La grandezza delle poche parole e la diversità dei silenzi

Avvicinarsi a Natale con poche essenziali parole e silenzi buoni, come ci suggerisce Maria e come ci ricordano una poesia di Emily Dickinson e un acquerello di Nicola Magrin.
20 Dicembre 2020

Sarà un Natale diverso, quest’anno: lo sappiamo, se ne discute da tempo. Sarà un Natale essenziale: nelle relazioni, nei movimenti, nei regali… E così, forse, sarà un Natale più vicino a quel primo Natale…
Tra le varie rinunce, ve ne può essere però un’altra, ben più feconda: potremmo anche cogliere l’occasione per rendere il Natale, a pochi giorni dalla sua celebrazione, il momento dell’essenzialità delle parole, delle voci, delle chiacchiere, dei rumori.
Personalmente – lo confesso – in questo tempo sento sempre più come la posizione più vera dell’uomo di fronte a Dio sia il silenzio: meno spiegazioni, meno definizioni, più cammino, domanda e contemplazione del mistero.

Mi colpisce, nella notissima pagina dell’Annunciazione che illumina l’ultima domenica di Avvento, come Maria parli pochissimo: due sole volte: «Come è possibile? Non conosco uomo» e «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». La ragazza scelta da Dio per il grande mistero dell’Incarnazione, trovandosi nel turbamento, pone una domanda, fa una constatazione realistica, e poi si abbandona, fidandosi.
Poche parole, ma tutte così significative: è nella sobrietà delle voci, nella custodia del silenzio che avviene uno dei più grandi dialoghi della storia della salvezza.
E sappiamo che per tutta la scrittura Maria parla pochissimo.

Siamo nella società dell’informazione continua, delle notizie lanciate ogni minuto: ma quante delle parole che ci arrivano sono veramente conoscenza?
Abitiamo un mondo in cui i media parlano per giorni di decreti e regolamenti prima della loro effettiva approvazione, un mondo in cui ogni sera arrivano numeri e grafici e con essi i commenti degli esperti, accanto a cui, poi, i meno esperti parlano, parlano, parlano, creando ansia e confusione, mentre più raramente indicano la speranza e la responsabilità.

E anche noi, quante parole usiamo, immersi senza requie nel flusso delle chat e dei social, sovente strumenti per vincere solitudini e smarrimenti? Storditi dai vaniloqui, cerchiamo così di riempire silenzi che spaventano.
Ma in questo modo non cogliamo nemmeno il valore del silenzio, non capiamo che i silenzi non sono tutti uguali: ci sono silenzi fecondi e silenzi sterili, silenzi che esprimo rotture che vorremmo sanare e silenzi che invece sono gesti di rispetto, silenzi di dimenticanza e silenzi di ricordo, silenzi di riflessione e silenzi di smarrimento, silenzi di pace e silenzi di angoscia, silenzi di benedizione e silenzi di maledizione, silenzi di Dio e silenzi dell’uomo: ma per discernere i silenzi è necessario abitarli, con coraggio, facendo calare il rumore attorno a noi.

Maria ci ricorda l’arte del silenzio buono e della parola essenziale, equilibrata, misurata e profonda: è un’arte segno di grandezza, come richiama anche Emily Dickinson (1830-1886), in un suo breve testo (qui nella traduzione di Massimo Bacigalupo):

Temo un uomo dal discorso frugale –
temo un uomo silenzioso –
l’arringatore – posso sorpassare –
il chiacchierone – intrattenere –
Ma colui che pondera – mentre gli altri
spendono l’ultima lira –
di quest’uomo – diffido –
temo che egli sia grande –

Il discorso frugale, il silenzio e la moderazione verbale sono segni di grandezza: perché «colui che pondera» può essere saggio, può essere disposto all’ascolto, mentre gli altri si consumano nella corrente incessante di parole vuote, che ingannano il tempo e privano di energie, schiacciandoci sulla superficialità.
Come per Maria, anche per noi coltivare l’arte della parola essenziale, e quindi del silenzio, può diventare l’arte della ricerca del mistero, rendendo anche possibile la sua visita: è il senso profondo che trovo pure in un acquerello di Nicola Magrin, pittore della vastità, del silenzio e dell’essenzialità: un uomo, in cammino, in un paesaggio che immagino di quiete e riflessione profonda.

A pochi giorni dal Natale, potrebbe essere questo un modo per mettersi meglio in viaggio verso Betlemme: con poche parole e silenzi buoni.

(l’immagine è una riproduzione di un acquerello di Nicola Magrin)

Una replica a “La grandezza delle poche parole e la diversità dei silenzi”

  1. Francesca a Vittoria vicentini ha detto:

    Il virus fa anche questo, rende meno spontaneo inviare, porgere l’augirio di :Buon Natale e non dipendendo da volontà ma che è l’attesa non molto foriera di gioia e pace. Rimane il Dono, concreta realtà che è dentro di noi desiderio, speranza affetto da ricevere e dare, da scambiare, simbolo del credente e non credente, anche questo forse è una zattera cui aggrapparsi per non cedere al panico dell’affondare. Il Presepe, si né facciamo parte, si fa guardare, ma anche ci comprende tra quei pastori che li sono accorsi avvisati da un coro celeste, uomini ultimi diventati eternamente primi, ed è quindi un privilegio essere tra loro perché la luce ci ha raggiunto, la meraviglia ci fa sentire sorpresi che non siamo soli, e come Anna pregava muovendo le labbra senza emettere suono e Dio ha ascoltato la preghiera, e l’ha esaudita, così in questo Natale saranno molte le mute preghiere che mute saliranno al Dio della Pace e questa discenda nei nostri cuori.

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