Per un Natale che abbracci la storia umana

Quest’anno siamo chiamati a vivere il Natale nella pieghe più faticose della storia, desiderosi di salvezza e guarigione: non è facile, ma questa è la scelta di Dio che si fa bambino per abitare il tempo e la vita in pienezza, una scelta che continua fino a oggi ed è capace di creare l’inatteso.
25 Dicembre 2020

Ha senso, quest’anno, festeggiare il Natale? Ha senso, quest’anno, credere che Dio sia nato nella storia, questa storia che nello squadernarsi dei mesi ha mostrato il suo lato più doloroso? Ha senso celebrare una nascita di fronte alla morte, alla malattia, alla perdita, conoscendo tutti, come comunità e società, il venir meno di un futuro che ci attendevamo di altro tenore? Ha senso fermarsi e guardare un Dio bambino, mentre si diffonde la crisi sociale, economica, sanitaria? Ha senso parlare di gioia di fronte allo smarrimento, al disorientamento, all’incertezza che da quasi un anno ci accompagnano?

È un Natale unico, quello che viviamo; un Natale di rinuncia e forse anche di separazione, alle quali non eravamo abituati, immersi nello scorrere del calendario e nei riti spesso retorici che si accompagnano alle feste.
Lo sappiamo, non è facile quest’anno vivere il Natale: solitudini e amarezze, ferite e paure possono averci fatto visita.

Ma proprio per questo oggi ha più senso che mai festeggiare il Natale, la nascita del Figlio di Dio. Perché quest’anno augurare buon Natale non è retorica, ma è davvero costruzione di speranza: ti auguro che tu possa vivere un Natale buono, cioè sereno, lieto, un Natale di guarigione. Ecco, la guarigione: abbiamo sentito questa parola per mesi, abbiamo forse sperato nella guarigione di qualche nostro caro o di noi stessi: guarigioni avvenute, guarigioni non avvenute. Ma forse sentiamo che la guarigione è ciò di cui ha bisogno il mondo, ciò di cui il Cristo bambino può farci dono: guarigione come salvezza, guarigione come cura e custodia. Il mondo, il tempo, hanno sete di guarigione e di salvezza; abbiamo bisogno di avvicinarci alla scuola di Dio, che è la scuola della fragilità redenta, della debolezza che salva. Dio nasce e ha bisogno degli uomini: conosce la fragilità non da lontano, ma la assume, misteriosamente, nascendo da una donna e affidandosi alla custodia di un uomo.

Mai come prima, probabilmente, sentiamo tutta la fragilità della storia, tutta la fatica del tempo. Forse vorremmo fuggire da questa storia, o dalla nostra storia.
Forse vorremmo abbattere i cancelli della paura di vivere che ci tiene serrati nei nostri cuori.

Eppure, Dio nasce in un tempo preciso, in un luogo preciso: «In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio». Gesù di Nazareth ha abitato la nostra storia, ha vissuto in un luogo e in un momento storico scelti dal Padre per la sua rivelazione: non crediamo in un Dio lontano, ma in un Dio che in quella storia – fatta anche di contraddizioni e sofferenze, ma pure di letizia e gioia – ha voluto abitare: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi».

Sappiamo che quel primo Natale aveva già in sé tutte le pagine limpide e oscure del libro della vita umana: «non c’era posto per loro nell’albergo».
Sta qui il senso del Natale che celebriamo quest’anno: Dio non ha semplicemente tollerato l’uomo, non ha sopportato la storia, ma l’ha abitata, in pienezza, in tutte le sue pieghe. Dio ha visitato la storia e da allora continua ad abitarla, fino ad amarla. Da allora Dio continua a salvare e guarire l’uomo, dando adempimento, con fedeltà, alla sua promessa, in modi che a noi spesso sfuggono e ci lasciano smarriti, in modi che magari non vorremmo… ma Dio non retrocede, non si arrende e continua ad abitare la fragilità della storia, di tutti e della nostra storia: non la tollera, ma la abita, invitandoci a fare lo stesso.
La storia non è un luogo perduto, una prova che Dio ci consegna per verificare quanto siamo resistenti, un peso che Dio ci affida per vedere se lo sappiamo portare, ma è il tempo – e il luogo – in cui Dio prende carne e si rivela all’uomo, facendosi vicino, secoli fa come oggi.

