«Vorrei una Chiesa che abbracciasse di più»

Sinodo: dalle sintesi della fase dell'ascolto emergono alcuni temi: clericalismo, giovani, donne, famiglie divise e ricomposte, formazione, comunicazione...
13 Giugno 2022

Devo ammettere che avevo vissuto l’annuncio del Cammino sinodale della Chiesa italiana con un certo scetticismo. Mi sembrava di vedere in giro assai poca convinzione e una decisamente scarsa volontà di rimettersi in discussione, ma piano piano sto cambiando idea. E questo nonostante sia presto per fare una valutazione seria della fase dell’ascolto, soprattutto perché non è ancora uscita la cosiddetta “sintesi delle sintesi”.

È vero che il sinodo non ha coinvolto tutti (ne ha parlato Sergio di Benedetto qui) , ma forse non era neanche giusto pretendere un coinvolgimento di tutti in modo omogeneo. L’impressione è che ci sia chi si è tirato fuori, chi ha fatto il minimo indispensabile, ma anche parrocchie, diocesi, associazioni che hanno lavorato seriamente e hanno messo in campo tentativi coraggiosi: c’è chi, come la diocesi di Bari, ha messo dei tavoli nei mercati, per intercettare anche quelli che in chiesa non ci mette mai piede; chi ha coinvolto i giovani attraverso gli insegnanti; chi ha convocato tavoli di docenti universitari o di giornalisti o persone che si stanno disintossicando; chi – come la diocesi di Cagliari – ha fatto percorsi sinodali in carcere e così via.

Quando si legge che la diocesi di Conversano-Monopoli ha coinvolto 6.000 persone in totale (di cui circa 2000 giovani raggiunti nelle scuole superiori attraverso gli insegnanti di religione); che Bologna ha raccolto 400 sintesi provenienti per la maggior parte da parrocchie, ma anche da associazioni e aggregazioni varie; che quella di Carpi – non certo una diocesi vasta – ha ricevuto in totale 118 contributi e ha coinvolto 1340 persone… beh, bisogna riconoscere che un grosso lavoro è stato fatto. Tanto più che, come ha scritto Diego Andreatta, chi ha partecipato, sia pur occasionalmente, ne è stato contento e vorrebbe continuare l’esperienza.

Ora aspettiamo la “sintesi delle sintesi”, e già questa espressione, che sta a indicare la sintesi ufficiale di tutti i report arrivati dalle diocesi, ci dice quanto il processo è delicato e complesso: ci si vede per gruppi e si fa una sintesi del gruppo, poi tutte le sintesi vanno alle diocesi e diventano un’ulteriore sintesi, che poi va alla CEI e diventa la sintesi finale. È evidente che ogni passaggio è un lavoro delicato, che può essere più o meno rispettoso, certamente non del tutto neutrale.

Non tutte le diocesi hanno pubblicato le loro sintesi della fase sinodale (come ha segnalato Sergio Ventura), anche se c’è anche chi – come l’arcidiocesi di Ferrara-Comacchio – ha pubblicato anche i vari contributi arrivati da parrocchie, gruppi e singole persone. Io ne ho lette solo alcune, ma ho scoperto che ci sono dei temi che tornano, con diversi accenti, in tutte o quasi.

L’attesa dei cambiamenti

Anche se il percorso dell’ascolto è stato fatto a livello locale, chi vi ha partecipato ha segnalato una serie di problemi che locali non sono. Ad esempio, per dirla con le parole della sintesi della diocesi di Bolzano-Bressanone «l’ammissione di divorziati risposati alla comunione, il riconoscimento delle coppie omosessuali, l’ammissione di donne al sacramento dell’ordine, la questione del celibato e altre ancora. Sono temi sui quali una chiara maggioranza di fedeli chiede e si attende delle riforme».

