Una tragedia contemporanea: la sepoltura dei ‘non nati’.

Su questo come su altri temi sensibili, mi sembra che si continuino a semplificare le posizioni delle parti in causa, rendendole così (più facilmente) parti in lotta...
8 Ottobre 2020

Il caso delle sepolture dei feti è ormai noto. Alcune donne hanno casualmente scoperto che in una zona del cimitero, o meglio del camposanto romano di Prima Porta vi sono centinaia di piccole croci in memoria dei loro bimbi non nati (soprattutto per IVG terapeutica fra la 20ª e la 28ª settimana). Sopra queste croci si possono leggere i nomi delle madri, senza che esse siano state messe a conoscenza della sepoltura o ne abbiano dato prima il consenso informato (che quindi sembra essere mancato).

Le reazioni non si sono fatte attendere. L’associazione ‘Differenza Donna’ vuole procedere con una class action. La Procura di Roma, in attesa dell’istruttoria del Garante della privacy, starebbe valutando l’apertura di un fascicolo per accertare eventuali violazioni in tal senso (sino alla violenza privata).

L’azienda municipalizzata Ama – quella che a Roma si occupa dei rifiuti [sic!] – ha spiegato di aver applicato il regolamento di polizia mortuaria (del 1939!) e di aver scelto il simbolo della croce perché «è quello tradizionalmente in uso in mancanza di una diversa volontà». L’ospedale San Camillo ha precisato di non avere alcuna responsabilità sul seppellimento, aggiungendo che «i feti sono identificati con il nome della madre solo ai fini della redazione dei permessi di trasporto e sepoltura».

Come spesso avviene, il rimpallo di responsabilità è legato ad una normativa invecchiata e tale da lasciare quei margini di discrezionalità che costituiscono i presupposti del caso emerso. Il Dpr 285/90 (che aveva aggiornato il suddetto regolamento del ’39) prevede che i feti abortiti possano essere sepolti su richiesta (e spese) dei genitori anche entro la 20^ settimana, altrimenti sono destinati dalla struttura ospedaliera (che ne diviene ‘proprietaria’) all’incenerimento e alla tumulazione in fossa comune. Dopo la 20^ settimana, nel caso i genitori non facciano questa richiesta, il dpr 254/03 prevede che l’ospedale provveda alla ‘termodistruzione’ del feto non nato o, dietro autorizzazione della Asl, alla sua sepoltura (anche se alcune regioni hanno previsto – discutibilmente – che tale sepoltura d’ufficio possa avvenire anche entro la 20^ settimana). Resta fermo che dopo la 28esima settimana, quando il feto è riconosciuto come «nato morto», la sepoltura diventa obbligatoria.

Il problema, però, consiste nel fatto che della sepoltura (o dell’incenerimento) si occupano altre associazioni o aziende rispetto alla struttura ospedaliera o alla azienda sanitaria locale: nel caso di Roma quella che si occupa dei servizi cimiteriali, che è anche quella della raccolta dei rifiuti (l’AMA), altrove enti o associazioni (private e a volte cattoliche, come la nota ‘Difendere la vita con Maria’ e ‘L’armata bianca della Madonna’).

Nei commenti seguiti alla segnalazione del caso, ci si è trovati quasi tutti concordi nel denunciare l’accaduto come grave violazione del diritto alla riservatezza della donna (a cui ora si dovrà porre rimedio con un intervento normativo) e nel segnalare l’inadeguatezza del linguaggio burocratico utilizzato all’interno di questa ‘pratica’ (feto da smaltire, rifiuto ospedaliero, prodotto del concepimento, parti anatomiche riconoscibili, etc.).

Non ci si è preoccupati, intra ed extra ecclesiam, di due aspetti che mi sembrano invece importanti per le implicazioni antropologiche e giuridico-politiche, e che provo ad evidenziare con quel timore e tremore inevitabile quando si toccano temi talmente sensibili che qualsivoglia delicatezza e gentilezza non garantisce dal rischio di usare parole o dare adito ad interpretazioni che senza volerlo colpevolizzino o criminalizzino le donne.

