La terza forma di incarnazione che presento (qui e qui le atre due) è quella della teologia post-teista. Questa linea teologica rappresenta uno dei tentativi più radicali di ripensare la fede cristiana oltre le categorie del teismo classico. Autori come Paolo Gamberini, John Shelby Spong, Roger Lenaers e José María Vigil muovono dalla convinzione che l’immagine tradizionale di Dio non sia più sostenibile né sul piano culturale, né su quello teologico, per l’uomo di oggi. In questo contesto, anche la dottrina dell’incarnazione viene sottoposta a una profonda rilettura.
Nel post-teismo Dio non è più concepito come un soggetto soprannaturale che interviene dall’esterno nella storia, ma come il Mistero immanente del reale, il fondamento ultimo di senso, apertura alla pineezza dell’umano (Gamberini, Deus duepuntozero). In questa prospettiva Dio non “entra” nel mondo, perché non ne è mai stato fuori, non agisce come causa tra le cause, non sospende le leggi della natura. La rivelazione non consiste in interventi soprannaturali, ma nella presa di coscienza storica della presenza del Mistero all’interno dell’esperienza umana.
All’interno di questo quadro, l’incarnazione viene reinterpretata radicalmente. Essa non è più l’unione metafisica di due nature, divina e umana, né l’evento in cui Dio “assume” la carne, ma la manifestazione piena del divino in un’esistenza umana totalmente trasparente al Mistero. Gesù di Nazareth è allora compreso come figura paradigmatica dell’umano aperto a Dio, rivelazione esemplare di ciò che ogni essere umano è chiamato ad essere, epifania del divino come relazione, non come potenza.
La formula proposta da Gamberini X = X + Y, dove X indica il divino e Y l’umano, intende esprimere precisamente questo punto: l’incarnazione non aggiunge nulla a Dio. Il divino non cresce, non cambia, non si completa attraverso l’umano. Gesù non è “più Dio” degli altri, ma è colui nel quale l’umano si lascia attraversare in modo radicale dal Mistero. In questa linea si collocano anche altre riletture che interpretano l’incarnazione in chiave simbolica (Spong, A New Christianity for a New World), o presentano, Gesù come “icona vivente del sacro” (Borg, The God We Never Knew).
Indubbiamente ci sono elementi positivi in questa visione. Anzitutto, essa supera una comprensione mitologica dell’incarnazione, evitando l’immagine di un Dio che “scende dal cielo” o che interrompe l’ordine naturale. In secondo luogo, valorizza l’umanità concreta di Gesù e restituisce centralità alla prassi, alla responsabilità etica. In terzo luogo è una critica radicale al sacro violento e sacrificale. L’incarnazione non è letta come necessità per riscattare l’umano, ma come smascheramento di immagini idolatriche di Dio che legittimano il potere e la violenza. Infine favorisce un’apertura reale al pluralismo religioso, riconoscendo che il Mistero può manifestarsi anche attraverso altre figure storiche e altre tradizioni spirituali.
Ma proprio la formula che intende salvaguardare la trascendenza immanente del divino solleva tuttavia una questione teologica decisiva. Dal punto di vista logico, infatti, X = X + Y è possibile solo se Y vale zero, cioè se non introduce alcuna differenza reale, quindi se l’elemento umano è, in ultima analisi, privo di peso ontologico. Ne deriva una conseguenza problematica: se l’umano non fa differenza, allora l’incarnazione non è un evento reale, ma un semplice riconoscimento di ciò che è già sempre dato nel Mistero. Nulla accade realmente per Dio; la storia non introduce novità; la carne non incide sul divino. Il rischio è che il reale venga ridotto a epifenomeno, a luogo di manifestazione, ma non di decisione, non di rischio, non di autentica novità.
Una seconda criticità riguarda il concetto stesso di manifestazione. Una rivelazione autentica presuppone una differenza reale tra ciò che manifesta e ciò che è manifestato. Se l’umano non introduce alcuna alterità, allora non manifesta il divino, ma semplicemente lo riflette. In tal modo, l’incarnazione perde la sua dimensione drammatica. La vita di Gesù, il suo conflitto con le autorità religiose e politiche, la sua morte violenta, rischiano di essere ridotti solo a messaggio etico o simbolico. La croce diventa denuncia del sacro violento, ma non più luogo in cui l’amore di Dio resta presente anche nell’abbandono e nel fallimento.