Questi temi che, ripeto, tornano un po’ in tutte le sintesi che ho potuto leggere, allontanano e creano un pregiudizio nei confronti della Chiesa, rendendo difficile o impossibile ogni dialogo. Così come i motivi di scandalo «che hanno allontanato e stanno allontanando molti… L’abuso di potere e gli scandali sessuali, l’uso improprio e non trasparente delle risorse economiche, l’ostentazione di ricchezza, la ricerca del successo, di anacronistici privilegi, della comodità, l’ipocrisia di chi predica ma non vive il Vangelo, l’atteggiamento di alcuni sacerdoti che umiliano i fedeli con i loro rimproveri» (Ferrara-Comacchio).

Una Chiesa che esclude

La Chiesa è quindi spesso vissuta come una realtà che esclude, a causa di una dottrina calata dall’alto che impedisce di accogliere le persone. «La dottrina sull’omosessualità e sull’identità di genere e l’impossibilità per le donne di accedere all’ordine sacro viene percepita da ampie parti del popolo di Dio come escludente, come anche l’approccio alle persone divorziate risposate. Molti ritengono che la dottrina della Chiesa su questi temi sia in contraddizione con il principio della pari dignità di ogni essere umano, radicata nell’amore creatore di Dio… L’approccio della Chiesa alla sessualità, in particolare, viene interpretato come banco di prova per il tipo di rapporto vogliamo istaurare con le persone: controllo e punizione oppure accompagnamento e aiuto alla crescita autentica?» (Bolzano-Bressanone)

Il problema è sentito particolarmente dai giovani, ma non solo: «Particolarmente agli occhi dei giovani e dei giovanissimi, ma anche a molti degli operatori pastorali, la comunità cristiana appare incapace di confrontarsi con la diversità, con chi ha posizioni differenti su tematiche scottanti quali eutanasia, aborto, con chi ha subìto ferite nella propria storia familiare (separati e divorziati) e con le istanze derivanti dalle persone LGBT, dalle quali è percepita come intransigente e ghettizzante)» (Sintesi della diocesi di Conversano-Monopoli).

Finisce che «molte persone non si sentono aiutate dal Vangelo, ma di fatto giudicate male e lasciate ai margini, al di là delle riflessioni ufficiali del magistero… Non sappiamo ancora distinguere il peccato dal peccatore, e chi si sente rifiutato facilmente si allontana e ci considera integralisti» (Ferrara-Comacchio).

Anche per questo molte persone «hanno perso fiducia nell’istituzione e preferiscono forme di rapporto diretto con Dio pur di non frequentare gli ambienti ecclesiali» (Conversano-Monopoli)

I giovani

Il tema dell’abbandono della pratica religiosa da parte dei giovani è segnalato come una vera e propria emergenza da tutte le sintesi che ho letto. Le cause sono legate a problemi di ordine generale, come «il rapido cambiamento culturale che ha interessato il mondo occidentale a partire dalla seconda metà del secolo scorso», ma anche a motivi più ordinari, individuabili «nel distacco evidente tra quelli che sono i reali interessi e le preoccupazioni delle persone rispetto all’insegnamento veicolato nelle Chiese mediante i canali abituali – e non solo – dell’istruzione religiosa, principalmente la catechesi e le omelie. Mentre i presbiteri continuano a predicare in un linguaggio divenuto estraneo ai più, le nuove generazioni cercano altrove i propri orientamenti di vita. Lo scollamento tra ciò che si dice in Chiesa e la vita reale è sempre più forte» (sintesi dell’Arcidiocesi di Cagliari).

Il clericalismo

Nonostante i consigli pastorali, è ancora forte «il rischio di una tendenza “parrococentrica”, di un clericalismo che non conduce ad un coinvolgimento effettivo nelle decisioni (“tanto alla fine decide il parroco”) e stimola tanto la dinamica della delega quanto la mancanza di motivazione dei membri» (Conversano Monopoli).

