Il Sinodo sulla Chiesa sinodale: le tre priorità e le “strane” inversioni

Nell'IL della sessione 2023 del Sinodo sulla sinodalità la 'partecipazione' è finita in coda alla 'comunione' e alla 'missione'...
10 Ottobre 2023

È terminata la prima settimana del Sinodo in corso, dedicata al discernimento sulla sezione A dell’Instrumentum laboris (IL), peraltro già ben strutturata nei due macro-temi della conversazione spirituale e della chiesa sinodale – quindi chissà quanto effettivamente migliorabile o integrabile grazie alle sorprese dello Spirito. Con la seconda settimana, invece, i padri e le madri sinodali cominceranno ad operare il discernimento della sezione B dell’IL, relativa alle tre «sfide» identificate come prioritarie al termine della prima fase, e che dovranno essere “scandagliate” «a tutti i livelli» – da quello personale a quello diocesano – e «da una pluralità di prospettive» (§43: teologia, diritto canonico, pastorale, spiritualità, etc.).

La prima priorità è costituita, in generale, dal «farsi carico dell’incompiutezza nel riuscire a vivere l’unità nella diversità (cfr. 1Cor 12)» e, quindi, dal conseguente «avviare percorsi di riconciliazione» per le «ferite» causate dalle «divisioni» – ossia dal costruire «ripari e protezioni» invece di «trincee e steccati» – magari con quella «gradualità» che «rende possibile il cammino verso la comunione compiuta» (§50); in altri termini, «la vita sinodale è l’esperienza di poter trovare una unità che abbraccia la diversità senza cancellarla, (…) per allargare continuamente l’ambito della comunione», ma non senza «fare i conti con le contraddizioni, i limiti e le ferite della storia» (§49). Nello specifico, vengono citate le note problematiche dei «limiti alla disponibilità di accogliere persone e gruppi», del «modo di impegnarci nel dialogo con le culture e le religioni senza compromettere la nostra identità», del «farci voce di chi è ai margini [perché] nessuno deve essere lasciato indietro» (§50).

La seconda priorità tocca «il modo in cui (…) riconoscere e valorizzare il contributo che ogni Battezzato può offrire alla missione (…), ciascuno con i suoi doni e i suoi compiti, valorizzando la diversità dei carismi e integrando la relazione tra doni gerarchici e carismatici», perché la loro «fecondità» viene compromessa «quando essi diventano prerogative che legittimano logiche di esclusione», invece di dedicarsi al «discernimento dei segni dei tempi (cfr. GS 4)» grazie a «tutti i punti di vista (…) a partire da quello dei poveri e degli esclusi» (§54).

La terza priorità riguarda «la questione dell’autorità, del suo senso e dello stile del suo esercizio all’interno di una Chiesa sinodale (…) nella linea di parametri di derivazione mondana, o in quella del servizio» (Mt 20,26; cfr. Mc 10,43; Gv 13,15): essa dovrebbe «far crescere» la «creatività» e l’«originalità personale di ciascuno», oltre che «la libertà della persona», e non funzionare invece come «un controllo che la blocca», come «un laccio che la tiene legata» (§57).

Tali priorità, pur collegate con le parole chiave del Sinodo (comunione, missione, partecipazione)  per mera «semplicità espositiva», non sono ridotte a «tre “pilastri” indipendenti» ma «si articolano, alimentandosi e sostenendosi a vicenda» (§43), non sono «colonne parallele e non comunicanti» ma «fasci di luce che da punti diversi illuminano la stessa realtà (…), continuamente intrecciandosi e richiamandosi» come «da prospettive differenti ma complementari» (§45). In definitiva, sinodalità e poliedricità camminano di pari passo

