Verso una politica dell’uguaglianza?

Da "Uno in più" di Battisti a "Più uno" di Ruffini, l'unico modo per fare un passo in avanti politicamente sembra essere quello che si radica nella fiducia e nella partecipazione.
18 Luglio 2025

Nel clima di contestazione e di cambiamento di fine anni Sessanta, Lucio Battisti cantava Uno in più. Composta nel 1969 da Mogol e dall’artista di Poggio Bustone, la canzone è un invito ottimistico rivolto al mondo giovanile in un frangente storico ricco di trasformazioni culturali. Il testo rappresenta uno sguardo speranzoso segnato dalla possibilità sia di superare le incomprensioni provenienti dal mondo che stava per tramontare sia di camminare insieme al fine di affrontare con successo ogni difficoltà. Così il brano risulta un appello “motivazionale” teso a guardare il futuro con fiducia e a valorizzare la condivisione.

Nell’intitolare la sua ultima pubblicazione con l’espressione Più Uno. La politica dell’uguaglianza (Feltrinelli, 2025), Ernesto Maria Ruffini sembra riprendere implicitamente la carica ideale del testo di Battisti-Mogol per declinarla all’interno del discorso politico e sociale del nostro tempo. Sebbene nell’introduzione l’autore attribuisca il titolo del volume ad un gioco che faceva da piccolo insieme ai fratelli e al padre, Più Uno proprio come Uno in più sostiene che l’unico modo per andare avanti si radica sulla fiducia e sulla partecipazione.

Secondo Ruffini, infatti, la vera sfida coincide con il «consentire alle persone di sentirsi parte di un progetto comune» (p. 22) il quale possa arginare l’individualismo e al contempo avviare legami sociali contraddistinti dalla cura e dalla responsabilità per gli altri. Più che adagiarsi sulla nociva e pregiudiziale critica ai partiti e alla politica, a iniziare dalla presa in carico dell’articolo 2 della costituzione italiana l’autore delinea una prospettiva destinata alla riproposizione nel dibattito pubblico della solidarietà, della responsabilità e dell’uguaglianza. Ciò unito alla ferma convinzione, ben delineata dal magistero del Concilio Vaticano II e dalla testimonianza di cattolici come Sturzo e Martinazzoli, che in politica è impossibile trovare l’assoluta verità o la totale falsità per via della relatività insita nel fattore sociale e nella dimensione partitica.

Nella sua narrazione Ruffini non nasconde le problematiche, anzi. A partire dalla consapevolezza che alla «politica si rinfaccia soprattutto l’incapacità di risolvere i problemi» (p. 21) il testo sottolinea l’incidenza di questioni culturali ed esistenziali come la solitudine, l’incertezza generalizzata, la crescita delle diseguaglianze e l’impatto non ancora definito dell’intelligenza artificiale sulla vita e sull’organizzazione umana.

A tali questioni per l’autore bisogna aggiungere il quadro di una politica non più in grado di mediare e di rappresentare poiché ridotta tanto a mera amministrazione del presente spesso priva di emozione e visione quanto ad ancella dell’economia e della finanza. Nonostante ciò il già direttore dell’Agenzia dell’entrate avanza un discorso denso di contenuti e ricco di motivazioni volto a trovare nuove vie da percorrere per alimentare la democrazia. Così a parere di Ruffini politica «vuol dire anzitutto decidere come regolare la vita di una comunità» (p. 27) e quindi il nostro non è più il tempo delle leadership solitarie e dei carismi pseudo-totalitari ma del lavoro di squadra finalizzato a garantire la pluralità, il confronto e la partecipazione. In simile dinamica devono rientrare anche i partiti i quali molte volte vengono avvertiti come distanti dalla possibilità di realizzare un servizio disinteressato a favore della propria comunità. Infatti le statistiche affermano che se da un lato cresce l’impegno per il sociale dall’altro crolla quello nei partiti non più ritenuti credibili e idonei per la ricerca del bene comune. Tuttavia l’autore ci ricorda che per la nostra costituzione la politica passa anche, e per certi aspetti soprattutto, dai partiti i quali necessitano di forze e idee per innovarsi.

