Sulla vicenda di don Glaentzer

Sulla vicenda di don Glaentzer
1 Agosto 2018

Dopo le reazioni al post di Laura Badaracchi (http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=3110) credo sia importante fare alcune sottolineature. Sono d’accordo con Sara sull’esigenza di recuperare il senso di una penitenza che oggi praticamente non esiste. E sono d’accordo anche con Fab quando indica che “La vera tragedia della Chiesa è una fallimentare pastorale sacramentale”.

Trovo invece non adeguata l’affermazione secondo cui “Il cattolicesimo con il suo insistere molto con il discorso della misericordia infinita di Dio (verissima) finisce anche nella pastorale per dimenticare quando sia tremendo la non conversione”.

  1. Intanto per un motivo storico. Da quanto tempo la Chiesa insiste su questo? Non mi sembra che GPII abbia insistito così tanto sulla misericordia di Dio e nemmeno BXVI lo ha fatto. Certo non lo hanno dimenticato, ma non era il centro della loro predicazione. Tanto che l’accusa a Francesco è spesso proprio quella di aver “deviato” la linea dei suoi predecessori anche su questo punto.

Però la stragrande maggioranza dei fatti a cui si fa riferimento risalgono a periodi precedenti. Quasi il 70% dei casi di pedofilia “denunciati” hanno avuto origine attorno agli anni 50-60. Ma abbiamo notizie storiche su fatti analoghi dell’inizio del ‘900. Non mi sembra che i papi dall’inizio del ‘900 agli anni ‘50 insistessero troppo sulla misericordia di Dio. Lo stesso Glaentzer ha 70 anni. Questo suo vizio non ha origine oggi. La sua formazione è degli anni 50-60, cioè ancora prima del concilio.

  1. Glaentzer secondo voi ha avuto troppa misericordia nella sua vita? O troppa dimenticanza e disattenzione, come Laura nel post giustamente sottolineava: “Possibile che nessuno se ne sia accorto”? Assieme molto probabilmente ad un passato di “abusato” pure lui. Allora chiedo: ma che motivo dovrebbe avere per riconoscere il male che ha fatto? La sua intervista è la testimonianza più evidente dell’accecamento della sua coscienza. Perché oggi dovrebbe convertirsi? Con quale luce potrebbe vedere il suo male, se dentro di sé non c’è luce?
  2. Zaccheo ridona quattro volte tanto, più la metà dei suoi beni, ai poveri. Ma non lo fa prima di avere incontrato Cristo, bensì dopo. Il sacramento del perdono dovrebbe essere l’incontro con Cristo. La penitenza allora è esito dell’essersi sentiti amati da Cristo nonostante il nostro peccato, non la condizione attraverso cui Cristo può tornare ad amarci. E quello di Zaccheo è un atto sproporzionato, rispetto al danno commesso, ma proporzionato, invece, rispetto all’amore ricevuto da Cristo.
  3. “Un riparare ai danni che facciamo la fuori con i nostri peccati?” Lo auspicherei di cuore se fosse possibile davvero. Ma se prendo questa espressione fino in fondo devo dire che all’uomo è impossibile riparare i danni. Solo Dio può davvero riparare i danni del nostro male. Se no l’uomo sarebbe salvatore di sé stesso. Il trauma causato ad un bimbo abusato non lo riparo nemmeno se gli pago a vita la terapia. Ma ripagare a vita la terapia sarebbe il minimo indispensabile per renderci chiaro che Glaentzer è davvero cambiato. Ed è ciò che gli andrebbe chiesto. Perciò, certo, che la penitenza va chiesta dal confessore. Ma serve al peccatore per smettere di peccare. E se il peccatore si converte, sarà lui a voler “esagerare” nell’amare di nuovo la persona a cui ha fatto male. Un mio formatore raccontava di come un uomo che aveva costretto una donna ad abortire, dopo un lungo percorso di accompagnamento arrivò a decidere che avrebbe mantenuto a vita un bambino in un orfanatrofio. Ma questo non ridiede la vita a quel bimbo e non tolse il trauma a quella donna.
  4. La pastorale sacramentale è fallimentare perché si è insistito quasi esclusivamente sulla oggettività della presenza della grazia e ci si è dimenticati della seconda parte del canone di Trento: “non ponentibus obicem”. Cioè la grazia oggettiva agisce soggettivamente solo se il pentito non pone ostacoli ad essa. Così facendo abbiamo ridotto il sacramento ad un atto magico, che serve proprio a persone come Glaentzer come atto riparatorio “retroattivo” che illusoriamente lo fa sentire a posto. E così il circolo vizioso del senso di colpa si riattiva e lui continuerà a fare quello che fa. Il senso di colpa non permette alla persona di perdonarsi e quindi nemmeno di ricevere il perdono autentico di Dio. Impone invece alla persona di assumere una maschera attraverso cui autogiustificarsi, ma senza che questo davvero modifichi il fondo della sua anima. Il cristianesimo conosce il senso di peccato, che è cosa ben diversa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I commenti devono essere compresi tra i 60 e i 1000 caratteri. I commenti sono sottoposti a moderazione da parte della redazione che si riserva la facoltà di non pubblicare o rimuovere commenti che utilizzano un linguaggio offensivo, denigratorio o che sono assimilabili a SPAM.

Ho letto la privacy policy e accetto il trattamento dei miei dati personali (GDPR n. 679/2016)