Le ombre di un mondo chiuso. Ribellarsi si può

La "Fratelli tutti" analizza i muri che rendono il nostro mondo egoista, discriminatorio, conflittuale. E invita ad abbatterli
12 Ottobre 2020

In Africa ci sono 30 Stati e 275 soggetti (milizie-guerrigliere, gruppi terroristi-separatisti-anarchici) coinvolti in conflitti. In Asia 16 Stati e 185 soggetti. In Europa 9 Stati e 83 soggetti. In Medio Oriente 7 Stati e 261 soggetti. Nelle Americhe 7 Stati e 32 soggetti, compresi i cartelli della droga. Totale degli Stati coinvolti nelle guerre: 69. Totale dei soggetti coinvolti: 843.

Nei giorni scorsi sono stati assegnati i premi Nobel e tra l’altro ci hanno ricordato che esistono ambiti della ricerca e del sapere sempre più alti, specializzati, non solo inarrivabili, ma semplicemente incomprensibili ai più, me compresa: il Nobel per la fisica a due scienziati che studiano i buchi neri, quello per la chimica a due scienziate che tagliano, sostituiscono e riscrivono il Dna. Poi però il Nobel per la pace va – e meno male! – al Wfp, il programma mondiale per l’alimentazione. Perché sì, mentre c’è chi riscrive il Dna, nel mondo ci sono anche circa 820 milioni di persone che non hanno avuto cibo a sufficienza (dato del 2018, in crescita rispetto ai due anni precedenti).

Come è possibile che tutto questo stia assieme? Come possiamo da una parte vivere la guerra mondiale a pezzi e permettere che la gente soffra la fame, e dall’altra ammirare i sempre più profondi progressi della scienza e della tecnica? Perché il progresso non porta benessere? O forse la domanda è: perché i successi scientifici e tecnologici non diventano progresso per l’uomo?

Il primo capitolo della “Fratelli Tutti” si intitola “Le ombre di un mondo chiuso” ed è un invito a fare i conti con queste domande. È una lettura un po’ amara, ma non pessimista, del contesto in cui viviamo.

L’espressione “terza guerra mondiale a pezzi”, presente anche nella “Fratelli Tutti”, è stata usata per la prima volta da papa Francesco nel 2014 per indicare la conflittualità aperta che travolge il mondo, ma anche la conseguente instabilità, che porta povertà, migrazioni forzate, malattia, violenza sulle donne eccetera. Una condizione in cui siamo immersi e che è legata ad una serie di fattori diversi, ma riconducibili alle “ombre di un mondo chiuso”, appunto, ai muri, ai fili spinati reali e metaforici che dividono uomini, gruppi sociali, nazioni.

I muri dell’economia

Negli anni della globalizzazione, ad aprirsi al mondo sono state la finanza e l’economia, che tra l’altro hanno imposto un modello unico: neoliberista sul piano economico; individualista, competitivo e consumista sul piano culturale. «Il mondo avanzava implacabilmente verso un’economia che, utilizzando i progressi tecnologici, cercava di ridurre i “costi umani”, e qualcuno pretendeva di farci credere che bastava la libertà di mercato perché tutto si potesse considerare sicuro» (33).

E così dal 1990 le disuguaglianze nel mondo sono raddoppiate: l’1% della popolazione di 18 Paesi, tra cui Stati Uniti, Russia, India e Brasile, detiene oltre il 20% della ricchezza mondiale e, se il 90% della popolazione europea può godere di almeno un regime di protezione sociale, questa percentuale scende a meno del 15% in Africa.

Questo tipo di modello economico, tra l’altro, toglie significato a concetti fondamentali, come “democrazia”, “libertà”, “giustizia”, “unità”, parole ormai utilizzate come «strumenti di dominio, come titoli vuoti di contenuto che possono servire per giustificare qualsiasi azione» (14). Perfino l’Amazzonia e i suoi popoli vengono attaccati e distrutti nel nome di queste parole, mentre l’unica ragione riposa sotto l’etichetta di “speculazione” e “ricchezza di pochi”.

I muri della politica

Erge muri l’economia, dunque, ma ne erge – e tanti – anche la politica, che alimenta quella perdita di speranza e di fiducia nel futuro, da cui nasce la paura su cui si fondano le discriminazioni contro i migranti, ad esempio. «Oggi in molti Paesi si utilizza il meccanismo politico di esasperare, esacerbare e polarizzare. Con varie modalità si nega ad altri il diritto di esistere e di pensare, e a tale scopo si ricorre alla strategia di ridicolizzarli, di insinuare sospetti su di loro, di accerchiarli» (15). Sostituendo muri al dialogo e al confronto si attraggono consensi basati sulle emozioni, ma soprattutto si rendono tutti più obbedienti: se non credi nei diritti e nella giustizia, se pensi che non esistano alternative allo status quo, perché tanto “sono tutti uguali”, eviterai di disturbare il manovratore.

Politica ed economia contribuiscono ad erigere anche muri sociali: rendono accettabile lo sfruttamento dei lavoratori, la negazione della dignità delle persone e dei loro diritti, la diffusione della “cultura dello scarto”, quella che permette di considerare alcune parti dell’umanità “sacrificabili”, «specie se povere o disabili, se “non servono ancora” – come i nascituri –, o “non servono più” – come gli anziani» (18).

La cultura dell’incontro

Muri. A causa dei quali «i sentimenti di appartenenza a una medesima umanità si indeboliscono, mentre il sogno di costruire insieme la giustizia e la pace sembra un’utopia di altri tempi». Abbiamo dimenticato che siamo sulla stessa barca e neanche la pandemia è stata sufficiente a ricordarcelo. O almeno a tirare le conseguenze di questa constatazione di fatto.

Questo è il messaggio che “Fratelli tutti” dice e ripete più volte”: «L’isolamento e la chiusura in se stessi o nei propri interessi non sono mai la via per ridare speranza e operare un rinnovamento, ma è la vicinanza, è la cultura dell’incontro. L’isolamento, no; vicinanza, sì. Cultura dello scontro, no; cultura dell’incontro, sì»(30). Perché vivere insieme non solo è necessario, in quanto risponde ai bisogni più profondi dell’uomo, ma è anche bello. Ed è questa bellezza che dobbiamo scoprire, impegnandoci ogni giorno per «far proprie le lotte e le conquiste delle generazioni precedenti e condurle a mete ancora più alte». È un cammino, un progetto e anche un ribellione.

 

Una replica a “Le ombre di un mondo chiuso. Ribellarsi si può”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Al n.13 spiega”decostruzionismo” per cui la libertà umana pretende di costruire tutto a partire da zero.Forse oggi ci troviamo proprio nella situazione ipotizzata, di non far tesoro del passato ma guardare solo al futuro di modo che tutto incominci con le idee di alcuni,con piani proposte nei quali riporre fiducia. Andiamo in voli extraterrestri e il pianeta sta deflagrando(si estrae gas dal sottosuolo come succo da un limone).Si parla di stato democratico e poi si restringe il potere in mano di pochi, cui necessita essere serviti senza porre opposizione.Il coronavirus evidenzia questo agli occhi del semplice cittadino che non rinunciando a una proprio criterio di giudizio si domanda dove si sta andando.Liberta, giustizia, unita?Solo parole vuote di contenuto a giustifica di interessi alieni al bene comune.Ansia di disporre di denaro, genera diffidenza,paura circa l’uso al bene comune.Grazie a questa Lettera, apre il cuore e la mente dei fedeli che la leggono.

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