Il sogno – eretico? – di Hans Küng

«Servirmi solo della mia lingua e del mio modo di pensare, significherebbe rinunciare a priori a una vera comprensione dell’altro. Se, invece, si giunge a pensare in più lingue, si può avvertire spesso una sintonia dove un altro s’attende una cacofonia»
11 Aprile 2021

Nel tardo pomeriggio del 6 aprile abbiamo appreso la notizia della morte del teologo Hans Küng. La reazione della stampa italiana era facilmente prevedibile, in un senso (positivo) o nell’altro (negativo). Come abbiamo verificato il giorno successivo, il teologo svizzero è stato da una parte esaltato (secondo alcuni osannato) e dall’altra biasimato, per le stesse (presunte) caratteristiche del proprio operato teologico: progressista, scomodo, controcorrente, critico, ribelle (soprattutto verso il Papa), addirittura eretico. Ed eretico è stata una parola che è risuonata ancora di più sui social, anche per accusare di ‘diffusione di eresia’ chi, come VinoNuovo stesso, stava semplicemente facendo memoria di una figura teologica del XX secolo che ha fatto anche del bene alla Chiesa Cattolica – come riconosce  la stessa Pontificia Accademia per la Vita in questo tweet: «Scompare davvero una grande figura nella teologia dell’ultimo secolo, le cui idee e analisi devono fare sempre riflettere la Chiesa, le Chiese, la società, la cultura».

Un’accusa, quella di eresia, decisamente fuori luogo. Lo ha ricordato correttamente Sergio di Benedetto su facebook: «si parla di un sacerdote, a cui fu tolta [nel 1979] la cattedra di dogmatica, ma che non venne né sospeso a divinis né scomunicato», per cui «stando al Codice di Diritto Canonico (can. 1364), non essendo stato scomunicato, non era stato giudicato eretico. E viceversa». A tal proposito mi verrebbe da aggiungere, in punta di diritto, che costituendo l’eresia e la scomunica qualcosa di analogo a quello che nell’ordinamento laico è un crimine (con relativa pena), forse l’introduzione nel diritto canonico di una sorta di diritto alla tutela della propria immagine di cattolico, rispetto ad accuse infondate, aiuterebbe i cattolici stessi ad essere più prudenti e meno violenti nei loro giudizi (spesso avventati).

Ma evidentemente deve essere un periodo in cui «batte la lingua sul tamburo» e piace ‘appiccicare in giro’ etichette di blasfemia ed eresia, tanto immotivata la prima, quanto forse dipendente, la seconda, da quanto ha scritto qui Gilberto Borghi a proposito dell’«immaginare di essere gli unici al mondo ad aver colto una determinata verità. E identificarsi così tanto con la sua affermazione, anche a costo di negare altre verità, (magari anche evangeliche!)», da vivere dentro «una ideologia in cui Dio è stato ridotto ad un determinato contenuto, che se viene modificato fa cadere tutto il castello mentale con cui ci si regge in piedi»: «la voce di Dio è spesso sommersa dalla propria necessità di sapere che si ha una identità», ovviamente «piena del senso di assedio e della necessità di difendersi».

Ecco, quest’accusa infondata – e lesiva dell’immagine del teologo – mi ha stupito, soprattutto per la sua insistenza e irruenza, in quanto sembra manifestare un certo fastidio per l’opera di chi, come Küng, si è mosso sempre – con le parole di Tillich – sulla linea di confine. Su quella frontiera dove noi e altri, identità e alterità si incontrano, scontrano e confrontano; dove dentro e fuori, nativo e straniero si mescolano, si fondono e si confondono; dove si cerca di liberare e riunificare sentieri interrotti, costruire ponti e riannodare legami spezzati. Un cammino di ricerca che si può riconoscere e ‘bene-dire’ senza necessariamente approvarne tutti i (più o meno ripidi) tornanti e tutti i (provvisori) traguardi.

