Salire in alto!

In occasione della festa della Patrona di Palermo Santa Rosalia, l’Arcivescovo Corrado Lorefice ci ha invitato a “salire in alto” per celebrare con l’altro, spesso sofferente, il “sacramento dell’amicizia” e rinnovare la società a partire da relazioni sempre più umane.
22 Luglio 2021

Una settimana fa, esattamente il 15 di luglio, si è tenuta la nota festa che Palermo dedica alla sua amatissima Patrona, Santa Rosalia. Una santa vissuta nel Medioevo ma che, come messaggio, può interessare tanti, in quanto ricorda altre storie di pandemie successe nella vicenda umana, in questo caso nella Palermo del ‘600. Le sue ossa, infatti, ritrovate dopo secoli da alcuni fedeli che scavavano sul Monte Pellegrino sopra Palermo, furono portate in processione facendo miracolosamente cessare la terribile epidemia che da tempo devastava la città.

Anche quest’anno  in occasione della festa, come da tradizione, il vescovo della città, Corrado Lorefice, ha rivolto un solenne discorso alle autorità e a tutto il popolo cittadino, usando parole luminose. Parole che ritengo abbiano molto da dire non solo alla “sua” Palermo, ma anche a tutti noi che, pur in diversi contesti sociali, siamo tutti sottoposti alle condizioni faticose di una pandemia che, a ondate più o meno pesanti, sembra continuare a invaderci. Inoltre la scelta geniale di far sorvolare sulla città in elicottero le reliquie della santa, al posto dell’oceanica processione per le restrizioni pandemiche, ha costretto dolcemente i visi di tantissimi palermitani a guardare in alto, per scorgere questa presenza “benedicente”, permettendo così una preghiera popolare ugualmente vissuta.

Questo gesto, francamente, mi ha colpito, sia per creatività di scelta, che soprattutto per valore intrinseco: l’idea di indurre ad alzare lo sguardo da se stessi ad un altro, in questo caso a Santa Rosalia, che ha un messaggio forte da portare! Questo infatti è uno dei vari temi portanti dello stesso discorso di Mons. Lorefice, quando invita a “salire in alto” sul Monte Pellegrino (luogo dove Rosalia ha vissuto otto anni come eremita), dal quale come amica essa ci aspetta per farci “accettare il rischio di guardare la nostra vita dall’alto per guadagnarne una visione nuova.” E questo allargare lo sguardo potrà portare a “scoprire…  le bellezze invisibili, sofferte e germinali nascoste nelle periferie sociali e anche nelle periferie del male.”

Da qui il richiamo a tutti noi, non solo ai palermitani, è forte: “Siamo chiamati a salire in alto per capire che dobbiamo costruire una città sempre più bella. Che la bellezza dell’arte e della cultura diventi anche bellezza della dignità, della responsabilità, del prendersi cura, del sacramento dell’amicizia! In alto, non per raggiungere un punto di arrivo, ma per saper poi tornare a casa, nella città, con gli occhi di chi ha intravisto dentro le piaghe e dentro le sofferenze le strade per creare qualcosa di nuovo, per compiere azioni capaci di costruire una nuova civiltà dell’amicizia”: quante volte ormai, non solo sui i social, ma anche nelle conversazioni che avvengono nei nostri luoghi di vita quotidiana, cogliamo tanta rassegnazione e tanta fatica a credere che lo status quo possa cambiare, che possa esserci un sollievo reale anche per chi in questa pandemia ha perduto e sta perdendo di più, proprio perché non riesce a far sentire la sua voce di ultimo!

Ma,  per Lorefice,  è proprio quel “sacramento dell’amicizia” che ognuno di noi deve riscoprire per  viverlo fino in fondo, “consapevoli che ogni gesto, anche il più piccolo, o aggrava i problemi o è un passo verso la loro risoluzione”, in una rete dove siamo tutti interconnessi in una sorta di Communio Sanctorum, in quanto “siamo sempre tra corpi, tra case, tra quartieri: nessuno può sottrarsi dalla relazione nella quale è inserito. È dentro queste relazioni che dobbiamo guardare al presente per preparare il futuro”. Fino a giungere allo sguardo sul mare che è possibile dal Monte Pellegrino, sguardo che anche noi possiamo prendere a prestito, per scorgere quel che avviene nel Mediterraneo che è il mare di tutti noi, mare dove ci “sono morti senza grembo, senza cuori accoglienti, sono morti che si consumano in un silenzio disumano, in una indifferenza senza pari. Le morti in mare – così come le morti di chi è rimasto da solo negli ospedali – sono le ferite che oggi bruciano e violentano la condizione umana… Per fortuna che guardando il mare si vedono anche le navi dei ‘pescatori di uomini’.

Mai come oggi, diventare ‘pescatori di uomini’ è la missione urgente, indispensabile per restare umani. Perché non avanzi anche un’altra pandemia: la ‘sclerocardia’!” . Il cuore indurito pare davvero il rischio che corriamo, quando i tempi si fanno duri e cerchiamo di tirare i remi in barca, per salvare il nostro salvabile, ignorando che solo insieme possiamo trovare la forza di stare a galla, compiendo quel movimento in uscita che prima di tutto salva noi, ancor ancora dell’altro a cui rivolgiamo cure e attenzioni.

E infine, nelle parole di questo discorso, un richiamo all’episodio agiografico per cui alcuni fedeli ritrovarono le ossa sacre e profumate di questa santa, scavando nella roccia del monte Pellegrino, salendovi proprio nel giorno di Pentecoste, evento nuovo  che sancisce l’importanza del dialogo e del capirsi anche parlando lingue diverse. “Essere interconnessi non è né un’imposizione dall’alto, né un precetto morale: è un’istanza di identità e di sopravvivenza. Restare in questa interconnessione, restare nella condivisione, è l’unica via per la vita piena. Questo per i cristiani è la Pentecoste”. Ci occorre quindi quell’attenzione per cui “un senso di appartenenza maturi e si trasformi in un’esperienza di condivisione, di collaborazione e di amicizia sociale. Certi che – come ci ricorda papa Francesco -«acquistiamo pienezza quando rompiamo le pareti e il nostro cuore si riempie di volti e di nomi!» (EG 274).”

Credo che in questi giorni, anche per noti fatti di cronaca, abbiamo visto bene come sia necessario che il senso di appartenenza si trasformi sempre in senso di “amicizia sociale”, dove non si perde mai di vista il bene comune e il reciproco prendersi cura gli uni degli altri. Che il profumo di questa festa, dove si celebra il sacramento dell’amicizia e della “creativa corresponsabilità”, possa estendersi ben oltre la città di Palermo da cui risuonano queste parole di grazia!

 

Una replica a “Salire in alto!”

  1. gilberto borghi ha detto:

    Credo che i palermitani non siano abituati ad una “piegatura” così sociale della festa di santa Rosalia e cosi poco strumentalizzabile per “consacrare” i poteri forti della città. Forse anche l’elicottero è un modo per evitare “inchini” processionali al potente di turno.

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