Kerouac, l’inquietudine incandescente

Qualche nota a margine de “Il Vangelo secondo Jack Kerouac” di Luca Miele
14 Aprile 2021

«Tutto ciò di cui scrivo è Gesù», dichiarerà Jean-Louis Kerouac (1922-1969) alla fine dei suoi giorni, quel Jean-Louis meglio noto con il nome di Jack – per un errore del sacerdote cattolico della sua parrocchia -, uno degli scrittori statunitensi più conosciuti, discussi e sicuramente più fecondi, non fosse altro che per quella beat generation che in lui vedeva il ‘padre fondatore’.
Nell’immaginario comune, rimanendo in superficie, il mondo beat sembra tutto tranne che cattolico; invece Kerouac fu un autore cattolico, almeno in origine e al congedo dalla vita, sebbene di quel cattolicesimo inquieto, magmatico, dinamico, mai soddisfatto, tipico del secondo dopoguerra statunitense, che faceva emergere tensioni e contraddizioni sociali e culturali poi esplose negli anni successivi.

Ma qui davvero, nel caso dell’autore di On the road, l’etichetta ‘cattolico’ non è una forzatura critica, di quelle ideologiche che danno patenti di cattolicesimo ad autori che poco si riconoscerebbero in definizioni simili. Perché è Kerouac che si identifica così, a più riprese. Ma è chiaro che ‘cattolico’, nella lettura dell’autore americano, esprime il suo vero senso etimologico, quello cioè di ‘universale’, poiché egli è perennemente e universalmente alla ricerca del volto di Dio, perennemente teso tra vetta e abisso, come mette bene in luce Luca Miele nel suo recente volume Il vangelo secondo Jack Kerouac, edito da Claudiana. Un libro che è, innanzitutto, un canto di riconoscenza e amore da parte del critico verso lo scrittore, di cui indaga le pieghe più intime e contraddittorie, scavando a fondo nelle sue opere e nei suoi diari intimi, da cui trae continuamente citazioni e riferimenti che danno solidità alla sua argomentazione, la quale ha un fine esplicito: «La sua opera merita un riscatto. Perché soffocata dal mito della strada, tradita dalle mode che la hanno troppo frettolosamente appiattita, la ricezione del viaggio umano e letterario di Kerouac ha finito per smarrire il filo più vivo (e urticante) che la percorre: l’inquietudine religiosa», dal momento che «non si può non riconoscere come l’opera dello scrittore americano sia profondamente, intimamente religiosa» (p. 29). Dunque un’indagine che segue il fil rouge di tale vena religiosa, approfondendone le diverse e numerose (e cangianti) declinazioni, a partire proprio da quel beat, alla cui origine vi è una matrice cristiana: «Beat non significa stanco o abbattuto quanto piuttosto beato nel senso della parola italiana: essere in uno stato di beatitudine, come san Francesco, cercando di amare tutte le forme di vita, cercando di essere assolutamente sinceri con tutti, praticando la tolleranza, la gentilezza coltivando la gioia del cuore»; sono parole dello stesso scrittore, che Miele riporta, andando a completare la citazione con un altro pensiero rivelatore di Kerouac: «Perché io sono Beat, cioè credo nella beatitudine e credo che Dio abbia amato il mondo a tal punto da dargli il suo figlio unigenito» (p. 31); peraltro, sull’origine di beat sosta poi anche padre Spadaro nella postfazione del libro, ricordando come il vero senso della parola fu chiaro a Kerouac in un pomeriggio passato nel silenzio di una chiesa.

Così si muove lo studio di Miele, cercando di approfondire quali caratteri abbia avuto la religiosità dell’autore, muovendosi su alcune gradi linee ermeneutiche: in primo luogo la scrittura come mistica, in un costante tentativo di raggiungere un Dio che si mostra ma anche si nega (in pagine che a chi scrive sembrano quasi echeggiare Meister Eckhart), per cui la scrittura diviene «un assalto al cielo» e scrivere è «attendere una rivelazione» (p. 37) che può giungere solo nella modalità dell’estasi, agognata, procurata, negata. Tale costante e sfibrante moto a Dio risiede allora anche nella sconfitta, poiché è la mistica stessa a dirci che non esiste nessun approdo definitivo in questa vita, tesa da sempre in una dialettica tra parola e silenzio, che, infatti, trova una delle sue espressioni più alte nella kenosi del Crocifisso: «È sorprendente che l’intera figura di Gesù, nella scrittura dell’autore americano, sia totalmente ispirata, quasi schiacciata dalla Croce» (p. 46, nota al testo).

