Come viene letto chi lascia?

L’eco dell’affaire Ravagnani rivela parecchie cose su come oggi si pensi e si viva la vocazione, qualsiasi essa sia.
16 Febbraio 2026

L’eco di Ravagnani

“L’affaire” Ravagnani imperversa. Non voglio parlare di lui. Gli auguro con tutto il cuore che i fari si spengano al più presto e lui possa essere rimandato solo a sé stesso, così da poter iniziare davvero un cammino, magari con qualcuno che con competenza lo aiuti a ritrovarsi.

L’eco provocato dalla sua storia, però, attraverso i tanti commenti e le riflessioni di questi giorni, rivela parecchie cose su come oggi si pensi e si viva la vocazione, qualsiasi essa sia, nell’intreccio tra antropologia, psicologia e spiritualità.

Chi molla sbaglia

Si va dall’estremo di chi ipotizza che mollare il sacerdozio significhi “tout court” mollare la fede. Con una visione in cui è la vocazione a ricoprire un ruolo ecclesiale sostanziato da una spiritualità che vive solo o quasi di riti religiosi codificati, in cui la volontà razionale vuole dominare sulle dinamiche psichiche, perché si è convinti che l’equilibrio antropologico sano debba essere centrato sulla ragione, a cui viene assegnato il compito di decidere, oltre che di comprendere, nell’ipotesi teologica che Cristo raggiunga la persona essenzialmente attraverso la verità.

L’effetto esistenziale è che le dimensioni emozionale ed istintuale debbano seguire la ragione e la volontà. Una coppia che si sfalda, un prete che lascia, una suora che molla, vengono letti, quindi, come persone con una razionalità non lucida e di scarsa volontà: non si sono impegnati abbastanza per chiarificare e coltivare la verità che avevano intravvisto, ipotizzando che aver mollato significhi aver “perso” anche la fede, perchè essa è pensata possbile solo in questo equilibrio.

Coloro, invece, che restano all’interno di questa logica, mettono in atto strani stili di comportamento, che non vengono riconosciuti come compensazioni “pesanti”, necessarie per sopravvivere alla compressione o all’inibizione, delle dimensioni emotive e istintive. Matrimoni aridi e moralistici, con un clima familiare freddo e “regolativo”; posture presbiterali dure e impositive, arroccate sulla difesa di dettagli anacronistici; frati e suore rigidamente abbarbicati al rispetto delle regole, che avvertono gli altri come “disturbatori”. Sono tutti esempi di situazioni che vengono considerate buone e giuste, dovute alla fedeltà al ruolo in cui la vocazione si iscrive, in cui anche gli atti estremi di violenza, psichica, sessuale, fisica, o sociale, operati su di sé o sugli altri, possono essere considerati accettabili.

Chi molla è comprensibile

Sempre nella stessa logica di fondo, ma con un grado meno estremo di radicalità, si trovano coloro che ipotizzano che sia davvero difficile che emozioni e istinti possano seguire la ragione e la volontà. E si rendono conto che le compensazioni, riconosciute come tali, sono necessarie per stare in questo equilibrio. Si adoperano, quindi, per trovare quelle meno pesanti possibili, meno distanti dalla percezione della verità che cercano di incarnare.

Credo sia la condizione della stragrande maggioranza delle persone, in cui la scelta vocazionale viene mantenuta con grande sforzo umano, nel tentativo costante di aggiustare l’equilibrio tra una ragione e una volontà che dice certe cose e l’emozioni e gli istinti che ne dicono altre. Il più delle volte la soluzione più semplice è quella di dividere il tempo: c’è quello in cui si incarna, al meglio possibile, il ruolo vocazionale e poi c’è quello in cui la propria umanità può respirare, evitando così che metta i bastoni fra le ruote del ruolo vocazionale. Un prete che molla, un matromonio che si rompe o una suora che se ne va sono comprensibili nella difficioltà di mantenere questo continuo sforzo di aggiustamento.

Questa è sicuramente una condizione più agevole, rispetto alla prima, ma ha due grossi problemi. Il primo è che per sostenere questo sforzo continuo ci vuole una struttura psichica non troppo ferita e oggi, soprattutto nelle generazioni giovani, questa condizione è davvero molto rara. In secondo luogo questa è una condizione interiore che non riesce a far rifulgere la bellezza e l’attrattività della verità che si vorrebbe testimoniarne, perché nel ruolo vocazionale manca la spontaneità tipica dell’emozioni e degli istinti che fluiscono in modo sano. L’incarnazione effettiva della fede è davvero poco sviluppata.

Chi molla fa bene

Sul lato opposto, stanno coloro che rifiutano questo equilibrio antropologico e ipotizzano, al contrario, che emozioni e istinti siano la vera sede dell’umano, che la volontà non sia altro che l’attrazione data da ciò che ci piace e la ragione non sia altro che l’organizzatore del modo con cui vivere emozioni e istinti. Qui la verità razionale non è tanto rilevante, quanto invece l’esperienza percettiva. In questa logica mollare il sacerdozio, il matrimonio, la vita religiosa è giusto e corretto se le proprie emozioni e i propri istinti non vi trovano più spazio sufficiente. E di solito, ciò si associa alla richiesta di rendere meno codificato il ruolo, togliendo alcuni divieti.

La spiritualità possibile in questa impostazione è poco religiosa, più spontanea e individuale, centrata soprattutto sul fare esperienza dell’amore, molto poco codificata tanto da non sopportare che qualcuno possa mettervi limiti o direzioni, se ciò non è avvertito già prima dalla persona stessa. Perciò, poi, la possibilità di stare dentro ad una forma vocazionale abbastanza determinata e codificata diventa difficile.