Nelle opere del suo primo decennio di impegno teologico – i mitici anni ’60 – vediamo infatti il teologo svizzero lavorare sui nodi teologici ed ecclesiologici del dialogo ecumenico (giustificazione, riforma della Chiesa, infallibilità del Papa). Tra le sue opere, queste sono quelle considerate più ‘robuste’ dal punto di vista teoretico e sistematico. Significativo il giudizio che Fulvio Ferrario dà dell’ouverture teologica di Küng: «un libro che nel 1957 appare un po’ strano (Barth afferma che Küng lo ha capito benissimo, ma aveva frainteso Trento; Joseph Ratzinger scrive che l’autore aveva rettamente restituito Trento, ma non aveva compreso Barth)». In altri termini, le due identità (cattolica e luterana) affermano che Küng ha ben compreso il noi ma non l’altro; altro che, però, è il noi (ben compreso) dal punto di vista dell’altro noi, il che conferma, invece, che il teologo svizzero aveva ben compreso il noi e l’altro, Trento e Barth.

Non a caso, conclude Ferrario, tutto ciò «quarantadue anni dopo sarà sostanzialmente confermato dalla Dichiarazione congiunta cattolico-luterana sulla dottrina della giustificazione». Quale eresia dunque in Küng se la famosa dichiarazione di Augusta del 1999, pur con tutti i suoi limiti e approfondimenti necessari, fu firmata dal capo del dicastero vaticano per l’Unità dei cristiani (card. Kasper), oltre che dal segretario generale della Federazione luterana mondiale (pastore Noko), perché ardentemente voluta da San Giovanni Paolo II e acconsentita (con un allegato integrativo) dal card. Ratzinger (anche in seguito come Benedetto XVI)? E tale dichiarazione, non è stata confermata all’inizio del 2021 dalle stesse confessioni cristiane, con l’aggiunta dei metodisti, anglicani e riformati? Sulla questione dell’infallibilità, poi, l’arcivescovo Bruno Forte non ha testimoniato che Küng l’accettava «in pieno», precisando che, nonostante «il suo spirito pungente» e «a volte [i] toni aspri», «la sua contestazione era soprattutto verso un modo di interpretare staticamente l’infallibilità del Papa» (La Stampa, 7 aprile)?

Similmente, nel decennio successivo – i più cupi (e violenti) anni ’70 – il teologo svizzero si è concentrato sul dialogo con il mondo cosiddetto non credente. Come tradurre in quel tempo di secolarizzazione l’essere cristiani? Come farsi compagno di viaggio degli agnostici e degli atei che dubitavano o non credevano nell’esistenza di Dio? Come rendere nuovamente ragione – con mitezza (1Pt 3,15-16) – della speranza cristiana nei cosiddetti novissimi? Di certo continuando ad utilizzare una chiave ecumenica, in ossequio profondo a quanto pregato da Gesù nei discorsi d’addio, affinché «tutti siano una sola cosa (…) perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). Ma poi, chiaramente, compiendo un’operazione speculare a quella che anni (decenni) dopo chiederà il cardinal Ratzinger/Papa Bendetto XVI ai non credenti in dialogo con i credenti. In tale dialogo, come è legittimo chiedere ai non credenti di pensare veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse, o quantomeno come se avesse senso che Dio ci fosse (altrimenti diventerebbe estremamente difficile anche solo cominciare un dialogo); così dovrebbe essere altrettanto legittimo, per un credente che vuole seriamente dialogare con un non credente, pensare etsi Deus non daretur, come se Dio non ci fosse, quantomeno nel senso di porsi le domande radicali che attraversano da sempre anche la comunità cristiana: ma Gesù è veramente – e in che senso – il Figlio di Dio? Dio – e quale Dio – esiste? E cosa possono significare oggi – nell’immagine del cosmo che la scienza ci restituisce – l’aldilà e la vita eterna (sia essa salvata o dannata)?

