Cantiere parrocchia: cosa emerge dal dibattito

Dopo il primo articolo sulle 'crisi della parrocchia', è nato un ricco confronto, di cui proviamo a fare sintesi, prima di avanzare proposte e prospettive.
24 Novembre 2020

Dopo l’articolo pubblicato sulle ‘crisi della parrocchia’, è nato un bel dibattito, con decine di commenti, confronti, critiche. Ho anche ricevuto alcune considerazioni attraverso canali privati. Come dicevo nell’articolo, in quel frangente mi volevo limitare alla pars destruens, cioè volevo partire da un’analisi il più possibile leale di quello che la parrocchia oggi vive nei suoi passi più faticosi, che definisco ‘crisi’ perché, etimologicamente, sono temi su cui siamo chiamati a ‘giudicare’ e crescere.

Qualcuno mi ha chiesto conto della pars costruens; credo che sia giusto però, prima di avanzare qualche proposta, mettersi in ascolto del dibattito e provare a fare sintesi delle tendenze che si sono imposte maggiormente al dialogo, come in un piccolo ‘cammino sinodale’.

Conservando lo stile del primo articolo, ho provato a riassumere le diverse opinioni in alcune parole-chiave, attorno a cui si sono coagulati i numerosi interventi. Sono cosciente che così facendo ho ridotto la complessità, ma penso che sia utile fissare alcuni punti fermi sintetici per favorire la pars costruens.

Realtà: abbiamo tutti bisogno di un bagno di realtà, di conoscenza diretta della parrocchia e delle parrocchie. Abbiamo necessità di un discorso vero, che non copra con frasi fatte o ipocrisie quello che l’esperienza oggi ci presenta, nelle sue opportunità e nelle sue rotture. Troppo spesso i discorsi ecclesiali tendono a fuggire da una seria lettura del mondo che ci circonda; avvertiamo l’urgenza di uno sguardo senza pregiudizi e senza nostalgie, sentiamo come decisivo un esame di coscienza, fuggendo dalla tentazione di proiettare all’esterno quello che desideriamo nel nostro intimo, quello che ‘vorremmo fosse’. Un’analisi lucida e anche spietata è quanto mai sentita come un primo passo per affrontare le crisi della parrocchia. Si chiede, si apprezza o si rimpiange un confronto necessario con la verità dei fatti quotidiani.

Comunità: in un tempo sempre più proiettato verso l’individualismo, c’è un forte desiderio di comunità. Cerchiamo rapporti veri, relazioni sincere e solide. Cerchiamo una parrocchia che sappia essere comunità di storie e di vite, dove ci sia l’ascolto, dove le differenze personali vengano accolte veramente e non solo tollerate, dove si abbia il coraggio di accompagnare e farsi prossimi: ai poveri, ai disabili, a chi non è in linea con il pensiero parrocchiale ‘dominante’.

So bene che è l’utopia a cui molti nei secoli hanno cercato di arrivare: ma nel dialogo emergeva come si cerchi non una comunità di perfetti e puri, bensì una comunità di rapporti il più possibile umani e autentici, senza giudizi, pettegolezzi, rivalità, competizioni. Desideriamo comunità riunite attorno alla sequela di Cristo, nei limiti di ognuno, dove le sensibilità, i pensieri, le scelte non rappresentino ostacoli o causa di allontanamento.

Sogniamo comunità di pazienze e di interesse reale verso l’altro; comunità cristiane che sappiano anche entrare concretamente nelle case, semplicemente per esserci, non rispondendo a finalità altre, che allontanano (la raccolta delle offerte, l’immediata proposta di attività, il ‘reclutamento’). Ma comunità significa anche trasparenza economica, decisioni comuni sull’uso dei fondi, controllo e vigilanza reali, condivisione di scelte su mezzi e modi di spendere.