All’interno delle ‘mura’ acattoliche, mi ha lasciato perplesso questa volta l’assenza di una attenzione all’eventuale desiderio della madre e – perché dimenticarlo? – del padre alla sepoltura (o incenerimento) del feto/bimbo non nato. Come se l’aborto spontaneo o terapeutico non sia comunque, se non una morte, quantomeno un’interruzione di un processo vitale. E questo a prescindere dall’averlo vissuto in modo doloroso o pacifico (perché, ricordiamolo, c’è tutta una parte del mondo femminile che rivendica il diritto a sostenere, anzi testimoniare, che l’IVG non è necessariamente dolorosa o causa di sofferenze – e certamente non possiamo pensare di ‘archiviare’ tale testimonianza con frasi del tipo “loro non sanno, ma in fondo in fondo soffrono…”).

Dunque, ciò che è percepito almeno come un’interruzione di un processo vitale, per non parlare di quando è vissuto come una morte, comporta – crediamo – un piccolo o grande lutto (più o meno cosciente) da elaborare. A tal fine le civiltà umane, sotto ogni orizzonte valoriale o di senso, hanno sempre previsto un qualche rituale funerario, proprio perché ciò che in quei momenti si muove in modo magmatico nell’intimità profonda delle persone coinvolte – compreso l’impulso di non volerne sapere più niente – possa in qualche modo essere dipanato. Senza dimenticare la dignità che un rito funerario (di sepoltura o cremazione) conferisce al corpo umano, impedendone la mercificazione che conseguirebbe all’equiparazione del feto non nato con un rifiuto da gettare o da reimpiegare in processi industriali (farmaceutici o cosmetici).

Di conseguenza, oltre alla giusta rivendicazione del rispetto reale (anche attraverso un consenso veramente informato) del diritto di chiedere la sepoltura (o incenerimento) del feto/bimbo non nato, mi sono chiesto se nei think tank acattolici, per contrastare e superare la sepoltura d’ufficio da parte di istituzioni pubbliche (che oltretutto si servono spesso di privati), non si sarebbe dovuto approfondire maggiormente la questione di cosa si fa del feto non nato – nel caso la donna non voglia la sepoltura – di chi lo fa e delle implicazioni del perché lo si fa.

Infatti, si può anche affermare che la circolare ministeriale del 1988, firmata dall’allora ministro della Salute Carlo Donat Cattin, è anacronistica nella parte in cui sostiene che «il seppellimento deve di regola avvenire anche in assenza di richiesta dei genitori, posto che lo smaltimento attraverso la linea dei rifiuti speciali urta contro i principi dell’etica comune». Ma asserire un cambiamento dei “principi dell’etica comune” circa il senso e valore umano della sepoltura, senza che il trattamento del feto come “rifiuto speciale” apra a una pericolosa eterogenesi dei fini, mi sembra debba richiedere un sovrappiù di riflessione transdisciplinare che confidiamo prima o poi avvenga.

All’interno delle ‘mura’ cattoliche, invece, mi ha lasciato ancor più perplesso l’articolo di Antonella Mariani su Avvenire laddove si individua come «grande assente» di questo caso solo il feto/bimbo non nato, mentre non si nota la problematicità della sepoltura – ‘forzosa’, direi – del non nato sotto il segno della croce.

Nel primo caso si isola il feto/bimbo non nato dalla madre, o meglio dalla coppia, non chiedendosi né chiedendo se nelle strutture ospedaliere – soprattutto se cattoliche – si faccia il possibile per informare realmente il padre e la madre del feto/bimbo non nato circa la possibilità di concludere un’interruzione della gravidanza con un rito funerario (la cui importanza dal punto di vista antropologico abbiamo sopra evidenziato). O se invece, alla fine, prevalga la convinzione per cui ciò che è importante non è il dare la possibilità ai genitori di “vivere la morte” (E.Bianchi) del proprio piccolo, ma che il feto/bimbo non nato venga comunque ‘sacramentalizzato’.

Nel secondo caso, mi sembra che si dimentichi tutto lo sforzo che il cattolicesimo del XX secolo ha compiuto per (imparare a) rispettare sino in fondo la libertà di coscienza degli esseri umani: soprattutto quando essi, con decisioni che ci possono anche fare soffrire personalmente, decidono di non avvalersi dei sacramenti offerti dalla chiesa cattolica; soprattutto quando si sta utilizzando l’inadeguatezza della normativa attuale a regolare una situazione così delicata e complessa, senza che sia chiaro se – come afferma qui don Gagliardini (presidente dell’associazione ‘Difendere la vita con Maria’) – “nelle nostre sepolture, proprio come estremo rispetto di tutte le sensibilità, non la mettiamo in evidenza [la croce]”, oppure se invece avvengano dei veri e propri funerali religiosi cattolici (con processioni, lettura delle Scritture, benedizioni e preghiere) di cui i genitori non sono a conoscenza o che non avrebbero voluto.