In effetti «Spesso i laici si sentono esclusi dalle decisioni che riguardano la parrocchia, e capita che i preti non tengano conto degli orientamenti dei consigli pastorali, non motivando adeguatamente le loro decisioni: manca trasparenza. In tante parrocchie i consigli neppure esistono. Capita che i preti, che per qualcuno hanno troppo potere, non sempre sanno o vogliono ascoltare. Spesso, arrivando in parrocchia, vogliono impostare tutto di testa loro non rispettando le realtà esistenti» (Ferrara-Comacchio).

Per superare il clericalismo bisogna valorizzare i carismi e i ministeri dei laici e in particolare delle donne, ma non basta e comunque non è un problema che si possa risolvere solo a livello locale. La sintesi di Bolzano-Bressanone puntualizza che «emerge un’esigenza di riforma del diritto canonico. Sempre di più la vita parrocchiale è portata avanti e guidata da battezzati competenti ed impegnati, organizzati in team pastorali, mentre a causa della grave mancanza di sacerdoti, il parroco è responsabile di tante parrocchie. Alla loro reale funzione di guida collegiale di una comunità parrocchiale dovrebbe corrispondere un ministero istituito, rivestito della potestà di governo. Già adesso molte decisioni, formalmente riservate al parroco, vengono di fatto prese nei Consigli pastorali. La realtà vissuta nelle comunità non è più rispecchiata dal diritto e questo fatto crea insicurezze e conflitti. Istituire un ministero per la guida della comunità permetterebbe di liberare i preti da tante preoccupazioni di carattere amministrativo, permettendo loro di concentrarsi sulla cura delle anime. Menzioniamo anche l’alternativa emersa dal Sinodo diocesano: se invece di pensare ad un ministero guida si provasse a ripensare l’ordine sacro? Accade già che persone provate e ben formate svolgano un ministero di annuncio e di guida della comunità e della liturgia: l’ordine sacro verrebbe a riconoscere e confermare un cammino vocazionale ed un carisma già presente nella comunità – e si potrebbe celebrare l’Eucaristia ogni domenica.»

L’autorità e l’autoritarismo

Il tema del clericalismo è strettamente legato a quello dell’autorità nella chiesa. «Qualche disagio all’interno delle sintesi sembra crearlo la parola stessa “autorità”. Viene riconosciuta l’importanza di una guida nella chiesa, che diriga e organizzi le competenze e i doni di ciascuno, ma allo stesso tempo, emergono il fenomeno e il rischio dell’autoritarismo, di decisioni verticistiche, soprattutto da parte dei presbiteri» (Conversano-Monopoli).

La corresponsabilità non può essere invocata solo quando servono persone che eseguano decisioni prese da altri: «I laici non vogliono sentirsi manovalanza ma protagonisti» (sintesi dell’arcidiocesi di Perugia-Città della Pieve).

Occorre quindi ripensare l’autorità, perché «sappiamo che la Chiesa non è una democrazia, ma non sempre l’autorità è capace di ascolto degli altri battezzati e dello Spirito, di fare sintesi di ciò che emerge dall’ascolto, capace di decisioni che vengono da un profondo discernimento» (Ferrara-Comacchio).

La carità

Un altro desiderio che emerge dalle sintesi è quello di una chiesa più capace di accogliere chi si trova in difficoltà, di dare voce ai poveri, di difendere i fragili. In una parola, di solidarietà. Si riconosce che parrocchie e associazioni fanno già tanto, ma «si segnala l’inadeguatezza del modello assistenziale adottato». Per fortuna «cominciano a delinearsi alcune iniziative che possono inaugurare forme nuove e più efficaci di accoglienza e di intervento» (Cagliari)

Il problema però è più ampio, ed è quello di «saper stare nella realtà (mondo del lavoro, quartiere, luoghi del tempo libero, poveri, emarginati, stranieri, malati e anziani) aperti ai fratelli, per offrire uno spazio di vera accoglienza e di abbraccio verso ogni solitudine. Saper lavare i piedi dei fratelli, che significa essere una comunità che realmente si spoglia delle sue sicurezze, una comunità che non critica, che non giudica, che non guarda con sospetto, una comunità che non è moraleggiante, ma è capace di vivere senza pregiudizi la dimensione della carità dell’amore e della misericordia» (Pescara).