Ma la critica più profonda riguarda il rapporto relazionale con Dio. La fede cristiana, nella sua forma più essenziale, non è solo esperienza di profondità o consapevolezza del senso, ma risposta a un amore che precede, che chiama, che perdona. Se Dio è pensato esclusivamente come Mistero immanente o struttura del reale, diventa difficile pensare una relazione di tipo dialogico. La preghiera tende a trasformarsi in meditazione; l’affidamento in auto-comprensione; la fede in consapevolezza.
Tuttavia, un amore che non rischia nulla, che non si espone all’altro, che non accetta di essere toccato dalla storia, è ancora amore? In questo senso, il post-teismo sembra salvaguardare l’assolutezza del divino al prezzo di indebolire la logica relazionale che è al cuore dell’esperienza cristiana. Dio non è pensato come soggetto relazionale, non vive una differenza interna, non è un Tu che ama un Tu. Questo rende la Trinità teologicamente superflua.
La rilettura post-teista dell’incarnazione rappresenta uno sforzo teologico serio e coraggioso, capace di liberare la fede da immagini idolatriche di Dio e di restituire centralità all’umano, alla storia e alla responsabilità etica. Tuttavia, quando viene condotta fino alle sue estreme conseguenze, essa sembra esposta a un rischio significativo: lo svuotamento del reale come luogo di novità, di relazione e di amore rischioso. Ma come è possibile pensare l’incarnazione senza un Dio che ami per primo, che si lasci realmente coinvolgere dalla storia, che accetti che l’umano faccia differenza?
No grazie! Dio fuori dalla Scrittura non parla. Spinozisti Severiniani!
Per giocare un po’ con l’equazione, il punto a suo sfavore credo stia che si debba trattare più di una disequazione che si un’equazione e la spiego così: l’incarnazione ha più a che fare con le disuguaglianze che con le uguaglianze perché Gesù cercava e preferiva le prime più che le seconde. Così anche l’amore umano cerca le disuguaglianze ovvero si è attratti più da ciò che differisce da noi, da ciò che ci manca, più da ciò che ci appartiene. Quindi X+Y>=X è sempre vera ed è meno fredda di un’uguaglianza, ricorda più l’amore anche se la razionalità direbbe il contrario.
Seconda domanda ( sempre per il fedele comune quello che prega Dio credendo che esista come Persona) : ma se si puo’ “superare” come obsoleto il concetto di Dio ,allora si puo’ superare anche il concerto di Gesu’ Figlio di Dio ? Quindi Gesu’ sarebbe solo una figura di maestro ,di filosofo ,di filantropo ma non Dio ? E quindi niente incarnazione , niente Resurrezione ? Tutte credenze “ormai obsolete ” ?
Leggo la definizione di post-teismo che da’ Wikipedia: il è una corrente di pensiero che considera la credenza in un Dio trascendente come una fase superata dello sviluppo umano, vedendo la classica contrapposizione tra teismo e ateismo come obsoleta, e si colloca nel contesto del non-teismo, emergendo nel cristianesimo liberale e post-cristiano.
Chiedo per il fedele comune : ma il messaggio di Gesu’ di Nazareth era post-teista? Oppure ci rimanda continuamente a un Dio trascendente ?
Scrive Sandro:
‘Se X è “quantità” infinita e e Y è “quantità” finita: X = X + Y è possibile’
Non x fare il pignolo.. ma x essere in pace col mio k/h. 🤪
1) la categoria QUANTITÀ non ha senso accoppiata a oo… È lo stesso di Agostino circa il tempo ‘eterno’ che NON è=tempo oo ma SENZA tempo.
2) incidentalmente, come scrivo nel mio libro, QUANTITÀ è la grandezza ONTOLOGICA del mondo=Universo. Senza q.tá non datur. E proprio questo fa la differenza col mondo post-mortem ( che, noto, fa parte della nostra Realtà, visto che comunicano..😇)
3) Ad es. il ∆ non sarà tra q.tá di LUCE ma tra qualità di Luce.. riassumo e riscrivo Il Gamberini così:
La caratteristica dello stato/essere/vita di Dio è di sia non ammettere predicati nominali ( cfr mio libro) e di conseguenza essere già al completo
TUTTO
La tua analisi di Gamberini..ha rovesciato il mio giudizio (= nn avevo capito🤣).
Se levate a Gesù il fine etico sottoscrivo quasi tutto. E pongo al centro la. RELAZIONE. Cui si può rispondere solo dopo esserci chiariti: la Vita è il POSSIBILE, nn l’ONTOLOGICO. Un cammino ( Gv.!!) dalle tenebre verso la Luce. Da NOI verso LUI. Nulla di dialogico. Quando e se incontriamo Lui, entriamo IN ( en..Gv!) Lui, ne siamo trasformati convertiti realizzati.