Clericalismo: come più volte denunciato dal Papa, ha ancora troppa forza il clericalismo, inteso come gestione monolitica del potere, elevazione del ‘ruolo sacro’ rispetto agli altri cristiani, autoreferenzialità, mancanza di confronto. È una tendenza che non riguarda solo il clero, ma anche i laici più ‘fedeli’ al clero. Il clericalismo tende a escludere, a soffocare i laici nella loro indipendenza e libertà di pensiero; esso spinge all’uniformità sterile, sollecita implicitamente le persone più fragili a sforzarsi per ‘godere’ del potere concesso dal clero, in una sorta di catena sempre più povera e problematica, che in ultima analisi separa ed esclude chi non vuole riconoscersi in tali modalità, che sono più di vita che di pensiero. È un tema enorme, con ricadute di cui non comprendiamo appieno la portata se guardiamo solo con le lenti dell’appartenenza.

Discernimento: si avverte la necessità di un discernimento condiviso tra i fedeli battezzati – non solo quelli più impegnati – sulle scelte da compiere per rinnovare la vita della parrocchia. Discernimento è lettura dei segni dei tempi, ma anche, in primo luogo, ascolto dello Spirito, nella certezza che il suo soffio non si può circoscrivere e che la sua creatività ci spinge all’azione. Il discernimento deve però condurre a qualche passo concreto, evitando che diventi un alibi per l’inerzia e la conservazione di ciò che sentiamo come non più adatto al nostro tempo o al nostro spazio. Inoltre, discernimento significa cogliere le peculiarità delle varie situazioni, significa coltivare i carismi che ci sono, avendo il coraggio della libertà per una progettualità generativa e interessante per il XXI secolo.

Rinuncia: emerge un’ampia consapevolezza sul fatto che il tempo che stiamo vivendo richiedere una dolorosa ma non più improrogabile rinuncia. È necessario scegliere e quindi rinunciare a strutture, spazi, organizzazioni che oggi non creano nulla di fecondo, spesso diventando, al contrario, un peso o un ostacolo all’annuncio e alla sequela del Vangelo. Bisognerà rinunciare anche ad attività antiche e consolidate, che nel mondo contemporaneo rischiano di essere solo fossili non più in grado di generare vita. Anche l’aspetto del culto domanda rinunce, cercando di salvare ciò che ancora permette un’esperienza autentica di preghiera e di fede e ciò che invece è ormai costume, folklore, rito vuoto.

Sofferenza: in filigrana a numerosi interventi si coglie una profonda sofferenza che vive chi ha avuto a che fare con la parrocchia. È sofferenza del clero e del laicato, dei più anziani come dei meno maturi, delle donne e degli uomini. È una sofferenza che nasce da un affetto sincero per un’istituzione a cui si è grati, perché ha rappresentato per molti la prima forma di incontro con la fede cristiana. Ma è anche una sofferenza che sorge nel momento in cui la parrocchia non è stata più in grado di accompagnare con libertà e vicinanza i cammini di maturazione, le scelte, gli sviluppi delle personalità e delle sensibilità, provocando invece incomprensioni, resistenze, allontanamenti. I ‘cristiani dell’esilio’ – come li chiamavo nel mio primo articolo – vivono spesso il loro ritirarsi con sofferenza. Sebbene molti abbiano poi intrapreso diversi cammini cristiani, non più parrocchiali, rimane il rimpianto per l’occasione persa, per la crisi non colta, per la ferita causata, per l’inerzia che non rende vivo il Vangelo. C’è però anche la sofferenza di chi è rimasto ma con fatica, per fedeltà e convinzione, ma vede tutti i limiti di un’esperienza che genera troppi pesi e fatiche, che distoglie dalle proprie vocazioni, che rende il servizio più un dovere morale che un dono gratuito. Vi è poi la sofferenza del laicato che non si sente capito e ascoltato dal clero, e del clero che non si sente capito e ascoltato dal laicato. Da ultimo emerge come sia presente ancora la sofferenza generata dal rapporto, che a volte ha i tratti dello scontro e della rivalità, con i movimenti ecclesiali.