La capacità di comunicare

Il problema della comunicazione e di adottare linguaggi e/o strumenti di comunicazione efficaci è traversale a molti ambiti, anche molto diversi tra loro.

La liturgia, per esempio, «è percepita triste e pesante e noiosa. Il suo linguaggio simbolico pare distante, incomprensibile, anacronistico e clericale, incapace di parlare efficacemente e di coinvolgere anche affettivamente, parlando alla vita» (Ferrara-Comacchio)

E poi il dialogo con i giovani, con la società, con i mondi della cultura… Sembra davvero difficile trovare le parole per un dialogo costruttivo. Così come sembra difficile per la Chiesa trovare le parole per comunicare se stessa e per «rendere fruibili contenuti di fede divenuti poco comprensibili per la sensibilità attuale. Di grande aiuto ed estremamente necessario sarebbe l’utilizzo di forme più moderne di comunicazione, creative e inclusive, elemento sottolineato in particolare dai giovani» (Conversano-Monopoli)

La formazione

Trasversale è anche il tema della formazione. Formazione per i laici, perché siano sempre più in grado di assumersi responsabilità. Ma soprattutto formazione per i sacerdoti, per combattere il clericalismo, anche ripensando l’impostazione dei seminari: «I sacerdoti sembra siano più abituati a predicare che ad ascoltare, impegnati per lo più nelle cose da fare. Spesso i preti giovani sono i meno capaci di ascoltare e comunicare, per questo è importante aprire la formazione nei Seminari al dialogo con il mondo, valorizzando anche la dimensione femminile per contribuire alla preparazione di uomini di fede, ma anche di grande maturità umana e sociale» (Perugia).

«Si pensa che possa essere utile ai sacerdoti una maggiore vicinanza alle realtà familiari, nei loro aspetti positivi come in quelli problematici; si ritiene che i sacerdoti abbiano bisogno di comprensione e di aiuto, perché possano guardare con realismo, alla luce della misericordia di Dio, le loro fragilità, per disporsi a sanarle o perlomeno a saperle gestire. Il percorso sinodale ha evidenziato anche la solitudine in cui i laici spesso lasciano il sacerdote, le molte pretese che gli presentano e le difficoltà che sorgono da una non chiara visione del ruolo laicale. Resta, però, una richiesta sommessa e pressante: ci sia un modo autentico di vivere il sacerdozio, ci siano sacerdoti capaci di relazioni umane e spirituali vere e profonde, non autoreferenziali, che lascino spazio ai laici e con loro pensino e operino in ascolto dello Spirito» (Pescara).

Nella sintesi della diocesi di Bolzano Bressanone c’è una bellissima espressione: «Vorrei una Chiesa che abbracciasse di più». Per arrivarci, il cammino è lungo, ma forse, grazie a questo percorso di ascolto, si riuscirà finalmente almeno a darsi una meta.

(Foto in alto: un’immagine dall’incontro nazionale dei referenti diocesani, 16 maggio 2.022)

5 risposte a “«Vorrei una Chiesa che abbracciasse di più»”

  1. Gian Piero Del Bono ha detto:

    L’ impressione e’ questa: hanno GIA’ deciso ai vertici della Chiesa di fare certe riforme ,ma non vogliano che appaiano calate dall’ alto : e allora fanno finta che vengano chieste a gran voce dal ” basso” Ma poi decidono loro : come e’ successo per i Sinodi minori gia’ fatti ,tipo quello sulla Amazzonia . Chi ha deciso alla fine ? Il risultato sara’ questo: la ” base” chiede per esempio il sacerdozio alle donne? Se c’ e’ in quel momento un papa favorevole a questo si fara’ ,se invece il papa non favorevole non si fara’ . L’ illusione di una chiesa governata dal popolo e’ l’ ultima illusione creata dai preti che non hanno nessuna intenzione di perdere il loro potere

