Quando si parla di scuola

In questi giorni nelle scuole si torna alla didattica in presenza: siamo andati a rivedere cosa scriveva l'Ufficio Scuola della CEI alla ripresa dello scorso autunno. Quale presenza dei cristiani e della Chiesa nel mondo della scuola?
7 Gennaio 2021

Premetto che non mi hanno mai entusiasmato quanti si ergono a maestri di insegnamento erogando, bontà loro, “consigli” a piene mani. C’è pure chi insegnava ad insegnare ancora da supplente, chi in anno di prova. E dire che ho sempre cercato maestri che potessero aiutare la mia azione quotidiana, la programmazione, la docimologia e quant’altro, ma persone competenti come i pedagoghi o, per fare un esempio ecclesiale, i salesiani che hanno come carisma dal fondatore, la passione per l’educazione delle giovani generazioni. Così, quando per assolvere alla richiesta provinciale delle ore di aggiornamento dovute (un anno le ho anche triplicate…), scorrevo l’elenco delle offerte, mi ritrovavo sempre a verificare con estrema attenzione i curricula dei relatori, tanto per scegliere bene e andare sul sicuro.

Pertanto mi sarei aspettata che un documento, uscito a firma dell’Ufficio Scuola della CEI, potesse davvero costituire una lampada nel cammino, spesso faticoso, sicuramente in salita, di tanti insegnanti. Del resto, anni fa, precisamente nel 1983, un documento dal titolo “La scuola cattolica” aveva segnato una pietra miliare per molti. Un documento, lo ricordo ancora bene, che era stato condiviso, corretto e riscritto con la collaborazione di alcuni docenti laici cui mons. Antonio Ambrosanio, allora presidente della Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la dottrina della fede e la catechesi, sottoponeva capitoli e paragrafi ricevendone spesso delle conferme, ma anche decise stroncature (tutte tenute in considerazione estrema). Ne era uscito un testo che molti di noi consideravano “proprio”, perché frutto di un lavoro a diverse mani, pur senza mai aver condiviso un incontro fra tutti (e tantomeno una seduta da remoto in collegamento via Zoom, Skype o altre diavolerie che oggi dobbiamo ringraziare).

Da pensionata non posso dire se questo costume di condivisione sia stato mantenuto per codesto testo, ma, ad una lettura critica, viene da chiedersi, eventualmente, chi siano stati i docenti coinvolti, le loro attese, lo stile di insegnamento, e, perché no?, anche il loro vissuto ecclesiale.

Tanto di cappello al titolo, degno del miglior giornalismo: “Educare infinito presente”. Ma, ahimé, le note positive per me finiscono lì, se escludiamo l’uso (finalmente!) delle immagini a illustrazione del testo com’è usuale per ogni documento delle altre conferenze episcopali occidentali. Il testo appare infatti come un mosaico di pezzi giustapposti, senza una supervisione che possa amalgamarli in maniera efficace. I capitoli e talvolta singole frasi tentano spesso di riproporre “quel” testo sulla Scuola cattolica (quasi 40 anni fa!) dimenticando un fattore fondamentale: qui si dovrebbe parlare di educazione e scuola, non solo di scuola cattolica! Invece in questi giorni riaprono “tutte” le scuole e del tema scuola in questi mesi di difficoltà sembrano essersene riappropriati in tanti, per fortuna. Un motivo in più per andare a leggere cosa dicevano a settembre, alla vigilia della ripresa delle lezioni, i nostri vescovi sulla scuola e sulla presenza (e incidenza!)  della comunità cristiana tra i banchi.

Nella presentazione si fa cenno alla pandemia in corso e al bisogno di «uno sguardo nuovo, di un atteggiamento più duttile, capace di aderire ad una realtà in continua evoluzione», ma il testo, al contrario, ha un che di stantìo non giustificabile dopo un intero decennio dedicato all’educazione. Ma dove sono i protagonisti del patto educativo? Dove sono gli esperti che pure esistono (eccome se esistono basta andare al Pontificio Ateneo Salesiano) in campo ecclesiale? Dove sono le associazioni di insegnanti cattolici come AIMC e UCIIM? E gli studenti, soggetti attivi della scuola (superiore)? E dove sono termini come “dialogo” e “confronto”, atteggiamenti che, nella scuola laica e  pluralista, dovrebbero guidare il quotidiano feriale dei cristiani?