Per questo possiamo solo comprendere, ma non giustificare, lo stupore di chi – come Roberto Giardina – afferma che «durante una telefonata, gli confessai che, educato dai gesuiti, ero ateo. Ebbi l’impressione che lo fosse anche lui. Penso che un teologo cattolico, con una cattedra, non possa usare un punto interrogativo» (La Nazione, 7 aprile). Significativa, in senso contrario, la testimonianza del cardinal Kasper sulla fecondità spirituale della teologia a modo mio (per dirla con Lucio Dalla) di Küng: egli «aveva la capacità di parlare un linguaggio comprensibile a tutti, di spiegare la religione agli altri. Così ha aiutato molti a entrare nella fede o a rimanere nella Chiesa» (Corriere della sera, 7 aprile; similmente sull’Osservatore Romano: «era cattolico, ma a modo suo (…) ed è riuscito, effettivamente, a spiegare il Vangelo anche a gente lontana dalla fede. In questo ha fatto bene»). Quindi: né eretico, né sviatore dal cristianesimo/cattolicesimo, anzi. Forse per questo, racconta sempre Kasper, di recente «il Papa mi disse di trasmettergli i suoi saluti e le sue benedizioni “nella comunità cristiana”», nonostante Küng sia stato «duro, talvolta anche ingiusto» e «la sua ecclesiologia troppo “liberale”» (ib.).

Infine – con gli anni ‘80 e ‘90 – osserviamo la fase più enciclopedica della riflessione del nostro teologo, con i limiti e i pregi di ogni enciclopedismo. Le opere (sempre più voluminose) dedicate alla grandi religioni mondiali – rilette nel loro cammino storico avvalendosi della teoria kuhniana dei paradigmi – e alla costruzione di un’etica mondiale – sempre più costretta a confrontarsi con gli sviluppi scientifici – sono raffigurabili come un dissodare il terreno per chi pianterà qualche seme potenzialmente risolutivo, come un operare sintesi e visioni di insieme di un cammino passato per porre in evidenza i nodi odierni e gli «interrogativi del futuro». Ciò nonostante, scrive provocatoriamente Maurizio Assalto, l’intuizione teologico-politica di opporsi culturalmente allo scontro di civiltà si rivelò, purtroppo, profetica: «Di lì a poco i popoli balcanici avrebbero preso a dilaniarsi nel più feroce conflitto europeo post Seconda guerra mondiale. Dieci anni dopo, l’attentato alle Torri Gemelle inaugurò la stagione più allucinante del terrore islamista. E Israele avrebbe conosciuto nuove intifade. Il tempo si è incaricato di demolire il progetto di Küng. Ribadendone, per converso, l’urgente attualità» (La Stampa, 7 aprile).

Eterodosso ma non eretico, attrattore (o conservatore) di christifideles, sognatore di un mondo pacificato, in quanto fautore del dialogo ecumenico, interreligioso e con la cultura (scientifica ed umanistica) moderna e post/tardo-moderna, Hans Küng non poteva che apprezzare quanto promesso al riguardo dal documento programmatico del pontificato di Papa Francesco (Evangelii gaudium, soprattutto § 238-257; ma anche § 69.71-75; 129.132-134). Oltremodo critico, invece, nei confronti del pontificato di Giovanni Paolo II, accusato – come ricorda Lucetta Scaraffia – di «scarsa disponibilità al dialogo ecumenico e interreligioso», ma a tal proposito mi sono sempre chiesto se il giudizio non dovesse essere più sfumato, anche solo pensando agli incontri interreligiosi inaugurati ad Assisi (1986) o all’enciclica Ut unum sint (1995). Amico e collega di Ratzinger sin dalla fine degli anni ’50, dialogò per quattro ore con Benedetto XVI nel 2005, il quale – in una nota diffusa quel giorno – confermò «il suo accordo circa il tentativo del professor Küng di ravvivare il dialogo tra fede e scienze naturali e di far valere, nei confronti del pensiero scientifico, la ragionevolezza e la necessità della Gottesfrage (la questione circa Dio)», oltre ad averne «apprezzato lo sforzo [per] contribuire ad un rinnovato riconoscimento degli essenziali valori morali dell’umanità attraverso il dialogo delle religioni e nell’incontro con la ragione secolare».

