dal primo Novecento al primo XXI secolo. Ma il filtro di lettura, o meglio, il cuore pulsante delle pagine rimane il ‘tema religioso’, ossia quell’ermeneutica originale, sempre stimolante, che Simone Weil diede del cristianesimo, stando sulle sue soglie, non volendo, come è noto, ad esempio, chiedere il battesimo. Eppure la filosofa comprese benissimo ciò che era il nucleo incandescente dell’opera, della parola e dell’evento del Nazareno, con una libertà che rimane, a oggi, quasi insuperabile; con una singolarità che poche parole bastano a cogliere (utili, dunque, le numerose citazioni di Weil): «Accettare che essi [gli altri] siano diversi dalle creature della nostra immaginazione, vuol dire imitare la rinuncia di Dio. Anch’io sono un’altra da quella che m’immagino essere. Saperlo è perdono».
Byung-Chul Han vede in Simone Weil una maestra di pensiero e di interpretazione dell’oggi; ad esempio, egli coglie (come in parte aveva già fatto in altri libri, come La scomparsa dei riti o Vita contemplativa) nella mancanza di silenzio, nella tendenza del neoliberismo sociale ed economico a soffocare riflessione e tempi lunghi, una della motivazioni della crisi della religione, la quale, invece, necessita di ‘attenzione’, concentrazione, pausa, assenza di rumori: «L’epoca moderna è un’epoca del chiasso. Nietzsche avrebbe potuto dire che è stato il baccano a uccidere Dio». Nel bisogno di difendere il silenzio come spazio del trascendente, ecco che il filosofo contemporaneo recupera la grande lezione di Weil anche sul silenzio di Dio, che ella trova come una delle forme massime di sua presenza «Il silenzio di Dio è più potente e magnifico di ogni parola che, al suo confronto, sarebbe solo baccano» (così Byung-Chul Han).
Molto interessanti sono anche le pagine dedicate alla crisi del pensiero, della poesia e del bello, anche qui forme e attività che richiedono tempi pacati, passi lenti, contro l’accelerazione postmoderna e contro l’autosfruttamento attuale, per cui al ‘bello’ abbiamo sostituito il ‘like’ dei social, in una connessione perpetua. Ne consegue che la crisi dell’arte religiosa è compagna di tutto ciò, mentre «Il Bello è la prova sperimentale che l’incarnazione è possibile» (appunto splendido di Simone Weil).
Significative pure le note attorno alla algofobia (paura del dolore) che oggi è matrice di molta economia, mentre già Weil trovava nel dolore come manifestazione dela natura propria umana una della grandi rivelazioni del cristianesimo.
Pagine da meditare, dunque, per calare nel qui e ora le provocanti e umanizzati riflessioni di Simone Weil, in connubio con le ‘denunce’ sociali e i pensieri mai banali di Byung-Chul Han.
Byung-Chul Han, Parlare di Dio. Una dialogo con Simone Weil, Milano, Nottetempo, p.126, €16
— si pensi al tema centralissimo dell’attenzione —
Sinceramente ho letto articolo velocissimamente, ma colta la frase sopra copiata, non la più importante del ricco articolo, ma esistenziale e che in questo momento mi riguarda.
Perciò, desidero trascrivere la frase che oggi mi ha toccata nel vivo del mio quotidiano:
«Bisogna accettare tutto, ogni cosa, senza eccezione alcuna, in sé e fuori di sé, in tutto l’universo, con lo stesso grado di amore; ma il male in quanto male, il bene in quanto bene.»
Simone Weil
Mi colpisce di questa mistica del pensiero quel “Bisogna accettare tutto…con lo stesso grado di amore”.
Buonaserata, e grazie!
Sr Carmela