«Nostro è Dante!»

Delle tre note necessarie per essere considerato Dottore della Chiesa (approbatio ecclesiae, doctrina orthodoxa e sanctitas vitae), al fiorentino manca certamente la terza, ma le prime due non sono mai state messe in discussione: non si potrebbe parlare di lui come di uno Scrittore Ecclesiastico?
5 Settembre 2020

Sabato 5 settembre 2020, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, inizieranno le celebrazioni per il VII centenario della morte di Dante, con la riapertura ufficiale a Ravenna della tomba appena restaurata.

Inizia un anno nel quale il nostro Paese e con esso il mondo intero si soffermeranno sull’opera e i versi del Sommo Poeta, non diversamente da quanto accaduto finora in ogni epoca della storia d’Italia, che lo ha riletto con la sensibilità che le era propria: se la grandezza poetica di Dante oggi non è più messa in discussione come lo fu in altri periodi, dal Quattrocento umanista al Settecento illuminista, al Poeta fiorentino non fu però mai negata quell’altezza teologica e spirituale riconosciutagli da ogni lettore cristiano. La Divina Commedia, come scrisse Vincenzo Gioberti, «è quasi la genesi universale delle lettere e delle arti cristiane… è veramente la Bibbia umana del nuovo incivilimento, essendo, per ragioni di tempo e di pregio, il primo riverbero della divina» (“Del Primato morale e civile degli italiani” 1843).

Nell’ultimo secolo gli stessi papi hanno egregiamente descritto il valore dell’opera dantesca per l’uomo di oggi: da Benedetto XV che un secolo fa definì la Commedia «validissima guida per gli uomini del nostro tempo» (“In praeclara summorum” 1921), a Paolo VI che arrivò ad affermare «Nostro è Dante! Nostro, vogliamo dire, della fede cattolica, perché tutto spira amore a Cristo» (“Altissimi cantus” 1965), fino a papa Francesco per il quale la Commedia «rappresenta il paradigma di ogni autentico viaggio in cui l’umanità è chiamata a lasciare quella che Dante definisce “l’aiuola che ci fa tanto feroci” per giungere a una nuova condizione, segnata dall’armonia, dalla pace, dalla felicità» (“Messaggio in occasione del 750° anniversario della nascita di Dante” 2015).

Ma ritrovarsi questo sabato di fronte alla tomba di Dante ci riporta forse meglio di fronte all’uomo Dante, al cristiano del XIII secolo che guardava alla propria vita ricercandone un senso sempre più profondo in Dio, dall’amore per Beatrice all’Amore professato da una Chiesa che egli non si stancava mai di volere sempre migliore. Cresciuto e formato da essa, egli stesso si fece missionario ed evangelizzatore con il proprio talento: scrivendo una grande opera sul Purgatorio a meno di trent’anni dal Concilio di Lione, che iniziò a definirne la dottrina, Dante ha dato voce alla Chiesa del suo tempo, in maniera non diversa da come fece ad esempio Sant’Agostino con il “De Trinitate” dopo il Concilio di Costantinopoli.

Non avrebbe certo senso intraprendere un processo di canonizzazione per Dante: egli è stato peccatore, peccatore vero, e gli svenimenti lungo l’Inferno di fronte a storie troppo simili alla sua ci dicono di quanto egli si sentisse in difetto nella sua vita. Ma era comunque animato “da caldo amore e da viva speranza”, tanto che si riserva un posto in Paradiso affermando di dover scalare la montagna del Purgatorio. Non santo o beato quindi, ma certamente Dante meriterebbe un riconoscimento: delle tre note necessarie per essere considerato Dottore della Chiesa, Approbatio ecclesiae, Doctrina orthodoxa e Sanctitas vitae, al fiorentino manca certamente la terza, ma le prime due non sono mai state messe in discussione, tanto che forse si potrebbe parlare di lui come di Scrittore Ecclesiastico.

Per questa mia intima convinzione, oltre che per il riconoscimento del valore letterario, e anche per passione personale, come insegnante di Religione parlo ai miei alunni di Dante e ne faccio spesso materia della mia disciplina: non posso non ritenere l’opera di Dante “la genesi universale delle lettere e delle arti cristiane” e ritengo che debba rientrare di diritto in ogni programma di Religione della scuola italiana. Ma sono sempre più convinto che nelle nostre scuole ogni docente dovrebbe parlare di Dante e con Dante: l’insegnante di Scienze potrebbe descrivere ai nostri alunni le “rote magne” delle costellazioni, come quello di Matematica spiegare che “l’ordine è forma / che l’universo a Dio fa simigliante”; il professore di Arte commentare i meravigliosi “intagli” della prima cornice del Purgatorio e il collega di Fisica illustrare la legge di rifrazione ottica “come quando da l’acqua o da lo specchio / salta lo raggio a l’opposita parte”; l’insegnante di Filosofia potrebbe parlare loro di “color che sanno / seder tra filosofica famiglia” e quello di Scienze Motorie di coloro “che corrono a Verona il drappo verde”. Almeno è questo ciò che ho intenzione di proporre per quest’anno dantesco ai miei alunni e ai miei colleghi: che Dante diventi trasversale a ogni insegnamento, perché i nostri alunni conoscano il Poeta e comprendano l’uomo la cui sete di sapere, che “a guisa di fuoco di picciolo in grande fiamma s’accese”, ha ricercato il senso di tutto ciò che vedeva e provava; perché in definitiva ogni cristiano, ogni studente, ogni docente, ogni uomo o donna di oggi che si perde e si ritrova fra i suoi versi possa dire, con le parole di San Paolo VI, “nostro è Dante!”.

 

Una replica a “«Nostro è Dante!»”

  1. Renata Mayer ha detto:

    Maurizio Signorile è veramente un grande ammiratore di Dante, capace di capirlo, apprezzarlo e amarlo e soprattutto di trasferire tutto ciò anche a chi, come me legge le sue parole. Grazie Maurizio . Sono d’accordo con te Dante è nostro. Renata

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