Per tutto questo, sorprendono un po’ le parole lette su ilsussidiario.net (a firma di Federico Picchetto) che descrivono Küng come colui che «rimase praticamente solo, genio senza fratelli, profeta senza un vero popolo (…)  nel Pantheon dei grandi e in quello delle occasioni mancate (…)  in una solitudine tale che nessun pensiero possa – in definitiva – diventare fecondo, trasformarsi in strada». Non alludiamo, ovviamente, al fatto che “la popolarità di Hans Küng è difficilmente sottovalutabile” (B.Salvarani, Avvenire 7 aprile), in quanto non vogliamo contribuire a confinare il teologo svizzero nella figura stereotipata della ‘teostar’ populista (più di quanto abbia fatto lui stesso, come sostiene Marcello Neri, attraverso l’uso dei mass media nella «diatriba romana»).

Pensiamo, invece, alla convinzione che il suo stile teologico di procedere sulla soglia sia ciò che, soprattutto nella liquida post(o tarda)modernità, permetta di cogliere meglio come e cosa operi e dica lo Spirito in quel popolo ‘ufficioso’ che Dio si sta già costituendo accanto a quello ‘ufficiale’. Anche questo popolo extra ecclesiam, poi, possiede quello che Papa Francesco chiama il «fiuto» e sa discernere – nello stesso Küng – quanto è giudizio duro e ingiusto (da superare) e quanto è pista promettente e fruttuosa (da coltivare).

Non ho ben capito se per Marcello Neri anche questo stile teologico faccia parte della «stagione alta del cattolicesimo e della teologia» (su cui però «non riusciamo più neanche a salire con la scala»), oppure se anche rispetto ad esso «il tempo presente ci chiede altra cosa, altre attenzioni e sensibilità». Mi sembra, in ogni caso, che si possa concludere con l’onestà e la veracità di Antonio Ballarò quando scrive che «con Hans Küng, se ne va un largo frammento di storia della Chiesa che il pontificato di Francesco dovrà continuare in parte a smuovere e in parte a rimuovere». Perché, come ricorda Diego Andreatta, «celebrare Küng ora sarà riprendere anche la sua profezia di Riva del Garda», quella che il teologo svizzero amava ripetere sempre nell’ultima fase della sua ricerca: «non c’è pace tra le nazioni senza pace tra le religioni. Non c’è pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni. Non c’è dialogo tra le religioni senza una ricerca sui fondamenti delle religioni».

11 risposte a “Il sogno – eretico? – di Hans Küng”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Proprio dal dialogare e dal voler accedere alla conoscenza di un Dio che attira la mente a insaziabile conoscenza di Lui, ammettendo o supponendo la Sua Presenza, la risposta, il semplice fedele la trova, come citato nella Parabola del “tesoro nascosto”, se la propria mente, Interroga Cristo, Presenza e Parola del Padre e il cuore ne è conquistato tanto da avvalersi Di quella luce che gli viene offerta (donata) a operare diventando un pieno di fede a vivere la propria esistenza sempre attingendo da quel “tesoro” che ha scoperto. Stupore cuoche e consegue per il trovarsi a percorrere una via mai supposta, e questo risultato viene dall’alto(dono) , che nessuna mente umana per quanto impegnata a scoprire può se non restare sempre prigioniera dei propri limiti, a domande senza risposta certa. Per questo è umile chi attende dall’alto di ricevere luce. LeParabole sono via per un analfabeta come per un intellettuale terreno su cui provare e far radicare la propria Fede

  2. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Alle 17.50 scrivevo qui un msg.
    Alle 18 a Messa
    Dovete sapere che il messaggio al centro di Kauffman e degli ‘altri del Santa Fę sta tutto nel rifiuto del determinismo/riduzionismo che ad es. con Laplace ” se possedessimo i dati posizione/velocità di tutte le particelle del cosmo potremmo prevedere tutto”.
    Cosa invece sostengono? Che “more is different”, ad ogni gradino di nuova realtà nascono proprietà nuove .. lo chiamano EMERGENTISMO e in estrema sintesi dicono che il mondo e la vita non li si riesce a spiegare partendo dal basso ma…
    Ma a Messa il Vangelo di oggi:
    ” Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio».
    Dall’alto.
    Proprio così.
    Lo Spirito c’è e soffia! Ooh, come soffia!!

