Corpo e sessualità: per continuare il dibattito

La vera sfida sarebbe quella di produrre un paradigma antropologico che ci consenta di precisare meglio il rapporto reciproco tra corpo dato e corpo vissuto
19 Novembre 2020

Con piacere ho letto i due post di Andrea Grillo, scaturiti dalla riflessione di Riccardo Larini e penso che sia una delle poche volte in cui si possa provare a continuare la discussione senza troppi pregiudizi e con onestà intellettuale. Così propongo qui le mie riflessioni scaturite da queste letture, a partire da alcuni passaggi delle stesse.

(Larini) Mi limito solo a dire che, ammesso e non concesso che sia possibile concordare su cosa sia “naturale” e cosa non lo sia, è segno quanto meno di scarsa riflessione l’assumere che l’andare “contro natura” sia sempre sbagliato. L’evoluzione, il progresso che gli esseri umani apportano, è spesso proprio il frutto di un trascendimento della natura (si pensi anche solo alla chimica farmaceutica e a migliaia di innovazioni tecnologiche).

Credo si debba distinguere bene tra andare “contro natura” o “trascendere la natura”. Quando curiamo la malattia di una persona con tecniche che richiedono anche l’alterazione della cosiddetta “natura” lo facciamo andando contro la natura o la trascendiamo? E se la trascendiamo lo facciamo perché sappiamo che tale malattia va “contro la vita” di quella persona, la mette a rischio e in forza di una evoluzione culturale noi cerchiamo di evitarlo, per ridarle una vita il più “naturale” possibile, non per aumentare e sorpassare la sua natura. Quando un omosessuale vive la sua sessualità in azioni concrete, sta trascendendo la natura, in forza di una evoluzione culturale? Vuole sul serio aumentare e sorpassare la sua natura? O semplicemente vorrebbe che la sua condizione fosse il più possibile simile a quella del 90 e passa % dell’umanità? Altrimenti l’alternativa è pensare che l’omosessualità sia anch’essa una malattia, cosa che io decisamente rifiuto. E anche quando un transessuale deve alterare stabilmente i suoi processi ormonali per realizzare la sua intenzione, non sta trascendendo la natura in forza di una evoluzione culturale, perché non è un malato. Altrimenti dobbiamo pensare che ogni alterazione dei processi fisiologici sia una trascendenza. È vero che l’uomo è destinato a trascendere sé stesso, ma questo non avverrà per “evoluzione culturale” ma per grazia di Dio.

(Larini) Personalmente, trovo meravigliose tutte le famiglie arcobaleno che conosco (e sono molte: non vivo in Italia…), e mi paiono addirittura stabilire degli standard morali superiori rispetto alle famiglie “tradizionali”.

Capisco il desiderio di riequilibrare socialmente la valutazione delle famiglie arcobaleno. Ma se per farlo devo ipotizzare che quelle eterosessuali siano inferiori moralmente qualcosa non torna, perché anche qui il principio guida, stavolta portato al limite, è sempre quello di cercare di essere come il 90 e passa % della popolazione mondiale. Non mi sembra questo un nuovo paradigma valutativo sufficientemente fondato, come se a priori una genitorialità solo intenzionale, senza generazione, sia garanzia di esclusione di un “presunto” egoismo dei genitori naturali. Dimenticando in un solo colpo tutta la scienza psicologica che fa luce sulla costruzione dell’intenzione e che ci racconta come in essa amore e egoismo siano sempre insieme. Proprio per questo l’uomo necessità della grazia e non tanto dell’evoluzione tecnica per purificare la sua intenzione

(Grillo) Una riequilibratura tra i “beni” del matrimonio implica, necessariamente, un’altra ripartizione tra bene e male, più sfumata e meno drastica. Che impone una ridefinizione della sessualità in ordine non solo alla generazione, ma alla relazione e al “bonum coniuugum”, in un matrimonio pensato non più anzitutto come “atto”, ma come “percorso” e come “processo”. Che la sessualità stia, nel processo, solo alla fine è una congettura astratta, che non riposa sulla esperienza reale.

Verissimo, tanto che nel mio libro “Dio, che piacere” sostengo proprio la stessa tesi, ma con la precisazione che anche la sessualità è un processo e non un atto e perciò sarebbe sensato pensare che il processo di crescita e realizzazione del “bonum coniugium” vada di pari passo con il processo della sessualità. Perciò è vero che non può essere pensata tutta e solo alla fine, ma nemmeno tutta e sola all’inizio. Inoltre nel “bonum coniugium”, attualmente la teologia più accorta mette in evidenza come il centro sia la possibilità di vivere un processo di amore che tenta di riunire due persone che sono complementari, perché è proprio la differenza a richiedere l’unitarietà per costruire un “unicum” in cui entrambe queste differenze, pur restando tali, realizzino l’armonia dell’essere. Una relazione di amore costruita sull’identità purtroppo non ha questa valenza. Resta certo quella dell’amore, che non si nega, ma proprio la riequilibratura tra i beni del matrimonio richiede di non dimenticare questa differenza tra etero ed omosessualità.

(Grillo) La parola e la mano cambiano la natura e la trasformano. Sempre. (…) E’ evidente che la natura impedisce ad una relazione omosessuale diverse esperienze, che possiamo considerare decisive. Ma definire “contro natura” una relazione soltanto a partire da alcune differenze fisiologiche e biologiche rischia di esasperare solo alcuni aspetti di essa e di perdere la considerazione del fatto in sé. 