  2. Giovanni De Nicolo ha detto:

    Il prevalere di altri interessi immediati, necessari ma anche non necessari, sta mettendo la comunità cristiana sempre più ai margini, salvo invocarla nelle fasi di passaggio saltuariamente come le manifestazioni pubbliche dove si appare cattolici. Benedetto XVI 10 anni fa aveva indetto l’anno della fede che Francesco concluse con l’Esirtazione Apostolica Lumen Fidei, scritta a quattro mani. Troviamo ancora fede oltre le manifestazioni esagerate di certe città e confraternite. Intendo fede quotidiana che a volte crocifigge, illumina, fa camminare insieme, fa risorgere?
    A molti questionari si è risposto forse senza preparazione. Qui è decisivo il ruolo di chi sintetizza: che lo faccia comprendendo tutti i punti di vista, e mostrando anche quel poco che è emerso dai gruppi che hanno risposto alle domande sinodali. Vorrei una Chiesa più vera col passo delle persone di oggi.

  3. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Se si lamenta di come sono, fanno e agiscono i sacerdoti nell’esercizio della loro missione, si propone di affiancare al loro ministero un altro “laico”? Che dovrebbe correggere il loro modo di essere preti proponendosi di supporto? Se i primi si ritengono imperfetti si pensa siano i secondi a far più grande la Chiesa? Ma Cristo è uno solo, e, se non erro, siamo noi,i molti, che ci si aspetta diventino suo corpo. Il Vangelo, la Parola di Dio non è il Bene che Dio ha pensato essere per l’uomo, una aspirazione non a vita temporale ma che aspiri a salvezza eterna! Perché di questo parla il Vangelo, ogni sua Parabola chiarisce questo e non è severità ma una esigenza a essere non figli della carne ma dello Spirito. Tutti i miracoli compiuti da Gesù terminano con un “va e non peccare più. A ringraziarlo è tornato uno solo di quelli beneficati, si legge. È il perfetto giovane ricco, alla richiesta di dare le sue ricchezze ai poveri, non gli è parso un consiglio buono per lui.

  4. Gian Piero Del Bono ha detto:

    Questo sinodo sulla sinodalita e’ l’ esempio piu’ lampante del clericalismo : NESSUN FEDE,E COMUNE che io conosca , nessuno e’ stato interpellato o sentito, nessun fedele normale, che non fosse scelto dal parroco o da chissa’ chi , ha avuto voce in capitolo. E alla fine ci sara’ La grande menzogna : quando diranno ( i preti ) questo e’ quel che chiedono i fedeli , quando i fedeli non sono mai stati interpellati ! Quali fedeli ? Quelli scelti accuratamente dai preti? Se la cantano e se la suonano da soli, in un delirio di autoreferenzialita’ che rende la Chiesa ufficiale sempre piu’ lontana dai fedeli. Ma quale ascolto ! Ma quale democrazia! Mai la Chiesa ha sofferto come oggi sotto una cappa di asfittico clericalismo.

  5. Giuliana Babini ha detto:

    Ok leggo con piacere quanto riferite di Perugia (anche se solo diocesi vicina), anche se mi piacerebbe che qualche addetto ai lavori si rendesse conto dei tanti per i quali questa dimensione del sinodo ha segnato la marginalità definitiva (anche per età) da una chiesa e non per particolari situazioni limite, ma solo per non riconoscimento gratuito e voluto, io laica preparata e coerente, solo non disponibile a mettere da parte ogni interrogativo ne sono un esempio fra i tenti.

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