Quale santità?

La domanda di Livatino: “Credenti o credibili?” ci aiuta a riconoscere come testimoni donne e uomini al di là di ogni appartenenza religiosa.
4 Giugno 2021

In queste ultime due settimane di scuola sto facendo vedere ai ragazzi il servizio “e quel giorno uccisero la felicità”.

Con questa lezione concludo un percorso di riflessione da me proposto, partito dall’opera di Silvestro Montanaro e ampliato con il magistero di don Tonino Bello, le denunce di padre Alex Zanotelli, i materiali del Centro Nuovo Modello di Sviluppo per arrivare alle iniziative della Laudato Si’ week.

Condividendo ad un caro amico i ritorni che sto avendo dai ragazzi, egli si è lasciato sfuggire un’affermazione: “Sankara è un santo!”

“Un santo!”

Mi viene d’obbligo mettere nero su bianco qualche riflessione.

Parto dalla recente considerazione di don Luigi Ciotti a proposito della beatificazione del giudice Rosario Livatino: “non facciamone ora un santino!”

So che alcune grandi figure, cito tra tutti Daniele Comboni, sono state “elevate agli onori degli altari” con il timore che tale evento potesse “snaturarne” la profondità del messaggio.

Interessante notare come alcuni personaggi che hanno segnato con il loro passaggio la storia del cattolicesimo contemporaneo, ancora oggi vengano ricordati dalla gente senza i loro titoli dovuti alla canonizzazione: dunque non “santo”, “santa” o “san” ma “Padre Pio”, “Madre Teresa” e “Don Bosco”.

Peraltro, altre figure il cui messaggio e la cui testimonianza sono sotto gli occhi del mondo hanno dovuto attendere decenni e, nel caso, un Papa sudamericano, per essere riconosciute nella loro eroicità della fede: Oscar Arnulfo Romero, la cui data del martirio viene celebrato nella Chiesa Cattolica da anni come Giornata Mondiale di preghiera e di digiuno per i missionari martiri.

Quella dei martiri della fede, degli uomini e delle donne uccisi non solo a causa del Vangelo ma della difesa dei diritti umani dei poveri e degli ultimi è una delle pagine più preziose di quel capitolo denominato “Ecumenismo spirituale” da Giovanni Paolo II e che ha visto una significativa finestra durante il Grande Giubileo del 2000.

Proprio il Pontefice polacco è stato il promotore di una attività esponenziale della Congregazione delle Cause dei Santi che, sotto il suo pontificato, si è proposta come una vera e propria “fabbrica dei santi”, producendo numeri mai realizzati nei secoli precedenti.

L’opportunità di riconoscere queste figure e proporle al culto della gente è legata a una politica di promozione della fede che la Chiesa Cattolica ha voluto indicare come sempre più internazionale e presente sui cinque continenti.

Così, insieme con i viaggi apostolici che hanno caratterizzato il secondo pontificato più lungo della Storia della Chiesa, la proposta di figure di beati e di santi locali, presenti nelle varie nazioni, ha voluto indicare come “l’azione dello Spirito” si sia fatta presente ovunque in storie, vicende umane e opere promosse ed attuate non solo da personaggi europei, possibilmente consacrati e magari uomini, ma anche da donne, laici, cittadini indigeni presenti in ogni angolo dell’Orbe.

Le motivazioni sono dunque legate ai fini stessi dettati dall’evangelizzazione: proporre esempi mirabili di credenti che ci hanno preceduto nel cammino di vita cristiana, le cui storie e le cui opere sono davanti ai nostri occhi.

Dov’è il limite di questa politica? Dove i suoi punti deboli?

Il primo può essere quello rilevato da don Ciotti o su (San) Daniele Comboni: elevare una figura “agli onori degli altari” comporta il rischio di “angelicarla”, di “sublimarla”, di sottrarla, dunque, a quei risvolti di umanità (anche quelli legati ai propri limiti, ai propri difetti, agli errori personali comunque vissuti durante la propria vicenda umana) che le sono propri, o alle conseguenze di scelte sbagliate che questa stessa persona abbia comunque compiuto in vita; riconoscere, dopo l’articolato percorso che la Congregazione delle Cause dei Santi compie, la “santità” di un individuo, significa affermare che questa persona si trova ora “a destinazione”, in quella visione beatifica che nella teologia cristiano-cattolica è realizzata con l’incontro con Dio nell’Aldilà.

Riconoscere, ad esempio, che un Pontefice sia in Cielo, non sottrae il suo pontificato dai giudizi della storia e dalle conseguenze legate alle sue scelte.

L’ultimo Vescovo di Roma canonizzato prima dei suoi successori dell’ultimo secolo, Pio V, ha il “merito” di essere ricordato grazie alla vittoria di Lepanto.