Quello che invece risalta – e che l’IL ha sentito il bisogno di giustificare – è «il cambiamento nell’ordine» delle tre parole chiave, invertendo il posto di partecipazione (ora ultimo) e missione (ora centrale): il motivo risiederebbe nella «consapevolezza (…) maturata durante la prima fase» secondo cui, da un lato, «comunione e missione si intrecciano e si rispecchiano l’una nell’altra», sia per evitare «una concezione dualista in cui i rapporti interni alla comunità ecclesiale sono il dominio della comunione, mentre la missione riguarda lo slancio ad extra», sia perché la prima è «condizione di credibilità dell’annuncio»; dall’altro lato, «l’orientamento alla missione costituisce l’unico criterio evangelicamente fondato per (…) la distribuzione di ruoli e compiti e la gestione delle sue istituzioni e strutture», sia perché «rende loro il servizio della concretezza: l’attenzione a procedure, regole, strutture e istituzioni consente alla missione di consolidarsi nel tempo e sottrae la comunione all’estemporaneità emozionale», sia perché «ne riceve un orientamento e un dinamismo finalistico che le permettono di sfuggire al rischio di trasformarsi nella frenesia della rivendicazione di diritti individuali, finendo inevitabilmente per frammentare anziché unire».

Sarebbe (stato) interessante conoscere – di più e meglio – i motivi e gli obiettivi reali di tale inversione. Per ora ci basti notare che l’IL conferma l’intuizione (qui segnalata) di legare le tre parole-chiave del processo sinodale ai tria munera (comunione/sanctificandi, missione/docendi e partecipazione/regendi), anche se il tema della missione sembra troppo in fretta scivolare nel munus regendi.

In effetti, della comunione intesa come «dono del Dio Trino» («dimensione verticale» dell’«unione con Dio») e «compito, mai esaurito, di costruzione del “noi” del Popolo di Dio» (dimensione «orizzontale» dell’«unità del genere umano» – §46), «riceviamo un’anticipazione nella liturgia, il luogo in cui la Chiesa nel suo cammino terreno sperimenta la comunione, la alimenta e la costruisce», facendo «ogni giorno esperienza di radicale unità nella medesima preghiera, ma nella diversità delle lingue e dei riti» – «autentica benedizione, da proteggere e promuovere» (§47 – con rimando a SC 2). La comunione, quindi, «non è un sociologico ritrovarsi come membri di un gruppo identitario» (§46) e l’assemblea sinodale «non può essere intesa come rappresentativa e legislativa, in analogia a un organismo parlamentare, con le sue dinamiche di costruzione della maggioranza» (§48), ma «si celebra: inizia con l’invocazione dello Spirito Santo, prosegue con la professione di fede, giunge a determinazioni condivise per garantire o ristabilire la comunione ecclesiale» – in essa «Cristo (…) dona lo Spirito che guida la Chiesa a trovare un consenso su come camminare insieme verso il Regno e aiutare l’umanità a procedere nella direzione dell’unità… Quanti si riuniscono nel nome di Cristo ascoltano la sua Parola, si ascoltano a vicenda, fanno discernimento nella docilità allo Spirito, proclamano quanto hanno ascoltato e riconosciuto come luce per il cammino della Chiesa» (§48).

Se quindi siamo di fronte ad «una comunione che si irradia» (B.1), la Chiesa sinodale allora sarà una Chiesa il cui «orizzonte dinamico» (§51) è la missione (AG 2), «una spinta verso l’“estasi”» (CV 163; cfr. anche FT 88), una perenne Pentecoste (cfr. At 2,14-36). D’altra parte, se la missione di annunciare è affidata ad «una Chiesa che si definisce come segno e strumento di unione con Dio e di unità del genere umano (cfr. LG 1)» – perché vive in e di comunione (cfr. 2,42-47) – allora qualsiasi opacità di «trasparenza del segno» solleverà evidenti «problemi di credibilità» e di (in)«capacità di attrazione» (§52). Perciò nella missione si tratta innanzitutto, non solo di «ciò che i membri della comunità cristiana sono disponibili a mettere in comune, a partire dall’originalità irriducibile di ciascuno» (dal «prezioso e irrinunciabile contributo di ogni Battezzato»), ma del fatto che «ciascuno è invitato ad assumere la propria incompletezza, cioè la consapevolezza che per portare avanti la missione c’è bisogno di tutti» (§53). In secondo luogo, è necessario «uno sforzo analogo per il rinnovamento del linguaggio utilizzato dalla Chiesa», ovviamente «senza mortificare o svilire la profondità del mistero che la Chiesa annuncia o la ricchezza della sua tradizione», ma per «renderle accessibili e attraenti per gli uomini e le donne del nostro tempo, senza rappresentare un ostacolo che li tiene lontani» (§60).

