Purificare la memoria?

Intravvedo nelle proteste di questi giorni quella tendenza gnostica e manichea a separare il bene dal male, come se si potesse purificare la memoria collettiva, semplicemente cancellando ciò che è brutto, sgradevole, orrendo.
29 Giugno 2020

In questi giorni stiamo assistendo a tutta una serie di proteste trasversali in cui alcuni monumenti (le statue di Cristoforo Colombo, di Churchill, di Indro Montanelli) sono vandalizzati o rimossi perché considerati simboli di strutture di oppressione ancora presenti, se non addirittura dominanti, nella nostra attuale civiltà. La stessa cosa è accaduta con Via col Vento, rimosso temporaneamente dal catalogo online dalla HBO per essere poi reinserito con una nota storiografica di accompagnamento.

La discussione pubblica sul tema, tuttavia, mi appare congestionata da assunti ideologici sclerotizzati che impediscono di riconoscere le argomentazioni dell’altro e di promuovere un salto di qualità di riflessione. Tralascio, quindi, tutti questi elementi che pure hanno una loro legittimità, ma che nella follia della logica binaria dei social, hanno perduto la loro funzionalità argomentativa.

  1. Nessuno ‘sano di mente’ può mettere in dubbio che la schiavitù (ma anche l’oppressione degli Indios, delle minoranze, il razzismo, il maschilismo e metteteci tutto quello che volete) rappresenti un disvalore, anzi: un nemico della nostra attuale società e dei valori sui quali si fonda o, quanto meno, dice di fondarsi.
  2. È, tuttavia, abbastanza evidente che la pratica spesso non incrocia o non aderisce del tutto al manifesto di quei valori e anzi, in maniera spesso più raffinata, continua a perpetrare ingiustizie e disuguaglianze. Quei monumenti, quindi, spesso sono anche un monumento all’ipocrisia della nostra società.
  3. D’altra parte, attaccare o giudicare personaggi storici e epoche differenti in base ai nostri criteri morali, etici, politici è un anacronismo abbastanza marchiano.
  4. Infine, proteste, processi, partecipazioni, dibattiti di questi giorni, per il semplice fatto di avere a che fare con una causa nobile come la lotta al razzismo, non sono però al riparo dalle pratiche, influenze, manipolazioni e meccanismi di riproduzione sociali propri della società contemporanea che sono spesso catalizzatori di esibizionismo “politicamente corretto” e, spesso, anche di interessi economici.

Una volta dati per acquisiti non solo questi elementi, ma anche la loro dialettica sovrapposizione, vorrei invece provare a ragionare di memoria: in che rapporto si articolano passato e presente? E memoria e storia?

Una prima cosa sui cui dovremmo riflettere è che l’esercizio della memoria non è un’attività passiva, una conservazione neutra di elementi storici o del passato. Al contrario, si connota come un’azione ermeneutica di un gruppo che conserva, ricorda, trasmette, ma anche rielabora e modifica valori e azioni del proprio passato considerati significativi. Il passato non è significativo di per sé. Anzi, per essere più chiaro: il passato non significa proprio niente. Diventa significativo per soggetti che si incaricano di rintracciare, nelle pieghe dei suoi eventi, significati, il più delle volte differenti da quelli che avevano per i contemporanei.

La memoria, allora, non coincide né con la storia né con il lavoro storiografico perché è, al tempo stesso, qualcosa di più (non è la semplice descrizione dell’evento, ma costruzione di senso, significazione degli eventi a partire dal presente e dal suo universo valoriale), ma anche qualcosa di meno (si può basare, si confronta, ma non può porsi al livello del lavoro epistemologico di conoscenza, ricostruzione degli eventi, cause, connessioni dello storico).

Dalla memoria, intesa come processo di rielaborazione, dipende la sopravvivenza di una comunità come soggetto legato a un’identità, nella sua articolazione dialettica tra passato da conservare, presente che si rispecchia in quel passato e futuro da costruire.

Questa memoria, per essere davvero collettiva, ha la necessità di trasformarsi in testo, narrazione condivisa: il passato, perciò, viene istituzionalizzato in simboli e pratiche che servono ad attivare e marcare la memoria collettiva di quel passato considerato vincolante per la propria cultura.

Ma cosa accade quanto la significazione di quel passato non è più condivisa? È quello che sta accadendo, anche in virtù della fine delle memorie collettive (Lyotard descrive il Postmoderno come fine delle metanarrazioni) e della creazione di nuovi modelli di interazione e di vincolo sociale.

A tal proposito, cito solo due elementi tra i tanti: il confine “liquido” tra pubblico e privato e, in secondo luogo, l’annullamento delle distanze geografiche e culturali con la ridefinizione delle identità non più a partire dall’appartenenza a un territorio. La conseguenza è che persone, simboli, testi che erano pacificamente considerati parte integrante del patrimonio culturale condiviso, sono messi in discussione da significazioni alternative che contestano la legittimità di quella memoria.

Le operazioni di scrittura e sovrascrittura delle culture precedenti non sono nuove e, in tal senso, non mi sorprendono. Tuttavia, intravvedo in queste proteste quella tendenza gnostica e manichea a separare il bene dal male, come se si potesse purificare la memoria collettiva, semplicemente cancellando ciò che è brutto, sgradevole, orrendo. E che questa rimozione possa generare il bene.

Non sono sicuro che abbattere una statua di Colombo metterà fine a disuguaglianze e discriminazioni. Temo, anzi, che esse non dipendano da quella statua, ma dalla società che l’ha eretta. E che abbattere una statua sia più semplice che lottare contro l’ipocrisia che rappresenta.

[1^ parte]

 

3 risposte a “Purificare la memoria?”

  1. Francesca Vittoria ha detto:

    Ci sono statue erette da un sentire di popolo dedicate a personaggi che hanno impersonato entusiasmo, apprezzamento, di un operato che ha riscosso anche il medesimo condiviso dalla comunità e questi personaggi sono storia in ogni campo dalle arti alle scienze letterarie scientifiche anche azioni belliche di generali etc,non solo di Santi. Tradotto,genialità, spirito di sacrificio, eroismi imprese titaniche, tutti aspetti umani di quanto l’uomo è stato capace essere,raggiungere e, naturalmente non senza il negativo che può essere esistito della persona. E’storia che è bene avere memoria non a fare adepti ma a leggere e trarre riflessioni utili nelle scelte.a costruire altra storia Non temere la presenza del negativo come si cerca oggi del coronavirus ma ad assumere responsabilità per se e per gli altri in comportamento e il coraggio di essere di resilience , capaci di libertà

  2. alberto hermanin ha detto:

    Sarebbe simpatico estinguere anche il debito di verità sulle culture non occidentali. E’ dai tempi di Rousseau che la meniamo con il buon selvaggio? Buono? Non più e non meno di noi. Il resto sono fesserie.

  3. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Troppo analitico e profondo x riuscire a confrontarmi col dr.Bortone. Solo qs piccola cosa:
    Non crede che la narrazione collettiva e scolastica occidentale sia in debito di Verità vs. Il colonialismo Europeo??
    Cosa dobbiamo ad es. all’Africa??

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