La lettura storica sul lungo pontificato di San Giovanni Paolo II non può ignorare scelte politiche precise che ne fecero uno dei protagonisti della fine del “Comunismo reale” e al tempo stesso colui che chiuse le possibilità di sviluppo evangelico della Teologia della Liberazione e delle CEB nel continente sudamericano, proprio avverso a qualsiasi rischio di orientamento “a sinistra” ritenuto da evitare. Oggi il Cattolicesimo in questo continente è numericamente in crollo nei confronti di una espansione esponenziale delle chiese evangeliche e pentecostali.

Secondo “limite” della politica delle canonizzazioni: l’indebolimento delle potenzialità del dialogo interreligioso e del dialogo ecumenico, lì dove la focalizzazione dell’attenzione sui “santi” di parte cattolica distoglie lo sguardo dalla considerazione che la difesa dei valori non solo della fede ma anche della giustizia e dei diritti ha portato a pagare con il sangue personaggi accomunati dall’unico spessore morale e impegno civile, pur nella diversità delle fedi professate.

Non posso dimenticare la riflessione di un mio professore di teologia che, in un seminario di studi sulla figura di Simone Weil, affermava che la Chiesa Cattolica non avrebbe esitato a canonizzarla, se solo fosse stato possibile dimostrare che ella aveva ricevuto il battesimo; cosa di cui non abbiamo testimonianze documentali certe.

Ricordo anche una significativa testimonianza che registrai anni fa durante alcuni giorni di visita alla Comunità di Bose. Rimasi colpito dal fatto che nella liturgia della comunità monastica erano ricordate anche figure di testimoni non cattolici: Dietrich Bonhoeffer ad esempio.

Ecco, dunque, l’ultimo grande “limite” di ogni “culto dei santi”: esso è – e non può che essere – “di parte”.

Esistono così santi “cattolici”, santi “ortodossi”, “profeti” dell’Islam, personaggi “deificati” nella Storia di tutte le varie Religioni.

Credo che un criterio unificante sia da ritrovare nell’invito del pontefice (San) Paolo VI: il mondo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri (Discorso ai Membri del «Consilium de Laicis», 2 ottobre 1974).

Se dunque il “culto dei santi” non può che essere legato ad ogni singola (e separata) confessione religiosa, il riconoscimento tributato dai popoli, dalle nazioni, da ognuno di noi verso figure di donne e di uomini che siano unanimemente riconosciuti come testimoni di un messaggio ed di una passione per la promozione dei valori più condivisi faccia la differenza.

Così non ci sarà alcuna differenza tra Thomas Sankara, Teresa di Calcutta, Ikbal Masih, l’Abbè Pierre, Ezechiele Ramin, Emmeline Pankhurst e, insieme con loro, tutte quelle vittime senza volto né nome a cui essi hanno provato a dar loro voce.

La quarta, la settima e l’ottava beatitudine evangelica (Mt 5,1-12) ci consegnano tutte queste persone come quei testimoni dei quali il mondo ha bisogno: oggi non meno di ieri.

 

3 risposte a “Quale santità?”

  1. Alessandro Manfridi ha detto:

    Per completezza vi riporto l’intervista al cardinal Semeraro riportata su vaticannews

    https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2021-05/dicasteri-vaticano-congregazione-cause-santi-intervista-semeraro.html

  2. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Se si dice di Cristo e’ del Suo Vangelo predicato vissuto. Da persona comune, aver visto la Fede nell’operato di persone conosciute è stat esempio, testimonianza spirituale convincente per la mia fede,; di credere in Cristo piuttosto che fare scelte altre. Importanti quindi i Testimoni di fede . quelli conosciuti più da vicino, oltre a coloro che la Chiesa nel mondo ha fatti suoi proposti nei secoli, sono quelli citati nelle Sacre Scritture le cui vesti sono state lavate dal sangue dell’Agnello. si sono distinte in vivere la iParola e operare secondo quella “Summa” di Santità che è Cristo dio e uomo, dalla quale trarre ispirazione avere aiuto per la nostra vita . Non è convincente la sola pretesa di far parte della sequela, la verità è anche luce per gli ignoranti, i semplici;, le pecore non lo riconoscono e non seguono quel Pastore. e qui può anche accadere di vedere scandalo, mentire alVerbo, Origine di distanza e allontanamento dalla Chiesa

  3. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Le dimissioni del Cardinale Marx devono ..
    Dovrebbero..
    Avrebbero dovuto..
    Ma oramai..
    Se neanche le dimissioni di un Papa sono servite..
    Davvero è troppo tardi
    .non c’è più tempo né credibilità..
    Io propongo di tornare nelle catacombe.
    Piero

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