Se vogliamo pensare in radice il problema del cambio di paradigma etico, dovremmo affrontare il tema di fondo che qui viene annunciato: ogni cambio e trasformazione della natura è per il “bene”? Se il cambio è intenzionale e se un limite non esiste, tutto quello che può essere modificato è lecito modificarlo. Ricadiamo in un oggettivismo dell’intenzionalità, che tradisce ancora una volta la riproposizione del vecchio paradigma oggettivistico. Se il cambio invece è spontaneo, prodotto dalla natura-cultura stessa, senza un intenzionalità umana diretta, chi ci dice che sia sempre per un “progresso” del bene umano? E se l’omosessualità fosse una linea evolutiva che va verso l’impossibilità di mantenere la specie? Credo che dobbiamo ritornare a guardare la realtà e chiederci con onestà: esiste qualcosa prima della cultura? La cultura stessa non esiste forse in forza di un dato che la precede e la fonda, che storicamente abbiamo chiamato spesso natura? Che essa cambi, o che noi siamo in grado di trasformarla, e che questo sia il carattere tipicamente umano del rapporto con la natura, è accettabile. Ma che il cambio chieda di non riconoscere più il valore dei dati fisiologici che contraddistinguono l’essere umano è accettabile?

(Grillo) E la stessa fecondità, che la natura esclude, la cultura non esclude.

Se questa possibilità culturale deve avere così tanto rilevanza da entrare a far parte costitutiva dell’identità dell’uomo e del suo valore antropologico, cosa possiamo pensare degli uomini che ci hanno preceduto e che non avevano questa possibilità culturale? Dovremmo forse concludere che erano meno uomini di noi? Proprio perché voglio pensare in radice un nuovo paradigma mi devo guardare dalla trappola nascosta di considerare a priori, sul piano antropologico, la cultura come “sostitutivo” assiologico della natura.

(Grillo) Questo non significa affatto sacrificare il bene per il male, dimenticare le logiche di peccato, ma acquisire una diversa calibratura tra il bene massimo e le porzioni di bene, che meritano di essere lette non anzitutto per il male che recano, ma per il bene che realizzano.

Verissimo. Perciò se vale il principio di gradualità nella valutazione del bene e del male dovrà pure rintracciarsi un criterio per graduarli? Così come la sola presunta oggettività della natura non vale più, proprio perché si è scoperta che era presunta, allo stesso modo non possiamo accettare la sola soggettività dell’intenzione, perché si rovescia subito in un’altra presunta oggettività, in cui ogni intenzione non è “valutabile” mai. Possiamo intanto provare a riconoscere che il criterio che può essere assunto deve tenere insieme il corpo dato e il corpo vissuto, senza dimenticarne nessuno dei due?

Ma la vera sfida sarebbe quella di provare ad andare oltre, e di produrre un paradigma antropologico che ci consenta di precisare meglio di quanto ora siamo in grado di fare il rapporto reciproco tra corpo dato e corpo vissuto e di poter affrontare la questione che ancora nessuno ha provato a porre seriamente nel dibattito sulla omosessualità, che è quale sia la sua origine. Forse perché, sia chi è fermo nel rifiuto rigido dell’omosessualità, sia chi è certo della tranquilla liceità dell’omosessualità, teme di scoprire che i suoi presupposti non sarebbero confermati?

3 risposte a “Corpo e sessualità: per continuare il dibattito”

  1. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Parto da Paola:
    Gli omo ci sono sempre stati.
    Allargo: non solo nella variante uomo.
    Invito a K.Lorenz e le sue anitre.
    Visto che qui si parla molto di Natura, spesso confondendola con la NOSTRA interpretazione.
    Il bios nn procede x teleologie,
    Ma possiamo individuare, anche dalle anitre, cosa viene PRIMA.
    Raccolgo e chiudo.con LA ? giusta.

    Cosa viene PRIMA, COSA PREVALE…
    il bisogno di relazione oppure il SESSO??
    Discernere fratelli che la mancanza di Verità uccide la religioni.

  2. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Cosa è possibile per l’uomo diventare, se Angelo o demone tutt’a la storia cita esempi fin dalle origini e perfino prima ancora ma questo in tutti i fatti narrati sempre riguarda di un suo aderire a Dio, un obbedirgli in quanto solo Lui sa che cosa è il Bene e questo di ogni singola creatura in ogni suo stato e in qualunque parte, tempo del mondo terreno si viva. Quello che oggi vediamo sembra nuova evoluzione ma non è diversa da quelle delle ere passate. Nelle sacre scritture ad es. 1corinzi 6,12 Tutto mi è lecito!Si, ma non tutto mi giova etàc.” A quale fine si tende a quel regno che uno si è sacrificato fino a morire perché si aprissero le porte a tutto il genere umano.che è soggetto debole di fronte alle vicende che gli accadono, che non ha cercato, cascate, da portare tutta la vita immeritatamente, a rinunciare a tutto quanto è naturale per altri. Eppure Dio è stato con questi fedeli ricco di doni di grazia il sorriso non è loro mancato fino all’ultimo giorno

  3. Paola Meneghello ha detto:

    Gli omosessuali ci sono sempre stati, la differenza è che oggi non si nascondono più, o almeno ci provano, peccato o non peccato.
    Può essere che come sempre, quando si tira troppo la corda da una parte, questa venga poi tirata troppo dall’altra, e se succede è forse perché il peccato di tutti è non capire che l’arte di stare al mondo richiede di saper creare equilibrio, più che tensione. Tra esseri “umani”, deve diventare naturale amarsi e comprendersi per quello che si è; la vita per sua natura è difficile per tutti, perché volerla complicare? Forse sarà un semplice sorriso, quello che cambierà il mondo e aiuterà gli uomini a ritrovare l’armonia tra corpo e anima…il Regno è dei piccoli. .

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