Il “fenomeno” del web

La forma della comunicazione e i suoi contenuti non sono realmente separabili
29 Agosto 2020

Star del web, youtuber, influencer. Di lui si è occupata la stampa specializzata, ma anche i giornali e le tv nazionali e persino le riviste di gossip. Gli aggettivi si sprecano per don Alberto Ravagnani, 26 anni, brianzolo, prete dal 2018, insegnante di religione e responsabile di oratorio, che ha fatto del web uno dei suoi luoghi di evangelizzazione e catechesi. Ma, al contrario di molti altri che si sono cimentati in questo spazio, è riuscito ad essere visibile, ascoltabile, percepibile, anche da giovani che non gravitano attorno al campanile. I suoi video su youtube, pillole di catechismo, hanno avuto da 80.000 a 500.000 visualizzazioni ciascuno, con una media di circa 120.000.

Ovviamente questo ha prodotto reazioni di vario tipo, sia fuori che dentro la chiesa. C’è chi lo osanna e chi lo condanna, chi lo aspetta al varco, chi lo utilizza, chi lo strumentalizza e chi lo ignora. Ma proprio queste reazioni, così varie e evidenti, dicono che un risultato l’ha raggiunto: mostrare che si possono veicolare contenuti di fede in modo ascoltabile e fruibile anche sul web, pure a chi non ha un buon rapporto con la Chiesa.

Il punto, pero, che maggiormente ci ha colpito è la reazione che si è generata nel mondo clericale. Pochi preti si sono esposti a sostenerlo e molti di più, almeno sembra, lo stanno criticando. Alcuni sullo spessore della sua teologia, altri sulle forme linguistiche; alcuni per la paura di una deriva “superficialistica” della fede, altri invece per una probabile invidia personale. È pur vero, invece che la diocesi di Milano sembra averlo adottato in pieno, come possibile “ricucitore” dello strappo ormai conclamato con la maggioranza del mondo giovanile.

Non è nostra intenzione giudicare queste reazioni, ma farci qualche domanda su cosa ci rivelano del rapporto tra Chiesa, mondo e comunicazione. Intanto che, se una diocesi come quella di Milano, prova ad investirlo e a supportarlo come “panacea” risolutiva, significa, se ancora ci fosse bisogno di dimostrarlo, che tra le capacità comunicative della Chiesa e quelle del mondo c’è un abisso al momento incolmabile. E se la speranza é che ció possa occultare tale abisso, finendo per “utilizzare” don Alberto come “paravento”, temo ci si sbagli di grosso.

Ma significa anche che, ancora, non si è colto come la forma della comunicazione e i suoi contenuti non siano realmente separabili in modo netto. La cosa che ci colpisce è che le critiche a don Alberto arrivano quasi sempre da preti che lo accusano di poco spessore teologico e di mancanza di analisi e di profondità spirituale. Nessuno di loro (tranne forse Don Cristiano Mauri) si rende conto che la forma comunicativa scelta da don Alberto permette e chiede quel tipo di spessore teologico, di analisi, di profondità e non altro.

Per avere uno stile in cui l’interlocutore si può riconoscere, don Alberto stuzzica la superficie di contatto comunicativo con l’altro con segnali (verbali e non) che producono sensazioni piacevoli e immediate, emozioni sintoniche e brevi che consentono così di aprire una certa quota di “interesse” in chi guarda e ascolta. Questo richiede al don l’uso massiccio della mimica, soprattutto facciale e paraverbale, e dell’immagine sincopata, affinché il segnale “stuzzicante” resti attivo, perché i tempi di vita di questo tipo di sensazione sono molto brevi. E perciò anche il video, complessivamente, deve avere la forma di una clip, veloce e puntuale.

Ora, in questo stile comunicativo il messaggio possibile deve assoggettarsi a queste forme. Non ci può essere spazio per riflessioni, spiegazioni, interlocuzioni. Non ci si può attardare a portare prove e a mostrare conseguenze di ciò che si dice. E soprattutto, non si possono veicolare concetti articolati e sfumati. Manca cioè, tutto ciò che è “elaborazione” del dato percepito. Il contenuto veicolato serve a dare una risposta semplice, chiara, definita, e soprattutto immediata, alla domanda che l’interesse aperto nell’interlocutore potrebbe aver suscitato. Questo spiega anche come mai la teologia veicolata da don Alberto abbia molti sentori al catechismo di San Pio X: risposte concise, definite, semplici a domande di enorme rilevanza esistenziale sulle quali l’uomo si arrovella da millenni. Non si può, cioè, imputare a don Alberto l’assenza di ciò che la sua scelta di stile impedisce strutturalmente.