  3. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Sto leggendo:
    Stuart Kauffman in
    Reinventare il sacro
    Un mondo OLTRE la fisica
    Ebbene! Con gli altri del Santa Fē…
    ma anche la Abrams, Gocke, Gleick, perché non Spinoza, de Chardin, ma anche i contributi di Davidson, Smolin, Dyson, Susskind, Kadanoff , lo stesso Schrodinger tutti scienziati in cerca di Lui..
    Forse non molti se ne sono accorti che sta soffiando un vento NUOVO.. Non è bastato ” The end of the science??”..
    E come rispondere ? Forse facendo barricate su:
    ” : il cambiamento della morale sulla contraccezione , il rigetto dell’Humane vitae di Paolo VI, la richiesta di abolizione del celibato sacerdotale, la richiesta di sacerdozio femminile, l’intercomunione coi protestanti, l’ecumenismo ecc. . ( del Bono). Oppure proclamando
    ” che sia una presunzione voler imporre opinioni certe su ciò che Egli ha fatto” dopo aver lodato B16 che lo fa ( FVV)
    Non basterebbe limitarsi a ciò che veramente fa la nostra differenza e cioè Gesù vero Uomo e vero Dio??

  4. Gian Piero Del Bono ha detto:

    l’eredità di Küng sopravvive, in particolare nell’odierna Chiesa tedesca e nel suo percorso sinodale. le “riforme ” richieste dai vescovi progressisti tedeschi sono tutte già presenti nei testi di padre Kung: il cambiamento della morale sulla contraccezione , il rigetto dell’Humane vitae di Paolo VI, la richiesta di abolizione del celibato sacerdotale, la richiesta di sacerdozio femminile, l’intercomunione coi protestanti, l’ecumenismo ecc. .
    Una chiesa quale auspicata da Kung, senza il dogma dell’infallibilità papale, senza i dogmi mariani e la devozione mariana ( da Kung particolarmente osteggiata), senza il sacerdozio tradizionale cattolico, potrebbe senza problemi fondersi col le chiese protestanti e sarebbe indistinguibile dalla Chiesa Luterana .
    ma i fedeli cattolici sarebbero d’accordo?

    • Marius Alexander Alexander ha detto:

      “Una Chiesa quale auspicata da Kung, senza il dogma dell’infallibilità papale, senza i dogmi mariani , senza il sacerdozio tradizionale cattolico, potrebbe senza problemi fondersi colle chiese protestanti o sarebbe indistinguibile dalla Chiesa Luterana?”
      NO, finchè la Chiesa rimane ortodossa, cioè mantiene i 3 fondamenti del Cristianesimo, cioè i due dogmatizzati a Nicea (etc.) ed il terzo dato per scontato (peccato originale e redenzione). Il terzo infatti è quello modificato (cioè ampliato) da Lutero, causando le due deviazioni circa le opere che contraddistingue la dottrina luterana. La confusione luterana tra giustificazione (dal peccato originale) e salvezza (dai peccati personali), travisando gli scritti di Paolo, resta all’origine della divergenza cattolico-luterana (e cattolico-calvinista). Purtroppo a Trento non fu evidenziata..

