La solitudine dei figli maggiori

Il recente dibattito sulla questione del celibato deve farci considerare quella che qui analizziamo come “la solitudine dei figli maggiori”...
3 Marzo 2026

Da domenica 22 febbraio a domenica 22 marzo 2026, per commemorare gli 800 anni del transito di San Francesco d’Assisi, per la prima volta nella storia, i Frati Minori hanno organizzato una prima ostensione pubblica delle spoglie mortali del patrono d’Italia. La sua figura, da sempre celebrata e ammirata nel mondo intero, ispiratrice del dialogo tra le religioni voluto da Giovanni Paolo II e del nome e del ministero di papa Francesco, con questo centenario è al centro di celebrazioni, iniziative e pubblicazioni varie.

“Francesco d’Assisi? Non riesco a comprendere come possa essere additato a modello di vita cristiana un uomo che ha abbandonato e rinnegato suo padre, sua madre e la sua famiglia!” – questa la considerazione, sofferta, di una madre di famiglia. Se è vero che nei Vangeli Gesù stesso invita a lasciare la propria famiglia di origine per le esigenze del Regno di Dio (cfr. Lc 14, 25-27), è anche vero che questo passo non deve intendersi come rivolto esclusivamente a coloro che fanno una scelta di speciale consacrazione, assumendo voti di castità o promesse di celibato e rinunciando a costituire una propria famiglia. Questo passo deve essere inteso come rivolto a tutti, con un invito ad una priorità nella sequela di Dio, alla quale devono essere subordinati anche gli affetti più cari.

Il ragionamento su un Francesco “traditore degli affetti più cari e trasgressore del comandamento che invita ad onorare il padre e la madre” ci invita ad un ascolto del punto di vista opposto a quello che siamo soliti assumere. A ben vedere le stesse parabole, se siamo attenti, si prestano a dar voce a questi punti di vista “altri”. Così, pare condivisa da molti la perplessità degli operai della prima ora che sono pagati come quelli dell’ultima (cfr. Mt 20, 1-16). Don Tonino Bello commentava con sofferenza l’egoismo pragmatico delle vergini sagge, risolute nel non condividere il proprio olio con le vergini stolte (cfr. Mt 25, 1-13). E cosa dire dell’approvazione di Gesù nei confronti della scaltrezza dell’amministratore disonesto? (cfr. Lc 16, 1-8).

Una tra le parabole più conosciute è la parabola finale delle tre parabole “della misericordia” narrate nel capitolo 15 del Vangelo di Luca. Già nella proposta del titolo i commentatori spostano i riflettori sui vari attori definendola “parabola del figliol prodigo”, “parabola del padre misericordioso”, “parabola dei due fratelli”. L’attenzione è dunque in primis sul figlio minore, poi sull’atteggiamento accogliente del padre, infine sullo sdegno del figlio maggiore. Anche nell’iconografia viene tradizionalmente rappresentato l’abbraccio tra il padre e il figlio minore; il fratello non viene rappresentato. Celeberrimo il dipinto di Rembrandt, dove le mani del padre sulle spalle del figlio hanno le fattezze di una mano maschile e di una mano femminile: a significare i sentimenti di paternità protettiva e al tempo stesso di amore materno viscerale che sono riportate nelle pagine bibliche del Dio che si rivela, al tempo stesso, con le caratteristiche di un Padre e di una Madre.

Quali sono i sentimenti del figlio maggiore, scaturiti dal suo dialogo con il padre? Sconcerto, amarezza, rabbia, sdegno, forse invidia. Tutti noi, ascoltatori della parabola e spettatori degli atti che il racconto mette in scena, ci sentiamo portati a parteggiare per il padre e per il suo atteggiamento accogliente nei confronti del figlio minore e critichiamo la reazione del figlio maggiore. Nella risposta del padre è per noi scritta la “sentenza” che caliamo sul figlio maggiore: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto quello che è mio è tuo!”. Ecco! Non è vero che il padre non ha mai concesso un capretto al figlio maggiore per fare festa con i propri amici! È il figlio maggiore che non ha mai ritenuto di chiedere al padre quello che il padre gli avrebbe concesso senza indugio, come d’altronde aveva fatto verso il figlio minore!

