Nel nostro anno liturgico sinodale siamo giunti a metà del tempo quaresimale [1]. Nella quaresima, come nel cammino sinodale, si tratta di avviare un processo di conversione dai propri peccati. In altri termini, una sorta di trasformazione: personale, relazionale e strutturale. Ecco perché gli esercizi spirituali, in quanto momento topico della Quaresima, debbono e possono trovare il loro corrispondente sinodale nella necessità di «curare la formazione di tutti, nel Popolo di Dio, alla sinodalità missionaria» (DF 11; cf. anche 80) [2]. Lo stretto legame tra cammino sinodale e Spirito Santo comporta l’elaborazione di una spiritualità sinodale e «nessuno può procedere da solo su un cammino di autentica spiritualità. Abbiamo bisogno di sostegno, compresa la formazione e l’accompagnamento spirituale, come singoli e come comunità» (DF 43).
Tale formazione deve partire da quella dei «Vescovi» (DF 71), affinché riescano sempre meglio a «comporre in unità i doni dello Spirito ed esercitare in stile sinodale l’autorità loro conferita» (DF 148), per poi proseguire con «quanti ricoprono ruoli di responsabilità» o sono «accompagnatori o facilitatori» (DF 86), sino ai seminaristi (DF 148; DFCS 61), ai catechisti (DF 145) e alla «coscienza personale di ciascuno» con il proprio «sensus fidei» (DF 83; cf. anche GS 16).
Per le madri e i padri sinodali è fondamentale che a questa formazione partecipino insieme «uomini e donne, Laici, Consacrati, Ministri ordinati e Candidati al Ministero ordinato, permettendo così di crescere nella conoscenza e stima reciproca e nella capacità di collaborare» (DF 143; cf. anche DFCS 60; 61, lett. a; 69, lett. b-c; 71, lett. a). Tutti questi soggetti dovrebbero poi farsi «accompagnare» sia dalle «istituzioni teologiche» che stanno chiarendo e approfondendo «il significato» della sinodalità (DF 67; cf. anche DFCS 52), sia dalle «discipline pedagogiche» che offrono «percorsi formativi ben mirati, attenti ai processi di apprendimento in età adulta e all’accompagnamento dei singoli e delle comunità», ossia attenti alla «formazione dei formatori (…) idonei e competenti» (DF 143; cf. anche DFCS 53).
Ciò non toglie che «la Chiesa ha già molti luoghi e risorse per la formazione di discepoli missionari: le famiglie, le piccole comunità, le Parrocchie, le Aggregazioni ecclesiali, i Seminari, le Comunità religiose, le Istituzioni accademiche, (…) i luoghi del servizio e di lavoro con la marginalità, le esperienze missionarie e di volontariato (…), la pietà popolare» (DF 144; cf. anche DFCS 41; 51; 73, lett. b). Senza dimenticare i catechisti – «risorsa fondamentale» per la formazione (seppur da apprezzare e sostenere maggiormente) – soprattutto se si pongono «sempre più ‘in uscita’ (…) estroversa (…) fino alle periferie esistenziali», come in «un ‘laboratorio di dialogo’ con uomini e donne del nostro tempo» per «illuminare la loro ricerca di senso» (DF 145; cf. anche DFCS 54; 55, lett. a)
Decisivo qui è ricordare che, sulla scia di quanto emerso durante il cammino sinodale, «tutti siamo soggetti attivi e abbiamo qualcosa da donare agli altri» (DF 144; cf. anche DFCS 44). In altri termini, tale formazione deve essere pensata e vissuta come «scambio di doni tra vocazioni diverse (comunione), nell’ottica di un servizio da svolgere (missione) e in uno stile di coinvolgimento e di educazione alla corresponsabilità differenziata (partecipazione)» (DF 147: cf. anche DFCS 61).
Ovviamente, le madri e i padri sinodali non nascondono il fatto che tutto ciò «esige non di rado un impegnativo cambio di mentalità e una rinnovata impostazione degli ambienti e dei processi formativi», ma «soprattutto la disponibilità interiore a lasciarsi arricchire dall’incontro con fratelli e sorelle nella fede, superando pregiudizi e visioni di parte» (DF 147).