Così si sdoganano matrimoni “aperti”, con bassa intensità affettiva, in cui la relazione funge reciprocamente da luogo in cui l’altro serve ai miei bisogni; si trovano sacerdozi o vite religiose al cui centro sta solo uno, o al massimo due, “servizi” pastorali: lo studio, i poveri, l’insegnamento, i social, i giovani, il turismo religioso, la predicazione. Ognuno sceglie di coltivare le proprie passioni personali, sperando così di trovare appagamento ai propri bisogni e dando forma personalissima allo stare dentro a quel ruolo, in cui gli altri “servizi” di esso vengono sopportati.

Sicuramente questa condizione chiede meno sforzo umano, se non quello di rendere possibile, rispetto alla codifica del ruolo, la propria personale interpretazione. Ma ha due lati problematici. Il primo è che manca la possibilità di una sufficiente stabilizzazione effettiva della propria scelta vocazionale. L’ipotesi di poter cambiare resta sempre aperta e non perché “nella vita non si sa mai”, ma perché senza questa “via di uscita” potenziale non si riuscirebbe a stare in ciò che al momento si vive. In secondo luogo questo stile vocazionale lascia poco spazio al valore trascendente di ciò che ci attrae e non lo mostra abbastanza, perché qui l’amore percepito e vissuto è soprattutto quello verso sé stessi. Lo spazio di testimonianza della trascendenza si riduce moltissimo.

Un fondo comune

A ben guardare ci sono almeno tre elementi comuni tra queste tre forme vocazionali.

Il primo è la spaccatura antropologica su cui stanno in piedi. Nei primi due, con gradi diversi, si predilige la volontà razionale a scapito dell’emotività. Nel terzo, al contrario si abita la spontaneità senza riuscire a ritrovare un senso sufficiente alla volontà razionale. E mentre la tradizione teologica cristiana sposa da secoli le prime due forme (vedi san Tommaso), la post modernità attuale si zerbina chiaramente sulla terza (vedi Bauman). Ma nessuna trova modo di “ricucire” davvero l’essere umano.

Il secondo è che nessuna delle tre riesce a centrarsi effettivamente sull’esperienza dell’amore gratuito. Nelle prime due l’amore non è mai considerato il centro motore effettivo dell’esistenza della persona. Nella terza si parla di amore di sé, continuamente da ricercare come centro della vocazione e non di amore gratuito in cui l’amore di sè sarebbe già consolidato e percepito. In tutti i casi nessuna mostra di avere colto come una vocazione stia in piedi in modo solido solo se si ha alle spalle un’esperienza effettiva di aver ricevuto abbastanza questo messaggio, soprattutto col linguaggio corporeo: è meraviglioso che tu esista così come sei!

La terza è che in tutti i casi, la condizione che viene ritenuta “giusta”, è percepita come qualcosa che non può essere “manipolato” dalla persona stessa, non può essere oggetto di un percorso che possa migliorare i limiti che ciascuna forma vocazionale presenta. Così è e così dev’essere. Perciò, poi, nei luoghi di formazione è quasi impossibile accorgersi delle condizioni psichiche personali di partenza e immaginare che esse possano essere “prese in carico”. Certe inclinazioni si possono vedere prima della scelta e si possono provare a lavorare, non per eliminarle, ma per renderle permeabili all’amore gratuito di Cristo. Sarebbe un enorme servizio alle persone in cammino vocazionale e un bel vantaggio anche in termini di testimonianza.

Ci manca un’antropologia nuova, che prenda sul serio l’incarnazione, riconosca lo spazio reciproco a spiritualità e psicologia, e guardi all’uomo reale per comprendere come l’esperienza dell’amore gratuito diventi il centro unificatore della persona. Questo è ciò che servirebbe per testimoniare meglio la trascendenza, che si dà solo nell’incarnazione.

 

 

2 risposte a “Come viene letto chi lascia?”

  1. Paola Meneghello ha detto:

    Attraverso l’incarnazione si dà trascendenza, concordo.
    Il limite è come un trampolino, e allora però, mi nasce anche l’idea che nulla si dia senza la capacità di riuscire a non prendersi troppo sul serio, con l’umiltà di chi davvero per amore gratuito, accetta di poter essere altro, di poter o dover spiccare altri voli, e trasformarsi.
    D’altra parte, la scelta feconda che si attua nell’incarnazione, quella attraverso cui si dà trascendenza, è secondo me quella che non si ferma alla soddisfazione dell’io-me, ma quella che sa andare oltre la soddisfazione superficiale di sé.
    Nessuno può leggere nella coscienza dell’altro, ma certo dovremmo imparare a leggere ognuno nella propria, affinché la scelta, anche di lasciare, non sia un modo per non andare a fondo, ma semai un’esigenza vera di rinascita, per continuare ad essere fecondi anche su altri piani.

  2. Pietro Buttiglione ha detto:

    Caro Gil, se riuscissi ad esprimere il tuo pensiero, che con-divido, con meno parole astratte.. sarebbe un guadagno x noi incapaci…
    Ad esempio la tua frase finale da incorniciare:
    ” la trascendenza, che si dà solo nell’incarnazione”
    Provo a riscriverla così:
    TU puoi avvicinarti allo stato SPIRITUALE, quello che sarà lo stato che ci accompagnerà dopo la morte, solo se TU riuscirai già da questa vita a vivere in unione di empatia verso gli altri e verso la natura, se riuscirai a capire che ci sono molti impedimenti che lo impediscono, sia in te, come le tue angosce, paure, dis-perazioni, che intorno a te, come il tempo speso in cose inutili che non contribuiscono al tuo progetto di vita!
    PS. In parole povere devi avere sia una visione che un progetto di vita.
    Poi tutto, lo stesso tuo corpo, deve concorrere.
    Ho scritto troppppo..😭

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