Mettiamoci ora nei panni del figlio maggiore. Egli non è mosso da un sentimento oscuro di invidia nei confronti del fratello; è invece percorso da un grido profondo che reclama giustizia. Egli ha sempre seguito le regole, è stato ligio ai suoi doveri, ha sempre reso al padre quel rispetto che la legge richiede. Ora che il fratello, dopo essersi divertito e aver dilapidato il patrimonio che gli spettava, è tornato, questi è stato accolto con una grande festa. Ma la ferita più grande che il figlio maggiore subisce non è tanto verso una ingiustizia che egli sente di aver subito; quanto è quella di non sentirsi compreso da quel padre che egli ha sempre rispettato. Quello che lo devasta non è dunque lo sconcerto, non è lo smarrimento, non è neppure la sofferenza che egli dimostra con la sua ribellione piena di amarezza; è, sicuramente, il suo senso di profonda solitudine che lo travolge.

La parabola dunque, oltre a raccontarci la traiettoria da una vita dissoluta ad una nuova opportunità di rinascita per il figliol prodigo; oltre a raccontarci le caratteristiche misericordiose di un padre che assume i tratti degli stessi sentimenti e atteggiamenti che sono quelli del Padre di cui ci parla Gesù; ci racconta anche il dramma del figlio maggiore che si sente incompreso e tradito da parte del padre. La solitudine del figlio maggiore.

Facciamo un’attualizzazione a partire dal dibattito che è stato ravvivato dalla scelta del “prete influencer”, don Alberto Ravagnani, di lasciare il ministero. Coloro che, come lui, preti, consacrati, monaci e suore abbiano scelto di “dismettere l’abito” non necessariamente sono paragonabili alla figura del figliol prodigo, per tanti motivi. I

Il primo è che difficilmente, forse solo in rarissimi casi, chi lascia se ne va con “la cassa” dei conti bancari. La cosa potrebbe accadere solo a qualche superiore di qualche istituto che abbia in effetti accesso a conti milionari. In alcuni casi chi lascia ha la possibilità di garantirsi il pane, o grazie a sue pregresse risorse economiche, o grazie all’appoggio della sua famiglia di origine o di quella che si va a costituire, o grazie ad una attività lavorativa già in essere o che parte al momento del passaggio da uno stato di vita ad un altro. In moltissimi casi invece chi lascia si trova a vivere anni di precarietà, perché a 40, 50 o 60 anni deve industriarsi nel mercato del lavoro e reinventarsi, non essendo i suoi cinque o sette anni di studi universitari in teologia spendibili nel panorama lavorativo italiano, ad eccezione dell’eventualità di essere accolto come insegnante di religione cattolica nelle scuole statali. Altro motivo che non allinea tali persone alla figura del figliol prodigo: il “ritorno alla casa del padre” non deve essere inteso come richiesta di rientrare nel ministero (casi rarissimi) o calcolo interessato o come pentimento per un male prodotto. Si tratta, piuttosto, di richieste ad essere riconosciuti come figli appartenenti all’unica famiglia di origine, quella della comunità ecclesiale.

È qui che entra in campo la sofferenza e il dramma dei figli maggiori. Questi sono quegli ex “confratelli” o ex “consorelle” che sono rimasti, fedeli, nel ministero loro affidato. E che vivono il disagio, la sofferenza, il rifiuto verso una possibile accoglienza dei “figli minori” che vorrebbero essere riconosciuti e accolti nuovamente in famiglia. Queste persone, vivono, dunque, la SOLITUDINE DEI FIGLI MAGGIORI.

Perché il dibattito sulla possibilità di abolire l’obbligatorietà del celibato, su quello del rivedere il sistema di rinnovamento delle promesse dello stesso, ogni giovedì Santo durante la solenne messa crismale o quello di ripensare i “voti perpetui” dei consacrati, monaci o suore, dando loro la possibilità di “uscire dai ranghi” senza restare per la strada rischiando la fame, vengono vissuti con sofferenza e smarrimento da parte dei “figli maggiori”?

“Si è sempre fatto così, perché bisogna cambiare?” “Io ho sofferto, mi sono adeguato alla legge, mi son dovuto “reprimere” e controllare, ho rinunciato a costituirmi una famiglia con coniuge e figli… perché chi vuole fare questa scelta dovrebbe essere riammesso in famiglia?” In effetti, nelle statistiche, non è il clero celibe a chiedere il ripensamento del celibato.

Qual è il dilemma del padre? Può rischiare di perdere o vedere allontanarsi o non avere più il riscontro del rispetto, dell’obbedienza, da parte dei suoi “figli maggiori”? Non può correre questo rischio. Per questo coloro che hanno la responsabilità delle diocesi o degli Istituti religiosi (vescovi, Padri superiori o  Madri superiore) non possono permettersi di “riaccogliere nel gregge” a braccia spalancate coloro che hanno fatto la scelta di lasciare il ministero.

