Digiuno eucaristico: Dio per me o io per Dio?

Il movimento etico essenziale del cristiano è quello dell’abbandono di sé nelle mani del Padre
7 Maggio 2020

Ora che l’accordo tra stato e chiesa sembra essere fatto, per ricominciare a celebrare la messa col popolo, diventa interessante riflettere a bocce più ferme su come il digiuno eucaristico è stato inteso. In queste settimane ho letto tante riflessioni. Chi lo ha guardato dal punto di vista politico dei rapporti di forza tra stato e Chiesa; chi lo ha guardato dal punto di vista ecclesiologico del rapporto tra sacerdote e comunità; altri sul piano spirituale per mostrarne la necessità; altri ancora sul piano economico per la mancanza del “gettito” delle questue (poi però ha giustificato la necessità eucaristica dicendo che la vita dell’anima è più importante di quella del corpo); infine chi lo lo ha rifiutato per motivi teologici.

Pochissimi accenni, invece, ho trovato dal punto di vista etico, cioè di un tentativo di rispondere direttamente alla domanda se per un cristiano fosse più giusto rinunciare all’eucarestia per il bene comune, o accettare di mettere a rischio il bene comune per poter avere l’eucarestia. Qualcuno si è addentrato su questa strada, ma utilizzando un’etica filosofica, attraverso l’applicazione del principio di precauzione o di quello di proporzionalità. Nessuno, invece, per quello che ho potuto vedere io, ha provato ad affrontare questa stessa domanda utilizzando l’etica evangelica, cioè fondata sulla costruzione della moralità che Gesù Cristo ha indicato.

Mi sono fatto convinto infatti che, per il cristiano, sarebbe stato assolutamente prioritario affrontare il problema proprio chiedendosi cosa avrebbe fatto Gesù Cristo, e, soprattutto, cosa realmente ha fatto e detto. E mi colpisce come autorevoli voci cristiane, anche di vescovi e cardinali, non sembra si siano posti da questo punto di vista, di fronte al problema. Le posizioni più moderate che si sono palesate, sostenevano la necessità dell’eucarestia per poter tenere in piedi la vita cristiana. Tradotto: per amare come Dio vuole devo potermi nutrirmi spiritualmente. Ora a me sembra che questo principio sia sicuramente di buon senso, sia sicuramente effetto di una buona etica filosofica. Ma dubito che sia in linea con la radice etica profonda del vangelo.

Gesù Cristo molto spesso sembra indicare una sorta di principio rovescio: per potermi nutrire spiritualmente devo amare come Dio. Tutte le indicazioni etiche evangeliche vanno nella direzione del dono di sé come fonte di vita: Mt 5,43; Mt 22,37; Mc 12,29; Lc 10,26; Lc 18,19; Gv 13,34; Rm 6, 13; 12,1 e 13,8; Gal 5,14; 2 Cor 8,5 e 9,7; 1 Pt 1,22; Gc 2,8; 1 Gv 2,10; 3,11; 4,7 e 4,20. Non chiedo di leggere queste citazioni, ma voglio solo evidenziare che non si tratta di un qualche passo sporadico nel Nuovo Testamento, ma della sua colonna sonora etica di fondo. E al di là delle parole, il comportamento di Gesù Cristo è ancora più eloquente. Lui, che poteva starsene beatamente a nutrirsi del Padre, nel seno della Trinità, accetta di distanziarsi dalla sua sorgente spirituale, per amore degli uomini. E il culmine di questo movimento di amore arriva al dono della propria vita, proprio la dove Egli sperimenta l’impossibilità di accedere ancora alla sua sorgente spirituale: “Dio lo ha fatto  peccato” (2 Cor 5,21) e “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” (Mc 15,34).