Si tratte di tante sofferenze, umane e cristiane, che, lo ripeto, hanno tuttavia alla base un affetto e una gratitudine su cui occorrerebbe maggiormente riflettere, perché dice quanto ancora i talenti potrebbero essere messi a frutto e non semplicemente sotterrati, in attesa di tempi migliori che, come la storia dimostra, non arriveranno: ci sono i tempi che viviamo e che, per fede, sappiamo custoditi dallo Spirito.

4 risposte a “Cantiere parrocchia: cosa emerge dal dibattito”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Oggi nella Parrocchia o Chiesa, sembra sopravvivano sempre due esempi di cristiani, , quello che suppone di poter avvalersi del potere Magister in quanto dall’Alto e guarda con altrettanta considerazione al denaro fonte di benessere per la propria sopravvivenza ; e quello altro che pratica l’insegnamento vivendo di fede nella Parola delle origini,. Intorno oggi questo ultimo rimane nell’ombra, a meno che non si parli di singoli eroi, emigranti, santi, Forse per questa assenza di Cristo in famiglia, anche questa e cambiate, laica o clericale ristretta o allargata? diventata famiglia umana tout curt, e non si sa più di Lui. Eppure Lui esiste e si fa vicino in ogni luogo , in ogni stato la persona si trovi, “abbi Fede, diceva dopo aver fatto il miracolo, il che suppone anche un cambiamento, una accettazione, il prendere la propria croce! a seguirlo. Oggi comunque sembra non sia né qua, né la, lo segnalano, ci sono altari e Messe celebrate, ma anche vissute nascoste dagli umili.

  2. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    La Parrocchia dovrebbe essere Scuola di vita Cristiana, Chiesa Mater et Magistra. Questo sarebbe l’ideale, se penso a quanto di influenza ha esercitato sulla società conosciuta, devo dire che Essa si mantiene ancora viva ma ha subito un distacco dal popolo semplice quando forte del potere spirituale si è lasciata catturare dal temporale. Mia nonna, che aveva visto naufragare il benessere e sulla sua lapide era stato scritto -cuore generoso verso i poveri -eccepiva al passaggio di edificanti processioni con :”ma Gesù Cristo andava scalzo”!, l’altra mia nonna era nella processione con le Figlie di Maria, umile fedele alla Parola. Due esempi di vita cristiana di cui conservo memoria più in foto e parole riportate, perché mio padre era ultimo di famiglia numerosa, ma la cui cultura ne ho fatto riferimento, scelta personale e che mi permette di vedere l’evolversi della tradizione e leggerla nell’oggi.

  3. Stefania Manganelli ha detto:

    L’ulteriore analisi qui proposta mi conferma una sensazione di fondo, cioè che facciamo fatica ad operare la prima “rinuncia”: quella alla parrocchia. A me pare che siamo di fronte a una crisi di fede, di cui in grandissima parte è “responsabile” proprio la “parrocchia”. Se la fede è in crisi, la parrocchia invece è propio morta. Morta. Si è suicidata, dopo aver commesso molti omicidi, primo fra tutti lo stesso volto di Cristo Risorto. Tanto che emerge la domanda: “perchè cercate tra i morti colui che è vivo?” e la risposta: Lui vi precede in Galilea!
    Gli occhi purificati dalle lacrime (la citata “sofferenza”) e trasparenti allo Spirito Santo vedono il Risorto in innumerevoli situazioni di vita quotidiana, non certo nella “parrocchia” o nelle sue istituzioni o attività pastorali. Gli stessi occhi contemplativi diventano anche pazienti e aperti alle sorprese dello Spirito Santo che, solo, sa fare nuove tutte le cose.

  4. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Forse prima di tutto cambiare il nome.
    Oramai sinonimo di ghetto/paraocchi.
    Se analizzo la bella e giusta analisi di Sergio col criterio IN/OUT trovo che si guarda mmmolto “dentro”. Corretto x la “Parrocchia” para-occhi.
    Manca una sola parolina, quella x cui Gesù….
    U M A N I T A’

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