Tanto più, è difficile per loro spendersi senza riserve per trovare dei percorsi lavorativi che permettano a chi lascia (e alle loro famiglie) di vivere in maniera dignitosa. Se dovessero far questo, potrebbero rischiare non solo la ribellione ma anche l’emulazione dei “figli maggiori”, tentati, a questo punto, di imitare le scelte di chi ha lasciato.

Chiudiamo questa nostra riflessione passando dalla considerazione di una solitudine “psicologica”, quella dei figli maggiori che si sentono traditi dai padri, ad una solitudine effettiva. C’è una vignetta celeberrima, intitolata “la solitudine del prete”, dove viene illustrato un ministro che viene tirato per la tonaca da tutte le parti, per l’impegno di una miriade di attività parrocchiali che lo terrebbero sempre occupato. La vignetta, che vorrebbe suggerire l’idea che il prete non è mai solo, perché sempre circondato da persone nei suoi vari impegni, non può negare quella che è invece la realtà.

Questa solitudine, ad una attenta analisi, non è solo quella della rinuncia ad una famiglia. Ha anche, non raramente, altri livelli. Può divenire una solitudine affettiva, perché l’impegno a non legarsi a nulla e a nessuno può inaridire chi porta avanti questo sforzo negando e sopprimendo ogni tipo di sentimento. Può essere una solitudine di classe, quando a volte il rapporto con i “confratelli” o con le “consorelle” si dovesse rivelare superficiale e non veramente fraterno. È, senza dubbio, in maniera radicale, una solitudine sistemica ed inevitabile, quando l’impostazione delle comunità non è quella di una condivisione responsabile di tutti i suoi membri, pur nella varietà e nell’articolazione dei compiti e dei ministeri, ma è, fondamentalmente, quella di “un uomo solo al comando” dal quale, di fatto, dipende l’ultima parola e la decisione finale su tutta la gestione delle linee e delle attività comunitarie.

Questa solitudine cronica è naturalmente in proporzione esponenziale sempre più ampia e pesante, man mano che si sale nella scala gerarchica e nelle responsabilità connesse ai ruoli ed è naturalmente umanamente dolorosa e va affrontata non solo con le motivazioni spirituali, quelle legate alla vocazione, al mandato, alla missione, al servizio; anche l’apporto delle scienze umane può essere di aiuto, dando supporto psicologico e gli strumenti per riconsiderare e rifondare le motivazioni di partenza che possono risultare non più sufficienti a reggere il peso di questa solitudine. Così, un padre spirituale di un Seminario Maggiore teologico italiano, affermava ai candidati agli Ordini Sacri: “Ragazzi, non c’è solitudine più grande, rispetto a quella che possa sperimentare un prete, che la solitudine che vivono i vescovi!”

Se la “carriera ecclesiastica” fosse fonte di potere e di ricchezze come può avvenire per il CEO di una grande Società, non ci sarebbe da stupirsi per il gradimento che questa riscuote. Ma se parliamo di servizio e di peso delle responsabilità, è logico che la solitudine di chi è più in alto è incolmabile rispetto a quella di chi è nei gradini precedenti (cfr Mc 10, 43-44; Mt 20, 26-28).

Rispettiamo dunque e accompagniamo chi vive queste solitudini.

E non stupiamoci neanche della “solitudine dei figli maggiori”.

Una risposta a “La solitudine dei figli maggiori”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Ma forse anche questa parabola del padre che è genitore di entrambi i figli vuole solo far luce su quanto grande e l’amore di Dio verso ogni condizione l’uomo si venga a trovare, quando cade vittima di una delle tante povertà, come si dimostra anche nella parabola dei lavoratori a giornata,a ore che Egli ritiene di dare a tutti la stessa paga, che sembra non corrispondere a giustizia, come la rimostranza fatta presente dal figlio maggiore. Dio ha tanto amato il mondo, l’uomo, da mandare e sacrificare il suo Primogenito Gesù Cristo, a salvare questi fratelli minori, che siamo tutti noi. Quanto un genitore che ama i propri figli, amore materno, non è capace per amore di apparire”ingiusto” quando da di più al figlio più debole, vuoi per perdonarlo anche di più, o perché non è capace di condurre e gestire la propria vita! Lo ama come l’altro è il suo amore non può seguire certo ragionare, quel suo amore e più grande, tende a sempre aiutare il figlio a rialzarsi.

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