A dire che il movimento etico essenziale del cristiano è quello dell’abbandono di sé, gradualmente totale, fino anche al dono della propria vita, o in termini esistenziali, o in termini fisici. Ci viene, cioè, chiesto di muoverci verso una condizione in cui non siamo più noi che abbiamo bisogno di Dio, che lo pretendiamo per noi,  fosse pure per poter fare del bene. Ma verso una traguardo in cui Dio ha bisogno di noi e per il suo amore noi sentiamo che possiamo cedere a Lui davvero tutto, anche il controllo della nostra vita spirituale. A Maddalena, quella domenica mattina Gesù dice: “Non mi trattenere” (Gv 20,17), cioè non pretendere di potermi utilizzare per te. Sul piano etico perciò, per un cristiano, l’accettazione della rinuncia a potersi nutrire di Dio, per amore dei fratelli, ha più valore della pretesa di poter utilizzare Dio per la propria vita spirituale. Forse, quella di Paolo non è solo una iperbole letteraria: “Vorrei essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli” (Rm 9,3)

Ordinariamente le due cose non entrano in conflitto. Nutrirsi di Dio è “sostegno” per amare come Dio. Ma quello che ci dà direzione etica, che ci segnala verso dove andare, non è nutrirsi di Dio, ma amare come Lui. L’offerta della propria vita al padre non è riservata ai cristiani santi e maturi, coloro cioè che si sono nutriti molto di Dio. È, invece, la tensione ordinaria di tutti i battezzati, a cui viene chiesto di passare da una fede in cui Dio ci serve ad una fede in cui noi serviamo totalmente Lui.

Forse, allora, in questa ottica il digiuno eucaristico non è stato qualcosa che ci è stato imposto al di là della volontà di Dio, una legge, cioè, che è sfuggita alle mani di Dio, che non è più sotto il suo dominio. Al contrario è stata la richiesta di Dio di verificare dentro di noi, quanto ci serviamo di Lui per stare in piedi e quanto, invece, siamo disposti a perdere noi stessi, fino anche a poter avere l’impressione di non poter più accedere a Lui, per nutrirsi di Lui. “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà (Gv 12, 24.26).

Perché deve valere solo per il singolo e non per la comunità intera?

10 risposte a “Digiuno eucaristico: Dio per me o io per Dio?”

  1. Francesca Vittoria Vicentini ha detto:

    ………ma essere padre e madre, genitori figli, non mi sembra che si apra a sacralità, e’ la condizione naturale di famiglia composta da donna,uomo e prole. Se però si è credenti,si apre a impegno che lo si è preso con Colui che ha benedetto questa unione,Se si onora il matrimonio degli impegni promessi a Dio , essere famiglia cristiana, significa costruire la Chiesa.e a vivere il Vangelo di Gesù Cristo il Figlio. Sono scelte individuali,noi guardiamo da Dio, Egli è per un cristiano via,verità evita, indipendentemente da ogni altro Vangelo che il mondo proponga. Non ci fregiamo di nessuna corona per questo, e per il nostro bene perché significa guardare al futuro questo è quello promesso. Non è un percorso facile , solo con il Suo aiuto riusciamo nell’intento, ma a volte imprevisti possono capovolgere la vita da come si era pensata, sognata. Anche per la Chiesa si è spalancata una finestra ed è alla Santa Eucaristia, il chiedere lume per far luce a tanto popolo…

    • Aldo Di Canio ha detto:

      Dio che mi crea, mi fa poco meno degli angeli, mi chiama al matrimonio, mi chiama alla paternità e tutto ciò è solo naturale?
      La sacralità della vita abbiamo sempre asserito , e non per scelta politica anti vita, che è sacra dal concepimento sino alla morte naturale.
      Il sacramento del matrimonio chiama gli sposi ad una ministerialità tutta particolare ossia farsi santi e fare santi i propri figli (chiamati a loro volta alla santità) vivendo la ferialità della vita coniugale e della famiglia.
      Tutto questo non è sacro?
      Il mio pensiero di proporre con valenza eucaristica (presenza reale del Risorto) il pane benedetto e spezzato in casa non è in alternativa al pane spezzato nella parrocchia (famiglia di famiglie) ma un allargare la presenza do Cristo Risorto alla chiesa domestica.