E lo fa a modo suo, scegliendo un contesto nascosto, una famiglia semplice, la tenerezza di un bambino. Scriveva Dietrich Bonhoeffer, in una delle sue ultime lettere dal carcere, il 14 agosto 1944: «Dio non realizza tutti i nostri desideri, ma tutte le sue promesse». La vita si incarica di confermare la verità di queste parole: il Bambino non è la realizzazione di un desiderio umano: Israele attendeva un Messia con ben altre caratteristiche. Ma quel Bambino è la realizzazione delle promesse del Padre.
Lo stesso accade in ogni storia, in ogni vita, perché Dio «è fedele per sempre» (Sal 145, 6).

Allora val la pena ricordare che il nostro Natale non è l’unico Natale di sofferenza che questa fragile storia umana ha conosciuto. Eppure, ugualmente, ogni Natale può essere una promessa mantenuta, ogni Natale può portare con sé un dono inatteso: forse semplice, forse minimo, ma nessun volto è mai dimenticato nel cuore di Dio, che sa e vuole abitare anche il lato più oscuro delle nostre esistenze, dove sembrano esserci solo tenebre.

Fu un Natale memorabile per il mondo in guerra; memorabile anche per me, perché fu segnato da un miracolo. Ad Auschwitz, le varie categorie di prigionieri (politici, criminali comuni, asociali, omosessuali, ecc.) potevano ricevere pacchi dono da casa, ma gli ebrei no. Del resto, da chi avrebbero potuto riceverne? Dalle loro famiglie sterminate o rinchiuse nei ghetti superstiti? Dai pochissimi sfuggiti alle razzie, nascosti nelle cantine, nei solai, atterriti e senza quattrini? E chi conosceva il loro indirizzo? A tutti gli effetti, noi eravamo morti al mondo. Eppure un pacco arrivò fino a me, mandato da mia sorella e da mia madre nascoste in Italia, attraverso una catena di amici. […] Il pacco conteneva cioccolato autarchico, biscotti e latte in polvere, ma per descrivere il suo effettivo valore, l’urto che esercitò su di me e sul mio amico Alberto, il linguaggio ordinario si trova in difetto […]. Non eravamo più soli: un legame col mondo di fuori era stabilito. E c’erano cose deliziose da mangiare per giorni e giorni.

Così racconta Primo Levi il Natale del 1944 – nel buio di Auschwitz – ne L’ultimo Natale di guerra. Essere ricordati, sapere di non essere morti al mondo, ricevere qualche dono inatteso, sentire di essere ancora intrecciati ad altri in una trama di legami, e leggere tutto come un «miracolo».
Levi perderà una parte di quei doni: qualcuno ruberà la sua giacca, nelle cui tasche aveva nascosto alcuni biscotti, proprio il giorno di Natale. Ma, chiudendo il racconto, Levi riporta la riflessione dell’amico Alberto:

Il resto non era del tutto sprecato, qualche altro affamato stava festeggiando il Natale a spese nostre, magari benedicendoci. E comunque, di una cosa si poteva essere sicuri: era quello l’ultimo Natale di guerra e di prigionia.

Abitare la storia, sentirsi oggetto di ricordo e tenerezza, fare memoria di qualcuno che vive come noi la fragilità e la durezza della vita, bene-dire, sperare in un futuro migliore: è questo il Natale del ’44 di Primo Levi.
Non diversamente da Mario Rigoni Stern, che dopo aver trascorso il Natale del 1942 in una trincea sul Don, vivrà quello del 1943 in un Lager tedesco, prigioniero con altri soldati italiani (esperienza di cui parla ne I giorni del Nord-Est). Eppure anche per Rigoni il Natale può essere una tregua nella fatica della storia, un momento di pace e letizia, semplicemente un momento di umanità:

L’alba del 25 dicembre 1943, dopo una notte quasi insonne e molto fredda, fu molto strana perché in quell’aria lattiginosa e gelata si udì d’un tratto un chiaro suono di campane. Forse quel suono veniva dal campanilino di legno? O dagli altoparlanti del Lager? O dalla mia immaginazione? Insomma erano pur sempre campane che suonavano a festa.

Esiste sempre la possibilità di un imprevisto buono; possiamo sempre scegliere di non arrenderci; è sempre possibile ascoltare campane a festa anche nel lato più oscuro del tempo.

Prima di mezzogiorno la guardia venne a chiamarci per la zuppa; e fu allora che vidi scritto sulla neve lungo i reticolati, pestata con i piedi, questa frase: «Fröhliche Weihnachten».
Alle cucine versarono nel nostro barattolo due mestoli di acqua bollita con le rape e ci diedero la settima parte del filone di pane.