Da qui il mito della strada, che non è semplicemente fuga o disordine o ribellione, ma è ricerca inesausta, spogliatrice anche, in quanto «l’andare forsennato e folle lungo le ‘strade buie d’America’ è apparentato a un’esperienza religiosa, è un pellegrinaggio» (p. 55), ove si incontrano uomini e donne che possono assommare peccato e grazia, luce e buio, fino a vere e proprie icone del male, come il Viaggiatore Velato in Sulla strada, o della santa, paradossale, come Tristessa, dell’omonimo romanzo. Ancora, è nel vorace, incandescente desiderio di verità che Miele coglie quel tentativo di commistione tra cristianesimo e buddismo che Kerouac prova in alcuni anni della sua vita, cercando di «aprire transiti tra le due fedi» (p. 47), per poi tornare a definirsi «bizzarro, solitario, mistico cattolico» (p. 45).
Tale profonda quête spirituale si fonde, inoltre, con uno dei miti fondativi della cultura e dell’identità americana, quello cioè della wilderness, stato di purezza primigenia ed educativa, archetipo del selvaggio non idilliaco (come non pensare a Henry David Thoreau?), che per Kerouac è luogo di morte e rinascita, di solitudine e rivelazione di Dio, ma anche luogo della tentazione demoniaca, in un ineliminabile conflitto tra altezza e terrestrità che percorreva la biografia dello scrittore prima che la sua scrittura.

Da ultimo, Miele si sofferma sul vero motivo costante nell’autore beat, ossia la morte, onnipresente e disarcionante ogni armonia: «l’ossessione per la morte percorre e avvelena l’intera opera di Kerouac. È talmente presente, preme con tanta forza, assale con tanta veemenza da essere eletta, dallo stesso scrittore americano, a matrice della sua scrittura» (p. 128). Ogni essere – uomini e animali – è morituro, a partire dal fratello Gerard, la cui scomparsa segnò indelebilmente Jack, come si evince da Visioni di Gerard. La morte è «una prova, è la porta stretta e dolorosa attraverso la quale passare per non arrendersi al nulla» (p. 135), dove l’angelo (altra figura centrale in Kerouac) diventato uomo può tornare alla sua condizione primordiale, andando però così a svalutare la nascita, che segna il momento della decadenza, della perdita, dello scacco.
Dunque, non è la fine, ma l’inizio il momento della fatica, della crisi. Eppure, è proprio la pervasività della morte a denunciare un nodo non risolto, come fa intuire Miele nell’introduzione: «la tua arte è stata spesso questo: un lungo, sofferto, doloroso lamento per la morte che ti assediava, che ci assedia» (p. 15). In fondo, l’arte è sempre un’immersione nel dolore e un tentativo di fare a pugni con la morte, di sottrarle un lembo di quello che l’uomo è.

Così, con uno stile che ricorda proprio quello di Kerouac, per concitazione e tensione, Miele ci offre pagine che sono un serrata e meditata immersione nella pena dell’autore e nel suo desiderio di redenzione, nella consapevolezza che il Dio dello scrittore, comunque, è sempre al di là delle definizioni conclusive e delle spiegazioni esaustive, come è appunto la mistica: non frutto della ratio, non limite circoscritto, ma esperienza im-mediata e nostalgia conseguente

Una replica a “Kerouac, l’inquietudine incandescente”

  1. Maria Teresa Pontara Pederiva ha detto:

    grazie per questa presentazione di un libro che si annuncia interessante (e intrigante) nell’attuale panorama librario italiano.. Lo stile di Kerouac – stringato ed essenziale , sempre alla ricerca di senso – potrebbe rappresentare un’ancora di salvezza o meglio ancora un passaporto per entrare in mondi inimmaginati.
    Con l’augurio di una Buona Lettura a tutti!

    o

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