  5. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    …ma capisco la sfida di chi si senta attratto a cimentarsi, a discutere dei perché rimasti insoluti, o di obiettivi, come la Pace, o delle Chiese altre tutte rivolte alla stessa divinità, ma diverse per idee quasi un caleidoscopio di Bene che rimane tale per molte genti. E’ forse solo da Dio il Seminatore mietere ciò che nel cuore dell’uomo di Lui ha messo radice e diventa frutto gradito. Forse è come per chi sogna di abitare in altri pianeti quando non si vuole riconoscere i propri limiti di fronte a una “immensità” fatta per essere ammirata e essere goduta come un bene e al sondare la natura in cui siamo immersi e dalla quale riceviamo vita da coltivare per la mente e il cuore. Piange Cristo sulle rovine di Gerusalemme, “non resterà pietra su pietra” ha predetto. Però mira alla persona uomo, che desidera per offrirgli vita eterna nel Suo Regno, non più lacrime ma gioia….da credere

  6. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Teologia=lo studio di Dio = “chi è Dio?”. Ho letto Gesù di Nazareth di Joseph Ratzinger, mi ha affascinato seguire il pensiero dell’autore, la limpidezza del suo indagare, ma anche l’umiltà del credente, del fedele, del Sacerdote che si ferma, si inginocchia di fronte al Suo Dio, come uno dei re Magi e depone tutto il meglio di se stesso ai piedi della divinità e si dichiara “Servo della Parola”. Un grazie per questa opera che spalanca una opportunità di sapere di più di quel Dio che conosciamo attraverso le Sacre Scritture e la Chiesa e per fede dalla famiglia. Credo che sia questo anche il limite gradito a un Dio che essendo Onnipotente e grande nell’Amore sia insondabile come il contare le stelle e che sia una presunzione voler imporre opinioni certe su ciò che Egli ha fatto , tracciando la via per arrivare a Lui che ogni uomo può volendo, seguire.

  7. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    non c’è pace tra le nazioni senza pace tra le religioni. Non c’è pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni. Non c’è dialogo tra le religioni senza una ricerca sui fondamenti delle religioni».
    Senza la cultura teologica e le vs. conoscenze io credo che, anche alla luce di quanto scrive Nicolini, Kung condivida con B16 la ricerca della Verità. Un tratto che qualifica tutto il mondo germanico.
    Purtroppo da qs parti non è certo lo std.
    Personalmente ho colto in Kung sofferenza per non essere giudicato sulle sue argomentazioni ma x appartenenze.. lui, uno spirito LIBERO.

  8. Fabrizio Mastrofini ha detto:

    Ottimo articolo. Faccio notare che il post su twitter della Pontificia Accademia per la Vita ha raccolto moltissimi commenti positivi ma anche molti arrabbiati e insulti, dicendo che è eretico chi plaude a Kung. Penso che questa polarizzazione ecclesiale (pseudo ecclesiale) vada analizzata bene ed è ora di iniziare a contrastarla. Grazie.

    • Davide Corallini ha detto:

      Sopratutto sarebbe ora di capire che non è il singolo cattolico o un profilo social a decidere se uno è eretico o no. C’è un organo deputato a farlo, se non l’hanno mai fatto, vuol dire che non lo è. Questo non significa che Kung avesse ragione o che la sua sia la strada da percorrere.

  9. Marco Nicolini ha detto:

    Una delle osservazioni critiche più forti sulla eterodossia di Kung gli fu mossa da Von Balthasar, che in una intervista a Messori (da poco ripubblicata nel suo sito, all’epoca in sintesi su “Avvenire”) disse che Kung era non tanto eretico, ma “non è (era) proprio più cristiano”. Ne seguirono la rabbia di Kung e di altri teologi; Von Balthasar protestò di non averlo detto, ma Messori era insieme al direttore di Avvenire, che esibì l’audiocassetta. Messori disse poi che von Balthasar (parole non su audiocassetta… ma che paiono affidabili, a questo punto) si scusò con lui: “lo so, non è stato bello, ma non potevo farne a meno”. L’aneddoto per me fa meglio comprendere le perplessità sollevate in questi giorni: von Balthasar difficilmente può essere etichettato solo come “chi si immagina l’unico a detenere la verità”, e del resto le reazioni a quell’intervista furono allora assai poco misericordiose. La persona era divisiva e non sempre cercava l’accordo.

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