Gesù? Via Verità e Vita. Ci instrada vs. la NS piena realizzazione.
In cui PARTECIPIAMO in DIO..
Indirettamente così è MANIFESTAZIONE di DIO…
PS siccome aborro i Panteismi mi dissocio anche da “Dio è dentro il mondo”. Al max concordo che l’UOMO può riconoscere in sé e intorno la sua immagine= il significato.
«X = X + Y è possibile solo se Y vale zero» se X e Y sono “quantità” finite
Se X è “quantità” infinita e e Y è “quantità” finita: X = X + Y è possibile
Intanto bisogna comprendersi sull’uso matematico di infinito. Nell’analisi dei limiti, l’infinito indica il comportamento di una variabile che cresce oltre ogni valore finito assegnabile. Nelle serie infinite, l’infinito segnala che la successione delle somme parziali non si stabilizza in un valore finale. Nella teoria degli insiemi l’infinito si ottiene quando anche continuando a contare, non arrivi mai alla fine.
In tutti e tre i casi, ciò che chiamiamo “infinito” non è mai un oggetto determinato, ma un concetto-limite. Perciò a rigore non si può dire nulla di questi infiniti con il nostro linguaggio umano perché noi usiamo sempre concetti determinati, cioè finiti, che non si possono applicare all’infinito se non in senso apofatico, relazionale o, al massimo, procedurale. Ma il post tesimo prova costantemente a descriverlo in modi determinati. Perciò la formula x = x + y non è usata dal post teismo ipotizzando che x è infinito.
Caro Prof. Gilberto Borghi, La ringrazio dell’attenzione che ha dato al post-teismo e anche alla mia umile prospettiva che ho denominato Monismo relativo. Rilevo nei punti critici che Lei ha sollevato – purtroppo – una scarsa conoscenza del pensiero di Tommaso d’Aquino in particolare quanto afferma il Teologo sulla “relatio non mutua” applicata al mistero dell’Incarnazione, dove chiaramente Tommaso afferma che ” haec unio non est in Deo realiter sed solum secundum rationem tantum, dicitur enim Deus unitus creaturae ex hoc quod creatura unita est ei, absque Dei mutatione” (Summa theologiae, IIIª q. 2 a. 7 ad 1). Non posso dilungarmi su questo ora. Le faccio comunque presente che per la scolastica, il creato NON aggiunge NULLA a Dio. Se lo facesse, infatti, Dio non sarebbe Dio (Atto Puro).
Grazie della risposta. Mi sento di dire che Tommaso non è la Bibbia e che da 40 anni circa ci siamo resi conto che il concetto di atto puro applicato al Dio cristiano fa acqua da tutte le parti. È strano come nella sua prospettiva lei cerchi di uscire dal teismo classico e poi si rifugi in esso per sostenere la propria posizione. L’alternativa vera al teismo è un pensiero relazionale, che smette di chiedersi primariamente cosa è Dio e prova a descrivere come Lui si sia comportato con noi, partendo proprio dalla rivelazione. Sarebbe bello se lei provasse a ricentrare il suo tentativo sulla trinitarietà come dimanica dell’amore infinito.
Personalmente, in molti pensieri del post teismo mi sento a casa.
Sinceramente faccio più fatica a relazionarmi con il tu verso un Dio fuori di me, piuttosto che al Padre in me, la stessa Presenza in tutto/i, i miei fratelli..
Ma questo l’ho imparato da Gesù, non dai post teisti.
Il nodo vero, a mio parere, sta nell’incarnazione esclusiva, che secondo me, può avvenire solo quando umano e divino sono viste come due realtà separate.
Cosa per me inconcepibile, perché sminuente del divino stesso.
L’incarnazione, allora, come manifestazione compiuta di Ciò che è.
Il rischio è di voler essere Sole, anziché accettare di essere un raggio tra i raggi.
L’umanità, allora, come luogo in cui manifestare il divino in me, in qualunque modo me lo permetta la Vita..
Il peccato, allora, non è non vedere differenza tra me e Dio, ma voler essere Dio “senza” Dio..
Come ho avuto modo di dire nell’intervista fattami da SettimanaNews, il post-teismo in questo periodo è un barattolo con una etichetta dove ognuno ci mette dentro quel che vuole. …e non va bene.
Leggendo l’articolo mi azzardo a dire che Gilberto Borhi non ha capito e quindi concordo con te.
Un abbraccio