Il passo successivo all’analisi e alla visione di fondo è raffigurato dalla proposta che secondo Ruffini si identifica attraverso una cultura politica popolare in grado di mettere al centro «la persona, la sua dignità e la sua libertà, cercando di promuovere il bene di tutti i membri della società, senza cercare salvatori della Patria» (p. 70).

All’interno di una complessa situazione internazionale, rilanciare il filone di una politica popolare per l’autore non significa ricostituire astorici, e antistorici, partiti d’ispirazione cristiana bensì gettare le basi per un impegno alimentato da valori di riferimento come «la centralità delle istituzioni elettive e delle autonomie locali, lo spirito di tolleranza e il rigetto culturale, prima ancor che politico, di ogni forma di autoritarismo» (p. 71).

Ciò potrà concretizzarsi tramite un impegno comunitario destinato a riconsegnare alla politica, anche a quella partitica, il compito che le spetta il quale non può essere sostituito dall’economicismo imperante, dal tecnicismo dilagante e dalla retorica enfatica sull’attivismo della società civile.

In sintesi, dal libro emerge che “la politica dell’uguaglianza” avanzata da Ruffini corrisponda ad un processo da avviare e da sostenere anziché ad un’operazione tesa ad occupare gli allarmanti e desolanti spazi vuoti della politica italiana. Non a caso nella parte finale del volume l’autore rimarca più volte la rilevanza di una scuola autenticamente democratica per garantire l’uguaglianza dei punti di partenza, delle condizioni del percorso e anche dei punti di arrivo «almeno per quanto riguarda i diritti fondamentali della persona» (p. 90).

Ne deduciamo che l’appello di Ruffini è rivolto a tutti, credenti e non, poiché il percorso per ristabilire l’’importanza e la rilevanza dell’impegno in politica – oltre a essere lungo, impegnativo e privo di scorciatoie – concerne tutti i cittadini.

 

2 risposte a “Verso una politica dell’uguaglianza?”

  1. Pietro Buttiglione ha detto:

    Nella rarefatta atmosfera estiva idee e messaggi si fanno sempre più pochi, volatili e inutili.
    Finchè la finanza e quelli che muovono il tutto non capiranno che dal baratro incombente saranno travolti essi stessi…
    Il livello del degrado sociale deve crescere ancora. Droga, povertà estrema, delinquenza, abbandono,, problemi di testa ( letto di strizzacervelli nelle scuole?) tutte cose interconnesse..Shiel.Musk e i loro sodali ricchissimi si illudono di risolvere i problemi con regimi e polizia… Nessun regime puô sopravvivere contro il suo popolo.
    Il buon Benanti scrive che a Seattle rubano il rame degli attacchi elettrici.. È sol UN segno…

  2. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Come in ogni progetto occorra mettere idee nuove, lungimiranti e ideali validi a definire cosa è bene comune, necessario e’ avere passione e un spendersi alla causa. Un esempio il sindacalista Landini, la cui parola non ha bisogno di microfono, appassionata, onesta che fa trasparire un credo sincero nel sostenere i diritti del lavoratore, quello che non merita essere emarginato, quei lavoratori che si vedono piegata la schiena lavorare sui tetti senza altro indumento a proteggere la pelle sotto il sole cocente., respirando polvere di cemento, riempiendo carriole di detriti, e ci si domanda come fanno a tornare l’indomani, e quale la paga remunerativa di tanta usura della propria salute. Quel cittadino vive in un Paese già democratico, ma se è così il suo stato ha bisogno di essere raggiunto dalla attenzione attenzione di coloro che sono impegnati a salvaguardare il suo “bene comune”, che riguarda il ricevere un salario sufficiente a vivere con dignità del proprio lavoro

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