Perciò la formazione deve riguardare non solo tutti noi, ma tutto di noi e del processo: essa deve essere «integrale [intellettuale, affettiva, relazionale e spirituale] continua e condivisa» (DF 143; cf. anche DFCS 42; 59; 60, lett. a; 68); deve coinvolgere tutte le Chiese locali (cf. DF 86) ed abbracciare, non solo i momenti del «discernimento» (DF 86; cf. anche 141), «della trasparenza, del rendiconto e della valutazione» (DF 80; cf. anche 141; DFCS 62; 69, lett. g; 74, lett. d), ma anche quelli propri della «libertà di figli e figlie di Dio nella sequela di Gesù Cristo»: «uno stile rinnovato nelle relazioni ecclesiali», «nuove dinamiche partecipative», «la consapevolezza che i doni ricevuti nel Battesimo sono talenti da far fruttificare per il bene di tutti» (DF 141), «l’ascolto» (DF 78; cf. anche DFCS 50), lo sviluppo della «capacità di apertura e incontro, di condivisione e collaborazione, di riflessione e discernimento in comune, di lettura teologica delle esperienze concrete» (DF 143).
Quello che bisognerebbe verificare ora, parrocchia per parrocchia, diocesi per diocesi, conferenza episcopale per conferenza episcopale, è se e quanto questo processo di formazione alla sinodalità missionaria, a più di un anno e mezzo dalla conclusione dell’assemblea sinodale della Chiesa universale, sia stato almeno avviato. L’impasse in cui potrebbe essersi impantanato il processo sinodale – il quale richiede una conversione alla sinodalità che necessita una formazione a sua volta bisognosa di una conversione ad essa per essere attivata – la dice lunga sulle risposte che potremmo ottenere al termine della verifica in questione…
_____________________________________________
[1] Nella prima parte di questo anno, ho dedicato il tempo ordinario che viene dopo quello di Natale al dialogo ecumenico e interreligioso (con ebrei e musulmani).
[2] Di «un’autentica formazione dei battezzati alla sinodalità e alla missionarietà» parla anche il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia (DFCS 43) che dedica a tale formazione tutta la Parte II (la quale riprende, spesso alla lettera, la quinta parte del DF 140-151). A tal proposito, oltre ai paragrafi specifici citati nell’articolo, si vedano anche i §§ 45 (per la Scrittura come primo momento formativo della comunità ecclesiale); 46 (per la formazione liturgica); 47 (per quella musicale); 49 (per quella relativa all’omelia); 57 (per il catecumenato); 68 e 75, lett. a (per quella relativa agli organismi di partecipazione); 70 (per quella al diaconato).
In effetti, Angelo, con il tuo commento, hai esplicitato il non detto che c’è nel capoverso finale dell’articolo. Quante persone (soprattutto con incarichi istituzionali) abbiamo sentito dire: “ma io non ci credo alla sinodalità”… Per ora, se uno ci crede, non resta che la testimonianza di quanto (di buono) è avvenuto e di quanto (di buono) dovrebbe continuare ad avvenire…
Naturalmente il commento non era al tuo articolo che, assieme ad altri e di altri autori di Vino Nuovo, apprezzo molto. Siete tra i pochi, nel panorama ecclesiale, che sanno distinguersi per: competenza, sana lettura della realta’, proattivita’.
Volevo solamente evidenziare il fatto che non c’e’, in modo palese per esperienza diretta a livello di parrocchie della mia Diocesi di Lodi (con la Diocedi in testa), un cambio di passo, registro o prospettiva in senso sinodale. La cosa grave e’ che molte volte questo e’ frutto (o mascherato) di “buona fede”, che pero’ ormai non giustifica e neppure e’ piu’ giustificabile.
Grazie per il tuo e vostro lavoro.
Grazie a te Angelo per le belle parole rivolte a noi di VN! Su quanto evidenzi sono, purtroppo, totalmente d’accordo…
Va bene la Speranza, di cui abbiamo celebrato un anno giubilare intero, ma non ci vuole certo un sondaggio, a cui sistematicamente molte realta’ neppure rispondono senza che nessuno faccia una piega, per arrivare alla conclusione che siamo al punto di partenza (senza che nessuno faccia una piega!). Soprattutto in tempo quaresimale momenti che non siano le solite “cose”, non trovano certo spazio. Non ci vuole la palla di vetro, le carte dei tarocchi, o capacita’ divinatorie, basta fare un campione di parrocchie da visitare o, da remoto, dare una scorsa ai siti web delle diocesi. Non servono grafici e percentuali di risposte, serve crederci!