Insomma, su questo come su altri temi sensibili, mi sembra che si continuino a semplificare le posizioni delle parti in causa, rendendole così (più facilmente) parti in lotta, quando invece dovremmo vedere e descrivere meglio la complessità delle posizioni di entrambe le parti, per esortarle (nonostante le difficoltà) a divenire parti in dialogo.

Non è un caso che questo sia uno dei compiti che ci invita a perseguire il Papa nell’enciclica ‘Fratelli tutti’. E non è un caso che non basti parlare di migranti o di economia che uccide per essere ‘francescani’. È sui casi-limite della bioetica (se non della biopolitica) che si verifica se il lupo, oltre ad aver perso – e non semplicemente cambiato – il pelo, si è liberato anche dal vizio…

4 risposte a “Una tragedia contemporanea: la sepoltura dei ‘non nati’.”

  1. Daniele Gianolla ha detto:

    Caro Sergio, quanto condivido il tuo punto di vista! La semplificazione o, per meglio dire, la banalizzazione delle posizioni su temi così complessi mi atterrisce. La vita è complessa, le vicende umane lo sono, la nostra Storia lo è… Ma le posizioni con cui ci confrontiamo riducono tutto ad Inferno e Paradiso, dimenticando che il Purgatorio è presumibilmente il Regno più affollato!

  2. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    La tragedia è l’aborto. Sempre cmq, dovunque. Anche se il numero è crollato, dopo la legge.
    Cerco di sollevarvi dal tedio.
    Il mio ultimo figlio di 4.
    Con le sue due gemelline.
    L’attesa era GRANDE.
    La gioia anche di +…
    Stava arrivando una sorellina!!!
    Ma al quinto mese una infezione..
    I dottori del JPII : la abbiamo salvata x i capelli! La mamma.. ma la piccola??

    Come dirlo alle sorelline?
    ” È ANDATA IN CIELO!”
    Alice costruisce una casa col Lego.
    Al piano superiore lascia una finestra. Aperta.
    Chiede suo padre:
    Perché?!
    Risponde:
    Così quando viene trova la finestra aperta. Ed entra facilmente..
    Forse dovremmo lasciare il mondo nelle loro mani..

  3. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    ..le persone non sono più sentite come un valore primario da rispettare e tutelare, …persona umana trattata come oggetto, se “non servono ancora” come i nascituri-o “non servono più come gli anziani”…oggetto di scarto non sono solo il cibo o beni superflui, ma gli esseri umani.l’aberrazione non ha limiti quando si assoggettano donne,poi forzate ad abortire…da “Fratelli Tutti.” Ora, anche da laica penso inumano tutto questo e dal momento che una vita viene rifiutata dal proprietario, non è cosa di nessuno e se viene raccolta e da altri data dignitosa sepoltura,è uno spirito nobile verso l’essere umano che è anche vita divina, per un credente. Si direbbe vi sia risentimento verso un altro modo di pensare, una sorta tacita accusa ma a certe idee che la politica ha sostenuto., più che verso quella donna che figura tra i poveri ai quali il sentimento cristiano vorrebbe offrire soluzioni meno dolorose.

  4. Gian Piero Del Bono ha detto:

    La tragedia contemporanea caro Ventura e’l’aborto non la sepoltura dei feti con tanto di croci, o lo smaltimento fra i rifiuti o l’utilizzo delle cellule e della parti fetali nell’industria , la tragedia e’che ci siano tanti feti uccisi , non dove vengano messi dopo essere stati eliminati. Manteniamo le giuste proporzioni : uccidere la vita nascente e’un delitto , cosa si fa poi dei “resti” e’secondario. Non dubito che si troveranno soluzioni “moderne”per non lasciare neppure la minima traccia dei feti abortiti, forse saranno “disintegrati”col raggio laser.
    Ma non e’questa la tragedia! La tragedia e’a monte : la tragedia e’l’aborto. tanti cattolici stann conformando ad una mentalita’ che minimizza l’aborto , quasi lo giustifica, e dimentica completamente che si tratta dell’uccisione di un essere umano .

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