Siamo così introdotti nel tema della partecipazione, poiché quest’ultima viene vista non solo nella sua «istanza di concretezza» di «reale coinvolgimento di tutti e di ciascuno», ma anche e soprattutto nella sua «densità antropologica» di «preoccupazione per la fioritura dell’umano», di «umanizzazione dei rapporti (…) che salvaguarda l’unicità del volto di ciascuno, spingendo perché il passaggio al “noi” non assorba l’“io” nell’anonimato di una collettività indistinta, nell’astrattezza dei diritti o nell’asservimento alla performance dell’organizzazione», ma dia spazio reale all’«espressione di creatività» e a «rapporti di ospitalità, accoglienza e promozione umana» (§56). Ciò comporta, secondo l’Il, l’importanza dell’«istanza, altrettanto concreta (…) della formazione»: «istituzioni e strutture, infatti, non bastano a rendere sinodale la Chiesa: sono necessarie una cultura e una spiritualità sinodali, animate da un desiderio di conversione e sostenute da un’adeguata formazione», sia riguardo l’«aggiornamento dei contenuti», sia «le capacità e le disposizioni della persona: l’orientamento alla missione, la capacità di relazione e di costruzione della comunità, la disponibilità all’ascolto spirituale e la familiarità con il discernimento personale e comunitario, la pazienza, la perseveranza e la parresia» (§58). In definitiva, «una formazione integrale, iniziale e permanente, per tutti i membri del Popolo di Dio» (vescovi, presbiteri, diaconi, consacrati e consacrate, candidati al ministero, formatori e professori di teologia) ad una «cultura» e «spiritualità sinodale» che «è al cuore del rinnovamento della Chiesa», a partire dalle «modalità di esercizio dell’autorità» e dai «processi decisionali», «per apprendere come accompagnare il discernimento comunitario e la conversazione nello Spirito» (§59).

Non solo sembra, ma è un mare magnum da cui sarà interessante vedere cosa, chi e come emergerà. Fondamentale, in tal senso, l’ultima notazione metodologica, secondo la quale – quasi a “mettere la mani avanti” – le tre priorità «riguardano tematiche ampie e di grande rilevanza» (ad es. giovani e famiglie) che «non potranno essere trattate diffusamente, e soprattutto indipendentemente le une dalle altre», ma «andranno invece affrontate a partire dalla loro relazione con il vero tema dei lavori, ossia la Chiesa sinodale» quale «Chiesa capace di accogliere e accompagnare, accettando i necessari cambiamenti di regole, strutture e procedure». Chi vivrà – senza farsi sommergere – vedrà…

 

3 risposte a “Il Sinodo sulla Chiesa sinodale: le tre priorità e le “strane” inversioni”

  1. Gian Piero Del Bono ha detto:

    Oggi parla Luca Casarini ,ex-disobbediente, ex attivista antagonista a Genova, ex-centri sociali ,ex – traghettatore immigrati clandestini per il quale la procura di Ragusa ha chiesto il rinvio a giudizio per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravato per trarne profitto. E’ il simbolo della trasformazione ( che vorrebbero i vescovi) del fedele cattolico : da castita’ ,obbedienza e poverta’ , a strafottenza, disobbedienza, (presunta) disonestà.

    • Claudio Menghini ha detto:

      Ben detto. In estrema sintesi: da cattolico a ex cattolico.
      Mi fermerei qui, ma devo raggiungere i 60 caratteri, dunque ripeto la sintesi: da cattolico a ex cattolico.

  2. Claudio Menghini ha detto:

    Il conte Mascetti non avrebbe saputo dir meglio! Un labirinto di parole, un oceano pastoralese dove i significati annegano nei significanti. Solo alla fine si capisce dove si vuole andare a parare:

    “una Chiesa capace di accogliere e accompagnare, accettando i necessari cambiamenti di regole, strutture e procedure”

    Capito. Ma chi lo spiega se un cambiamento di regole è necessario oppure dannoso, se piace a Dio oppure piace a quell’altro? E lo si spiega in modo semplice oppure intenzionalmente confuso?

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