  2. Leila Mariani ha detto:

    Senz’altro prima Dio per me, e solo dopo può essere anche io per Dio.
    Ma nella testa in queste settimane, mi ronza “Ex opere Operato”, settimane in cui io in effetti ho cercato di comunicare al mio prossimo cattolico, impaziente di potersi presto comunicare col Corpo (e col Sangue fa lo stesso) che forse le nostre (loro) preoccupazioni rispetto alla perdita di contatti spirituali e “corporali”, con Dio fossero più uno scrupolo del ben pensante piuttosto che una vera esigenza reale.
    In alcune epoche della storia della Chiesa ci si comunicava solo una volta all’anno, ad esempio e santi e sante sono vissuti così senza Eucaristia giornaliera e non sono morti atei, ma santi appunto.
    Noi abbiamo questo approccio materialistico anche con l’Eucaristia, ma non ce ne accorgiamo.

  3. Gianni de Lellis ha detto:

    Per me è un sacrificio non prendere l ostia consacrata ma lo faccio per la comunità per proteggerla e difenderla. Non per questo la mia spiritualità è il mio rapporto con Dio viene meno anzi proprio per la mancanza dell eucaristica io sono portato a pregare di più del solito e amare di più i miei fratelli quasi a sanare quella mancanza!

  4. Elisabetta Manfredi ha detto:

    Grazie per queste parole di saggezza evangelica. A me questo “digiuno eucaristico” è sembrato un mero esercizio di teologi che non sapevano che dire di fronte alla pandemia. Ma se non si sa che dire si puó tacere…

  5. Aldo Di Canio ha detto:

    Come ho già espresso in altri commenti mi viene la domanda: ma noi facendo la comunione ci nutriamo veramente dell’Eucaristia? E rifletto sullo stato di salute delle nostre comunità nella loro essenza (sono comunità di Amore?). Rifletto anche sulla comunità Chiesa domestica che, nonostante sia sgangherata, è comunque il luogo dove la solidarietà tra i suoi membri è radicale e visibile (rischiano di essere comunità di Amore!).
    Rifletto anche sulla Pasqua “dietetica” che abbiamo vissuto.
    Ho invidiato molto la Pasqua delle prime comunità in cui la cena veniva consumata in casa in un ambito di pasto familiare. Per questo mi sorge la domanda che sto ponendo con forza in ogni ambito: il pane spezzato nelle case da parte dei ministri della famiglia, mamma e papà, non può avere lo stesso significato sacramentale del pane spezzato nella chiesa parrocchiale?

    • gilberto borghi ha detto:

      Bisognerebbe capire cosa si intende per “stesso significato”.

      • Aldo Di Canio ha detto:

        Semplicemente: il corpo ed il sangue di Cristo. La famiglia è Chiesa domestica? La famiglia è comunità di fede, speranza e carità? I coniugi sono ministri del proprio matrimonio? Sono i primi (non in ordine di tempo ma di responsabilità) testimoni della fede per i propri figli? Sono ministri della Parola nella famiglia? Vale la loro benedizione vicendevole e dei figli? Vale la preghiera fatta in famiglia? Perché lo spezzare il pane in famiglia non può essere il corpo ed il sangue di Cristo per i membri di quella famiglia?

      • Franca Feliziani ha detto:

        La domanda di Aldo di Canio credo meriti una profonda riflessione. Il pane spezzato nelle case dalle mamme e dai papà con e per i loro figli non può avere gli stessi effetti del pane spezzato nell’assemblea eucaristica, in quanto espressione dello stesso mistero di comunione con Dio e con i fratelli attraverso Cristo?

      • gilberto borghi ha detto:

        Ovunque c’è un atto di amore in cui “questo è il mio corpo offerto per te” c’è “presenza reale”. Siamo vittime di una “sostanzializzazione” della presenza reale, che riduce molto le presenze di Cristo risorto. E utilizza un pensiero di Aristotele e non del vangelo. La categoria evangelica della “presenza reale” è relazionale: c’è presenza reale quando c’è amore che si spende gratuitamente e concretamente per l’altro. Che non nega la presenza sostanziale, ma la allarga. LG 7 riconosce almeno 5 forme di presenza reale, tra cui anche il pane diventato corpo. Ma siamo onesti: oggi l’insistenza sul materialismo sostanzialista dell’eucarestia è un “accanimento terapeutico” per salvare il potere clericale, sempre più in crisi all’interno della Chiesa. Ad ogni modo la realtà non molla: sempre più cristiani si vivono la propria fede a prescindere dal prete. Cosa facciamo allora? Strenua difesa dell’indifendibile, o conversione?

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