Resta però una domanda aperta: quale tipo di fedele tende a costruire una proposta di fede fatta in questo modo? Se parliamo in modo frammentato ad un uomo frammentato, non incidiamo per nulla sulla sua malattia. Don Alberto stuzzica la percezione, la pelle delle persone, ma spera di parlare alla loro testa, saltando il cuore. La separazione interiore resta immutata. E così si va verso una fede che viene vissuta solo con frammenti dell’umano: o si confina nell’intimo dell’emozione, e si vive solo nei riti, o si traduce immediatamente in un moralismo operativo che rischia di diventare un’ideologia. L’uomo di oggi ha bisogno che qualcuno parli al suo cuore, là dove lui si decide pro o contro la vita, al di là della ragione e della consapevolezza. É lì che la ricomposizione delle sue parti è possibile. Se questo, perciò, sarà lo stile di comunicazione evangelizzatrice dominante nel futuro, rischiamo davvero di avere gente religiosa, ma senza fede, che riduce il cristianesimo o a sentimento e superstizione o a ideologia e moralismo.

Se invece immaginiamo, come lo stesso don Alberto ha lasciato intendere, che questa forma di comunicazione possa essere solo il punto di inizio di percorsi possibili, che dovranno poi uscire dal web e rendersi concrete relazioni interpersonali, allora possiamo anche riconoscere che lui sta facendo un lavoro molto interessante.

Ma, allora, dovranno essere le altre persone, soprattutto gli operatori pastorali, che, invece di fermarsi alle critiche, potranno provare ad “elaborare” queste pillole di catechismo con gruppi reali di persone. E qui certo ci sarebbe anche lo spazio di una critica teologica ai contenuti di don Alberto, a cui parteciperemmo volentieri, ma almeno il suo contributo potrebbe servire a rendere possibile una discussione, una riflessione aperta, che, nelle forme comunicative usuali e sdrucite, mediamente utilizzate nella chiesa, è al momento impossibile.

Forse i più accesi censori di don Alberto dovrebbero interrogarsi sulla incapacità comunicativa dei cattolici che pur detengono contenuti teologici più evoluti e profondi. La speranza, non troppo velata, che ci anima a scrivere é anche quella di poter avere, su queste riflessioni, un riscontro diretto da don Alberto e da chi lo critica. Sarebbe un modo per aprire una discussione.

 

 

13 risposte a “Il “fenomeno” del web”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Papà Francsco alla Curia 2019:”non siamo più nella cristianità, non più! Non gli unici che producono cultura,né i primi,né i più ascoltati…perché la fede,in gran parte dell’Occ.non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, e anzi viene perfino negata e derisa. Quindi siamo missionari in casa tutti, e c’è urgente bisogno di fare qualcosa com salvare il salvabile; questo don Alberto l’ha captato ha seguito un suo sesto senso,tentare una via nuova, quella del Web perché raggiunge a ogni distanza una moltitudine di persone, una breccia a far passare un messaggio anche in una forma trendy con un linguaggio sintetico. Se è confortato dal successo e anche perché possiede certe doti.Il Papà ha spiegato..”ne lla missione di annunciare il Vangelo, tu ti muovi perché lo SpiritoSanto ti spinge,e ti porta.Ma vnon basta l’annuncio se a questo non fa seguito l’incontro con la tenerezza di Dio verso la persona di guarire, di salvare.

  2. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Iper-insisto. Con un consiglio. Mmmolto IT su “comunicazione”.
    Sentito parlare della “bestia” di Salvini?
    Cisa sapete del marketing della comunicazione politica? Da mmolti anni la BBC ci ha mostrato che ogni msg passa da una pre-somministrazione a gruppi selezionati di ricezione, magari mixati x opposti, e solo DOPO esce. Così si vincono elezioni, cfr Bolivia.
    Se anche la CC lo facesse quanti docs cestinati??
    temo però che sceglierebbe solo “uditors”… Interni. Ma io sono pre-venuto😆🤬

  3. Elisabetta Manfredi ha detto:

    Non entro nel merito dei video di don Alberto, non sono infatti in grado di valutarne la corretezza teologica.
    Faccio solo tre riflessioni.
    Prima di tutto il canale di don Alberto permette i commenti. Quante volte abbiamo ascoltato omelie penose? E quante volte siamo poi andati in sacrestia a protestare? Don Alberto consente un dialogo, é un bel passo avanti…
    Secondo: oggi la comunicazione anche religiosa passa molto dal web. Come questo blog testimonia.
    Un tempo era sopratutto la pittura a fare da tramite, e anche grandi capolavori non hanno subito ricevuto il plauso, penso a Adamo ed Eva ‘troppo nudi’ nel Polittico di Gand, alle Opere di misericordia di Caravaggio (cito a caso, non sono neanche storica dell’arte).
    Da sempre il nuovo é… nuovo!
    Infine: a me il web ha salvato la fede, perché senza i video di Serena Noceti e Paolo Scquizzato (due tra molti) avrei ormai chiuso con la chiesa.
    Il web… santo subito!😉

