Lo splendore nell’oscurità

Una pagina del Vangelo, le nostre categorie di bene da rivedere e il valore dell'esperienza
29 Marzo 2022

La memoria annuale della Pasqua del Signore si avvicina, ed è un ‘vangelo’ che rivela ancora una volta la potenza dell’amore che attraversa la morte, il fallimento, che supera l’autoreferenzialità e si consegna per germogliare nella definitività. Di questa “buona notizia” – nella contingenza storica, sociale, politica che stiamo vivendo – se ne percepisce fortemente il bisogno. Potremmo quasi dire che siamo provocati a osare una fiducia, una consegna di noi stessi e delle nostre aspettative, che va ben oltre previsioni, paure, attese, auspici. Abbiamo radicalmente bisogno di ridisegnare l’orizzonte della nostra speranza, non usando il righello delle nostre comodità e delle nostre abitudini, ma allargando lo sguardo a un mondo, un’umanità che chiedono potentemente di essere restituite alla loro dignità, all’interrelazione virtuosa dei fini, all’effettiva a condivisione di beni e risorse. A una pace che non è la ‘santa pace’ di chi vive stando rintanato nel suo nido.

Mi piace tornare alla pagina del quarto vangelo (Giovanni) che la liturgia ambrosiana consegna nella quarta domenica di Quaresima, raccontando la vicenda del cosiddetto “cieco nato”. Il testo è abbastanza lungo, ci limiteremo a due sottolineature.

La domanda dei discepoli a Gesù – che identifica l’origine della malattia in un comportamento morale sbagliato – a noi oggi risulta probabilmente scarsa di significato. Nella cultura giudaica, e quindi anche nella cultura biblica, la malattia è la forma visibile del giudizio attuale di Dio: il giusto castigo dato a chi si pone in conflitto con la Legge e la Parola. La smentita di Gesù, e la conseguente affermazione che quella malattia avrebbe “manifestato le opere di Dio” non rende la cosa più semplice. Potremmo chiederci: a cosa corrisponde una vita sana e ‘buona’?

La fragilità intrinseca dell’umano impone continuamente di rileggere le categorie di ‘bene’ e di ‘positività’, non certo per tentare contorsionismi filosofici che giustifichino il dolore, il limite, la contraddizione, il buio del significato dell’esistenza. Per qualche imperscrutabile mistero Dio è capace di far risplendere la sua gloria anche nelle circostanze più impossibili. Ma quale responsabilità abbiamo noi esseri umani se non viviamo con perseverante compassione la sofferenza altrui, anzi magari la provochiamo per egoismo, grettezza, timore di perdere ciò che è ‘nostro’? Quanto siamo capaci di interrogarci riguardo l’autenticità della nostra persona, delle relazioni che viviamo, della vita spirituale? Cosa ci sta portando a vedere, sentire, il tempo che stiamo vivendo?

Il racconto prosegue: Gesù compie un’azione taumaturgica, il giovane si fida della sua parola e… si ritrova accusato di menzogna e falsità! È la logica propria del cammino di fede: l’esperienza. La fede non scaturisce da ‘buone parole’, né dalle affermazioni e dai dogmi, per quanto veri possano essere. La fede nasce da un’esperienza, più precisamente da un’esperienza che fa cambiare prospettiva a chi l’abbia vissuta, conducendo una persona di là del suo normale modo di vedere e di intendere le cose. Il giovane cieco acquista la vista in due accezioni: quella chiaramente fisica e quella spirituale, poiché quest’esperienza lo fa letteralmente rinascere. Cosa che non accade a nessuno degli altri intervenuti all’evento miracoloso.

Le esperienze drammatiche, dolorose e angoscianti di queste settimane, ma più profondamente degli scorsi mesi e degli anni precedenti (perché la destabilizzazione politica, economica, sociale è il venire a galla di logiche vecchie e perverse), che accomunano in modo assolutamente inedito tutta l’umanità, tutte le relazioni, tutte le scelte attuali e prossime, possono assumere un significato profondo di ‘conversione’ e forse guarigione per noi e per l’umanità, a condizione che esse diventino fonte di un rinnovamento, di una rinascita che sappia venire ad una luce nuova attraverso cui vedere, nella quale avere il coraggio di un discernimento su come vogliamo vivere in questo mondo, non nell’illusione di un potere che non abbiamo, ma nell’obbedienza ad un compito che ci è dato. Anzi, nell’obbedienza lieta a una Grazia che, come luce, ti sorprende risplendendo dove meno te l’aspetti.

Una replica a “Lo splendore nell’oscurità”

  1. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Ci siamo chiesti, mia moglie e io. Come e se fosse possibile un futuro mondo di pace.
    Oltre la risposta personale.
    Una risposta.
    Riuscire a mettere insieme Nazioni che si impegnino a vivere nella Pace.
    Interna.
    Ma anche con gli altri.
    Kosovo/Iraq/Afghanistan/Africa docet..
    Ci riuscirete, giovani del futuro?

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