Nel ritornare alla baracca, alla fine dei blocchi, si passava accanto a un orto di cavoli, ma ora teste non ce n’erano più e fuoriuscivano dalla neve solamente i torsoli. Chiesi al tedesco di scorta il permesso di andare a raccoglierne; lui si guardò attorno e poi mi disse: – Svelto! Svelto!
Ne raccolsi in fretta quanti potevo portarne e con le mani quasi congelate ritornai all’Aufnahmebaracke.
Impiegai molto tempo a pulirli dopo averli sgelati, quindi li feci a pezzettini e quando l’acqua nel barattolo prese il bollore li misi a cucinare aggiungendovi il pezzo di zucchero e le due manciate di farina bianca. Fu, per quel luogo e per quei tempi, un pranzo natalizio.

Pochissime cose, un gesto di umanità di una guardia, un augurio scritto sulla neve, e sempre un pensiero per gli altri: cucinare non per sé solo, ma anche per i compagni. Ed ecco un altro dono inaspettato, dietro ai reticolati: al pomeriggio, alcuni prigionieri russi arrivano nella baracca di Rigoni e suonano sommessamente antiche canzoni russe: un modo per celebrare il Natale, nel segno della fraternità tra ex nemici, grazie anche alla complicità di una sentinella tedesca. Si costruiscono così ponti di pace e di amicizia, fino a quando giunge l’ufficiale del campo, che «distribuì pugni e calci». Ma un russo, Anatolij, prima di uscire dalla baracca, lascia un ultimo dono:

Sul cartoncino che Anatolij mi aveva messo in mano erano disegnate una montagna verde, un cielo azzurro con le stelle e, in basso, una casupola con la scritta in oro «Buno Natale».

Se Dio abita la nostra storia, anche noi siamo chiamati a fare lo stesso, attraversandola con sguardi buoni e speranze tenaci anche laddove non sembra esserci che fatica; perchè è possibile che si aprano spazi di umanità, di riconoscimento, di pietà, di audacia, di bene, di misericordia, di coraggio, anche sgrammaticati come l’augurio di Anatolij, sgrammaticati come l’uomo, come la storia…
Se è stato possibile ad Auschwitz, se è stato possibile che in un lager antichi nemici si siano scambiati, rischiando la vita, piccoli segni di affetto, allora è sempre possibile osare la tenerezza, la pace, la letizia. È sempre possibile sfidare paure e preoccupazioni alzando lo sguardo alla vita.

Mi pare risieda qui il senso più profondo di questo Natale: siamo in un tempo, in un luogo, in una vicenda dai contorni precisi; siamo stati portati a conoscere le pieghe fragili della vita. Ma qui e ora sono sempre possibili guarigione e salvezza, occasioni di nascite e di accompagnamenti. Anche quando un reticolato chiude l’orizzonte, possiamo sforzarci di non soccombere, confidando nella scelta di Dio di abitare la nostra storia umana, che conosce le albe e i tramonti, la luce e il buio, ovunque e in ogni epoca, poiché «nessun luogo è in terra d’altri peggiore», come scrive l’autrice russa Olga Sedakova in Audacia e pietà.

Siamo uomini e donne chiamati a fare nostro l’esempio di Dio: abitare la storia, assumerne la fragilità, coltivare la speranza e custodire le tenerezza.

Buon Natale, caro lettore e cara lettrice, e che sia davvero di consapevole abbraccio della storia e della vita: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini».
Torniamo ad abitare la vita, sapendo che c’è sempre un poco di «balsamo per molte ferite» (Etty Hillesum)

Una replica a “Per un Natale che abbracci la storia umana”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Alba di Speranza, vieni Gesù, Verbo del Padre, vesti il silenzio, sia gloria nei cieli, sia Pace quaggiù! Alba di perdono: vieni Gesù!…..Speranza nostra, e in Chi altri se no?Proprio perché ci troviamo anche noi vestiti poco, pieni di freddo, ci troviamo piccoli dentro il nostro io, bisognosi di qualcuno che ci curi. E’ di questa “fame” che tutti pur avendo un piatto ricco o quello della fraternità, siamo alla ricerca del cibo a consolare l’animo. Per questo l’esistenza di questo presepe che è reale ci dà speranza nel Cristo nato per noi, povero come ci sentiamo oggi ma scoperti di essere Fratelli. Lui il Cristo ci ha confermati anche Figli di un Dio pieno di amore e misericordioso, che perdona “va e cammina, la tua Fede ti ha salvato” sembra ripeterci a noi oggi, almeno questo è quello che desideriamo guardando a Lui. Papa Francesco ci ha guidati a credere in questo Regno fatto di Amore e tenerezza, ascoltiamo. Buon Natale sia così per tutti.

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