  4. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    È bello, come miele che scende.., non sentirsi “soli”!
    Rendi grazie e lodi a Lui..
    Ma insisto.
    In un mondo/ambiente/habitat nn solo socio/econo/ecolo/.. ma proprio sui mezzi di comunicazione!! Che cambia vorticosamente io guardo con com-passione ai pretj/educatori “anziani”..
    Mi sovviene la buon’anima di don Luigi che affidò le sue pecore a don Pietro B., Si sedette all’ultimo posto e taceva e soffriva, oh! Se soffriva!!
    Ma oggi mi rivolgo ai GIOVANI preti. Chiedo loro di verificare quanto up to date sono le istruzioni ricevute. Tranquilli! Male comune a tutte le scuole.. ricordo al Poli, anni 60, insegnavano la metadinamo!
    Interrogatevi su quanto e come gli insegnamenti ricevuti siano ricevibili oggi.
    Magari la finirete di accusare il don che batte strade nuove di essere in contrasto con la Dottrina. Come fatto x il Papa.
    Ma NON e MAI con la Parola.
    Scusate la franchezza ma la posta in gioco è tropppppo alta🤪😍

  5. Elisabetta Rizzi ha detto:

    Ho esperienza di catechesi parrocchiale con ragazzi 11/15 anni e devo dire che a me piace MOLTO, perché i ragazzi vedono un don che parla come loro, che è convinto di quanto dice, che STA con loro. A quell’età hanno bisogno di “essere con” , più che di spiegazioni teologiche di spessore. Queste se sono chiare e essenziali…seminano, perché attecchiscono e in un secondo tempo approfondiranno. Lo seguo da un po’ : stare con i ragazzi, cercare confronti con i loro “idoli” (Fedez), narrare il bello della fede e senza vergogna (ma neanche scadendo nel santino devoto), lo rende più credibile e…contagioso.

  6. Toia Matteo ha detto:

    Forse non si coglie quella che credo sia una strategia. L’annuncio ai lontani e ‘in Galilea’ non si può fare se non si conoscono le lingue delle genti. Parlare con chi viene idolatrato oggi e tentare senza timore di entrare in relazione credo siano alla base dell’annuncio Certo è un tentativo di primo annuncio che intanto ha destato molti dal sonno. Spero che questo generi non invidie ma riflessione, e si creino team capaci di operare insieme e a vari livelli. Ben vengano don Alberto 27 enni così intelligenti, scaltri e capaci

  7. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    A me sembra che l’accento prevalente sia su quello che IO ( CC) penso e credo, sulla coerenza tra predicazione e insegnamento, in parole povere INTERNA.
    E le domande dell’altro?? Ciò che lui pensa di noi??
    Davvero questo sarebbe il ns modello educativo? Certamente non lo è di Dio.

  8. Davide Corallini ha detto:

    Premettendo che non mi piacciono quei video “alla Montemagno” e preferisco l’originalità al “copia e incolla”, ho visto qualcuno dei suoi video e credo che siano lavori che possano aiutare chi è a digiuno o addirittura lontano dalla Chiesa…magari per chi si avvicina o con i ragazzi a scuola. Però in alcuni casi, facendo puntualizzazioni, aggiunte e correzioni, perchè in effetti ci possono essere cose abbozzate o non proprio corrette.

  9. Sergio Di Benedetto ha detto:

    Bisogna tener presente una cosa, a margine: per fare un video nello stile di Ravagnani servono competenze e tempo, tanto tempo. E non sempre competenze e tempo possono essere spesi da volontari, che poi devono campare. Bisogna chiedersi se la Chiesa è disposta a spendere e investire in questo campo, al di là dell’amatoriale e dell’estemporaneo.

    • Toia Matteo ha detto:

      Bello spunto . Investire presuppone anche conoscere il mezzo , le dinamiche e chiarire gli obiettivi da raggiungere . Ho comunque voluto andare a vedere lo studio di don Alberto , beh … c è poco a livello tecnico e molto a livello di talento 🙂

  10. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Comunicare
    Il sito Usa MEGATRENDS prova a fare macroprevisioni contando il numero di ripetizioni delle parole nei media.
    Cosa troverebbe se misurasse quella parola nei docs della CC? Una pletora crescente. Quindi applausi??
    Tutt’altro.Un comunicare dall’alto che ignora completamente la ricezione a partire dall’attenzione ( docs llllunghi! Come le prediche.. stesso probl)
    Ecco xchè non condivido la “domanda aperta” qui posta.
    Il recipiente ascolta, vede e lascia cadere nel cestino tutto quanto non si lega al suo k/h. Entra da un orecchio e..
    Quindi si DEVE:
    – suscitare la sua attenzione ( BREVITÀ, prima di tutto, flash)
    – agganciare il suo interesse ( parlare di lui, non di noi..)
    – qui mi fermo sia x nn essere kassato x i bit, sia xchè mi sembra di offendere chiunque si interessi di comunicazione, cioè gran parte di voi😭🤐

    • Claudio Piccinini ha detto:

      Il tuo commento è molto interessante, ma non ho capito bene cosa vuoi dire.
      Intendi dire che la modalità di comunicazione adottata è buona (a prescindere dai contenuti) o che è ambivalente, ingannevole? Non mi riesce di capire.

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