“Ma Carlo Acutis non sbagliava mai?”

Pensare alla santità come perfezione impedisce di cogliere la reale grandezza della testimonianza dei Santi: vivere fallimenti, fatiche e debolezze senza smettere di lasciarsi attraversare dallo sguardo di Gesù.
19 Ottobre 2020

“Ma Carlo Acutis non sbagliava mai?”

È la domanda che mi ha rivolto un mio studente al termine di una lezione in cui ho presentato alla classe la figura del fresco Beato milanese. Avevo preparato con cura quel momento, cercando di evitare il rischio di fare di Carlo un santino oleografico ridotto alla descrizione delle sue devozioni – su suggerimento del bell’articolo di Alessandro Di Medio su agensir.it – dando spazio al racconto della sua umanità quotidiana, così come si dà, intesa come luogo privilegiato in cui Dio opera nella nostra vita – come sottolineava qualche giorno fa Gilberto Borghi qui su Vinonuovo.it.

Poi quella domanda, quasi stizzita, che mi ha spiazzato: “Carlo Acutis non sbagliava mai?”. “Evidentemente sì!” mi è venuto spontaneo rispondere “Carlo era un ragazzo di quindici anni del tutto normale, santo proprio perché normale”. Eppure dall’espressione perplessa del mio studente ho capito di non averlo per niente convinto. Ho avuto la sensazione che percepisse come se alla vicenda di Carlo, nonostante la mia insistenza sull’umanità, la quotidianità, la vicinanza storica e contestuale, mancasse qualcosa di essenziale per apparire credibile: il confronto col limite, col fallimento, con la fragilità.

Effettivamente in quello che ho letto su Carlo ho trovato pochissimi cenni a questi aspetti della sua vicenda. Pur nel contesto di quotidianità e normalità che la contraddistingue infatti, l’accento è quasi sempre posto sulle sue capacità, i suoi meriti, la sua serenità, la sua costanza, la sua sensibilità… Chiedersi se Carlo non sbagliasse mai significa domandarsi: questo ragazzo quindicenne Beato, di cui siamo grati di poter celebrare le virtù e le qualità umane e cristiane, non viveva fatiche, tentennamenti, momenti di dubbio, delusioni, arrabbiature? E soprattutto: come le viveva? Uscendone sempre vincitore, sicuro, a testa alta? Oppure ha fatto anche lui esperienza di cosa significhi non riuscire, deludere le aspettative, scontrarsi con gli ostacoli che la nostra umanità ci pone?

La domanda è più profonda di quello che sembri e mette in gioco l’idea che abbiamo di santità. Credo ci sia un grande equivoco da questo punto di vista: ritenere che la santità abbia a che fare con la perfezione. Pensare ai Santi come a gente sempre capace di dare il meglio di sé, di prendere le decisioni giuste, di essere all’altezza di ogni sfida, il tutto a costo zero, senza dubbi o tentennamenti, perché un Santo non ha di queste indecisioni.

Pensare alla santità in questi termini impedisce di cogliere la reale grandezza della testimonianza dei Santi. Essa non sta in una vita distante da fallimenti, fatiche e debolezze, ma nel vivere tutto questo senza smettere di lasciarsi attraversare dallo sguardo di Gesù. I Santi sono persone che hanno condiviso in tutto i travagli e le fatiche delle donne e degli uomini del loro tempo, le hanno però vissute non da soli ma sempre dentro la relazione col Padre. Una relazione capace di trasfigurare la loro umanità, facendoli diventare segni dell’amore di Dio dentro i travagli della storia. Ciò che è davvero interessante cogliere nella loro testimonianza allora è come la loro umanità fragile, limitata, piena di dubbi, si sia lasciata plasmare da un amore più grande. Cosa questo amore sia stato capace di fare in quell’umanità, per niente diversa da quella di tutti.

Carlo era un ragazzo del tutto normale, che ha vissuto tutto quello che vive un quindicenne di oggi, respirando ciò a cui è esposto, condividendo stili, paure, modi di pensare… Ma l’ha fatto dentro l’abbraccio d’amore del Padre. Quello che di Carlo allora è decisivo conoscere per cogliere la grandezza della sua testimonianza è, ad esempio: cosa ha voluto dire per lui vivere l’impegno, la fatica, l’ansia per lo studio tenendo fisso lo sguardo su Gesù? Cosa ha voluto dire essere in terza media e dover scegliere la scuola superiore tenendo fisso lo sguardo su Gesù? Cosa ha voluto dire vedere il proprio corpo trasformarsi, cambiare, provare emozioni e sensazioni nuove, tenendo fisso lo sguardo su Gesù? Cosa ha voluto dire vivere le dinamiche relazionali tipiche dell’adolescenza, con il carico di emotività, desiderio di riconoscimento, amicizia, rivalità, tenendo fisso lo sguardo su Gesù? Cosa ha voluto dire appartenere alla società dei consumi, dell’apparenza, dei reality show, tenendo fisso lo sguardo su Gesù? Cosa ha voluto dire essere un bel ragazzo, che le compagne notavano – come racconta Padre Roberto Gazzaniga, insegnante di Carlo, in un’intervista al Corriere – tenendo fisso lo sguardo su Gesù?

Credo che quel mio studente, con la sua domanda, in fondo desiderasse una testimonianza così. Qualcuno capace di dirgli: quello che vivi tu l’ho vissuto anch’io, ho sperimentato le tue stesse fatiche e fragilità, ma proprio dentro lì ho scoperto uno sguardo d’amore che non si ritrae, ti abbraccia col tuo limite e ti cambia la vita.

3 risposte a ““Ma Carlo Acutis non sbagliava mai?””

  1. Giovanna Ledda ha detto:

    Io credo , per il mio semplice e modesto parere , che il Cristianesimo non si identifichi con un stile ma con un agire specifico . È qualcosa che nasce dal nostro cuore , che cresce con gli anni quando hai un giusto esempio di valori e di educazione ai valori . Essa nasce e cresce nell’ambiente familiare, scolastico e parrocchiale , naturalmente il tutto attinente alla nostra realtà, conforme insomma alla nostra era . È vero che i principi e i valori non cambiano sono sempre gli stessi negli anni , ma cambiano i modi e i metodi di proporli . I valori e i principi non mutano nei secoli ma mutano le strategie nel presentarli ai tempi d’oggi .

  2. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Forse nella domanda c’è anche esigenza di saperne di più di tutto quanto messo in luce a farne modello di Santita proprio quel quotidiano essere nella normalità come le tante altre cose condivise tra coetanei, es cosa non gli piaceva, non condivideva,il non….., il diverso pensare, ,se provava solo certezze in quel che faceva e non anche incertezze, debolezze comuni …Forse la domanda non si accontenta della presentazione di icona solo perfetta, da accettare come viene presentata, ma si vuole capire quanto simile compagno di classe fosse diverso dalla maggior parte. A 15 anni si è nella fase di vita portati a scoprire, a conoscere se stessi e il mondo. È’ stato presentato dalla Chiesa ai giovani di oggi nella immutabile maniera come di quelli vissuti in passato, e oggi che tutto si pretende sottoposto a personale Libero parere, dà ragione della domanda.

  3. gilberto borghi ha detto:

    La domanda del tuo studente è davvero molto più profonda di quanto sembri. Mette in questione se la santità sia più qualcosa da fare o non fare o più il come fare o non fare. E in radice, questo mette in questione se il cristianesimo si identifichi con uno stile o con un agire specifico.

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