Formare alla sinodalità – 1

Esercitare il sensus fidei nel cammino sinodale chiede una conversione: vivere la sinodalità chiede una conversione...
15 Settembre 2021

L’ethos della Chiesa Popolo di Dio convocato dal Padre e guidato dallo Spirito Santo a formare in Cristo «il sacramento, e cioè il segno e lo strumento, dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» si sprigiona e si alimenta dalla conversione personale alla spiritualità di comunione … Senza conversione del cuore e della mente e senza allenamento ascetico all’accoglienza e all’ascolto reciproco a ben poco servirebbero gli strumenti esterni della comunione, che potrebbero anzi trasformarsi in semplici maschere senza cuore né volto […]. Le stesse disposizioni richieste per vivere e maturare il sensus fidei, di cui tutti i credenti sono insigniti, si richiedono per esercitarlo nel cammino sinodale (Commissione teologica internazionale, La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa)

 

Esercitare il sensus fidei nel cammino sinodale chiede una conversione, vivere la sinodalità chiede una conversione.

La parola come sappiamo designa un nuovo orientamento esistenziale che abbraccia e integra tutte le dimensioni dell’umano, a partire da quella religiosa; nelle scritture, spesso viene resa con il termine metànoia, a indicare un cambiamento di mentalità, il passaggio da un orientamento di vita sbagliato al volgersi a Dio in tutte le sfere della persona, emozionale, razionale e quindi anche pratica. Poiché si tratta di una realtà che implica il passaggio a una forma di vita molto diversa dalla precedente, il concetto di conversione è strettamente legato all’idea di penitenza, tanto che biblicamente il termine metànoia viene a volte usato per rendere entrambe.

In realtà la differenza tra le due è significativa. La penitenza ha un’importante dimensione rituale: digiuno, elemosina, preghiera, mortificazione ne sono alcune forme. Sono certo elementi utili per verificare una conversione, anche se nulla esclude che possano rimanere confinati nella sfera esteriore. La metànoia invece è propriamente una trasformazione interiore: implica un cambiamento intimo e profondo, che si genera e si struttura nella relazione con Dio e che, a livello secondo, ha un riflesso etico, per cui nel rapporto con il Signore si cerca ciò che a Lui piace.

È quindi l’uomo intero che è coinvolto in questo dinamismo. Secondo Lonergan la conversione è la trasformazione del soggetto e del suo mondo, poiché consiste «nell’essere presi da ciò che ci tocca assolutamente. È innamorarsi in maniera ultra-mondana. È consegnarsi totalmente e per sempre senza condizioni, restrizioni, riserve».

A questi elementi, da sempre presenti sia pure in forme diverse nella riflessione ecclesiale, già Origene (†253) aveva aggiunto una prospettiva ulteriore: la conversione non è solo atto puntuale, ma anche processo che dura tutta la vita.

Non si tratta quindi solo di praticare, ma di innamorarsi della sinodalità, e ‘sposarne’ le dinamiche per incarnarle nella storia: una vera sfida, un cammino che non si conclude mai, per i singoli e per la Chiesa.

Un cammino dalla meta decisamente alta: in Gaudete et exsultate papa Francesco affermava che “la santificazione è un cammino comunitario da fare due a due” (GE 141): ne consegue che un cammino sinodale autentico è in se stesso via di santità per i suoi protagonisti.

 

Adottare la categoria di conversione, nella sua incisività personale, aiuta ad affrontare la questione formativa.

Già da lungo tempo questo è uno dei temi ricorrenti nel panorama ecclesiale: la formazione, nei più svariati ambiti, è proposta in molte forme e a diversi livelli e, insieme, continuamente invocata. La pandemia ha acuito la percezione di un problema ormai annoso: abbiamo moltiplicato i percorsi, tanto sistematici che estemporanei, gli incontri e le conferenze, le proposte di vicariati e parrocchie, ma permane la sensazione che tutti gli sforzi abbiano prodotto risultati ancora poco incisivi, soprattutto dal versante comunitario e, a maggior ragione, per quanto riguarda la sinodalità.

Ma che cosa si intende con il termine formazione? E che cosa specifica la formazione alla sinodalità?

La pedagogia contemporanea offre un primo quadro di riferimento relativo alla formazione degli adulti, che si sviluppa intorno a più coordinate. Cito un contributo di p.Gilardi S.J: «il concetto di formazione degli adulti è articolato e complesso, in quanto include al suo interno varie componenti, storiche, filosofiche, psicologiche e sociologiche, oltre a quelle specificamente pedagogiche» (Rassegna di teologia, 60 (2019), 457-468).

Una simile formazione integrale ruota intorno a tre nuclei:

1.    la formazione strettamente detta, ossia la promozione della crescita a livello intrasoggettivo, in cui la persona è condotta a prendere coscienza di sé stessa, a scoprire le proprie risorse e il proprio orientamento esistenziale, e ad averne cura in modo consapevole e attivo;

2.    l’educazione, che concerne la dimensione intersoggettiva della persona, promuovendone e orientandone le capacità relazionali, l’affettività, la corporeità, l’impegno comunitario, in ultima analisi il senso di responsabilità;

3.     l’istruzione e l’apprendimento, ovvero il processo sistematico di offerta e acquisizione di conoscenze, che nutre nel formatore la competenza (contenutistica e relazionale) nella trasmissione di ciò in cui è esperto, nel formando le abilità per interpretare la realtà in cui vive, nella relazione col formatore e attraverso le coordinate trasmesse e apprese.

Lo scopo ultimo è favorire l’acquisizione o la crescita della virtù specifica della vita adulta: la generatività, ossia la capacità di dare la vita (non solo in senso biologico), di sostenerla e di assumersene la responsabilità.

A essa si accompagnano la capacità valutativa del proprio vissuto nel contesto storico e sociale in cui si è inseriti e la disponibilità al proprio cambiamento, condizione che consente di intuire come la formazione integrale sia un dinamismo che, in espressioni diverse, abbraccia tutte le età dell’esistenza.

Questo quadro, offerto dalle scienze umane, viene assunto e declinato in senso ecclesiale, per esempio, nel Documento finale del Sinodo sui giovani. Si può affermare che tutto il documento si occupi di formazione, ma il quarto capitolo, conclusivo, sollecita proprio l’acquisizione di uno sguardo integrato e globale, auspicando l’assunzione di un nuovo approccio formativo (cito) «che punti all’integrazione delle prospettive, renda capaci di cogliere l’intreccio dei problemi e sappia unificare le diverse dimensioni della persona. Questo approccio è in profonda sintonia con la visione cristiana che contempla nell’incarnazione del Figlio l’incontro inseparabile del divino e dell’umano, della terra e del cielo» (DF n. 157).

Perché allora serve un nuovo approccio formativo? Quali dimensioni vanno implementate? Risponderemo nella seconda parte.

Una replica a “Formare alla sinodalità – 1”

  1. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Belle parole!
    Ma formazione, come ‘accompagnamento’ presuppone un movimento dall’alto vs il basso.
    Peccato che i sig.ri dell’alto abbiano finora fatto cilecca. Incompetenza o mancanza di volontà di ‘metanoia’??
    In ogni caso la Cc va rifirmata a partire dal BASSO. Tertium non datur.
    Ma forse è troppppo tardi.
    Pecore skappate.
    Quasi tutte.

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