Caro Giuseppe,
Ti ringrazio del tuo bel volume che mi hai regalato (Lo stupore dell’essere. Il pensiero alternativo di Tommaso d’Aquino, Marcianum Press, Venezia 2025, pp.277.): esso porta a compimento un tuo percorso che è maturato ormai da tanti anni.
L’ho letto con piacere e non ti nascondo che ho fatto un tuffo nel passato, anche se il contatto col pensiero di San Tommaso non mi è mai mancato, soprattutto in ambito sacramentario e non solo.
Ho apprezzato il tuo tentativo di dare attualità alla proposta di Tommaso a partire dal coraggio col quale egli rinunciò alla carriera, facendo scelte di vita che gli consentissero di mettere a frutto le sue attitudini intellettuali e spirituali.
Sulla linea di quanto altri autori avevano già evidenziato (penso a Gilson, a Chenu…), hai fatto bene a ribadire l’originalità del pensiero di Tommaso, il quale ha saputo trarre il meglio dei pensatori del passato. La scelta coraggiosa a favore del realismo di Aristotele gli ha fatto prendere le distanze dal neoplatonismo di s. Agostino; il tutto con quel garbo che contraddistingue il suo modo di procedere, che lascia sempre spazio a quanto di positivo va recuperato anche nelle obiezioni più radicali.
Hai ricostruito in modo suadente il percorso che consente a Tommaso di accedere all’Ipsum Esse subsistens, chiave di volta della sua originale filosofia, che, attraverso la causalità aristotelica e la partecipazione platonica, gli consente di attingere alla relazione Dio/mondo, oltre che lo dispone al ripensamento unitario dei diversi ambiti del sapere (dalla gnoseologia all’etica) con gli strumenti del pensiero umano, e i presupposti per dare spazio alla rivelazione divina.
Molto efficace è il tuo tentativo di recuperare il senso dello stupore dinanzi alla Realtà in quanto c’è ed è sorprendente e che costituisce la migliore attitudine a una sana ecologia! Nella Realtà si intrecciano i diversi rapporti di distinzione tra l’uomo che conosce e ciò che viene conosciuto, l’essere e il dover-essere… il tutto in una tensione che sa di comunione, nella formulazione dell’adaequatio/conformitas. Forse proprio questo rapporto di comunione (a livello conoscitivo, ‘passionale’ nelle virtù, empatico nelle relazioni) può diventare punto di partenza, che ci eviti di restare in un certo immobilismo che la substantia potrebbe favorire (pur mentre garantisce consistenza) e che il concetto di persona invece sembra meglio promettere.
Ciò detto, mi rendo conto che un libro è sempre selettivo di intendimenti personali e, in questo caso, era tua intenzione restituire un Tommaso che, per quanto “ottocentenario”, può dire qualcosa di importante anche a noi oggi. Ho notato, però, che, data la tua buona amicizia con lui, non c’è alcuna osservazione critica nei confronti del suo pensiero e serpeggia la tentazione (chiamiamola così scherzosamente) di dividere la storia della filosofia: a. T., p. T., dove ciò che viene prima prepara la sua ontologia, e ciò che viene dopo in qualche modo la tradisce!
Lo so che non vuoi dire questo; di fatto, però, i riferimenti alla filosofia moderna e contemporanea (in rapporto alla filosofia dell’essere di Tommaso) sono quasi sempre al negativo. E dire che la storia e la storicità, che pure tu hai invocato contestualizzando Tommaso e la sua ricerca continua, dovrebbero offrire spazi a ulteriori contributi in tante direzioni e anche nel rimodulare/ripensare le acquisizioni che abbiamo ricordato; penso ad autori come Schillebeeckx domenicano, Marechal e Rahner gesuiti e tanti altri che, come Tommaso a suo tempo, si sono lasciati provocare da autori a loro contemporanei, complessificando le acquisizioni del passato.
Coltiviamo pure lo stupore dell’essere (è cosa buona … e vera!), ma coltiviamo anche la fatica e la gioia della storia-di Dio-con-gli uomini, accompagnandola sensatamente con gesti di comunione e di vita (che tu già compi anche con la diaconia del buon pensare).