E dire che mons. Crociata si augura nella presentazione che il sussidio possa «contribuire ad un nuovo punto di partenza, ad un nuovo inizio, nell’impegno per l’educazione e per la scuola animato dalla fede».

Al termine del decennio «Educare alla vita buona del Vangelo» la cura per l’educazione si conferma una delle vie essenziali della missione della Chiesa. La chiesa ha a cuore la scuola perché la riconosce come ambiente importante per la formazione della persona e per la qualità umana della società. La scuola è un luogo di fondamentale importanza per lo sviluppo della persona e della società, che va continuamente valorizzato, rinnovato e sostenuto.

Il testo non si nasconde tutti i risvolti negativi presenti ancora oggi nel contesto italiano: dalla svalutazione del ruolo degli insegnanti alla delegittimazione delle istituzioni educative fino all’incapacità di dare un senso all’atto di insegnare e imparare e alla mancata libertà di scelta da parte delle famiglie. Ampia l’attenzione rivolta all’insegnamento della religione cattolica (IRC) e al soggetto della pastorale per la scuola che è l’intera comunità cristiana, senza deleghe, né frammentazioni. Che la comunità parrocchiale sia «soggetto della pastorale per la scuola» appare però quanto meno irrealizzato o almeno irrealizzabile nella nostra realtà (diverso per fare un esempio negli Stati Uniti dove accade che quasi ogni parrocchia abbia annessa la “sua” scuola e non ci sia alcuna differenza tra i ragazzi della catechesi parrocchiale con gli alunni della scuola).

Belle le espressioni rivolte agli insegnanti, ma si tratta pur sempre della richiesta di una testimonianza da parte dei docenti di IRC, mentre non sembrano considerati quelli di discipline “altre” (eppure sono proprio loro a formare il tessuto connettivo docente dove i cristiani possono fare la differenza).

«La scuola è un sistema formativo articolato e complesso che coinvolge un numero molto elevato di persone e che si trova costantemente a fare i conti con cambiamenti socio-culturali sempre più accelerati. Quando si parla di scuola, occorre perciò evitare semplicismi e cercare di considerare l’insieme dei processi e dei fenomeni che la caratterizzano cogliendo i punti di criticità e i punti di forza». Uno schema (magari un istogramma!), un elenco puntato avrebbe potuto facilitare la lettura, lo svilupparsi del ragionamento, ma si preferisce l’utilizzo di espressioni vaghe e scontate.

Concordo con le obiezioni di molti secondo i quali oggi le urgenze cui far fronte siano ben altre, ma papa Francesco ci ha ricordato a Natale che in questo momento storico, «segnato dalla crisi ecologica e da gravi squilibri economici e sociali, aggravati dalla pandemia del coronavirus, abbiamo più che mai bisogno di fraternità». Non una «fraternità fatta di belle parole, di ideali astratti, di vaghi sentimenti…No. Una fraternità basata sull’amore reale, capace di incontrare l’altro diverso da me, di con-patire le sue sofferenze, di avvicinarsi e prendersene cura anche se non è della mia famiglia, della mia etnia, della mia religione; è diverso da me ma è figlio di Dio, è mio fratello, è mia sorella».

Ecco allora in appendice i vescovi ci richiamano le “Parole per la scuola”, da “Una missione d’amore” a “Umanizzare l’educazione” fino a “La scuola, una comunità”. E che non restino belle parole.

 

 

 

 

2 risposte a “Quando si parla di scuola”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    rette per una scelta di orientamento educativo, l’ho trovato anche in dissonanza con certo articolo della Costituzione, non solo ma mai in verità discusso nelle sedi proprie malgrado anchel’insistenza di Papà Giovanni Paolo ll che aveva perorato l’attenzione.Quando si trascura il cittadino in età scolare, vuoi andando incontro a una tradizione che ha dato frutto, e di questo ho prova, non ci sicura neppure di quello che sarà la comunità futura! Quella cui assistiamo essere oggi,disorientata dove l’educazione ricevuta sta dando il suo meglio anche in chi rappresenta la Nazione, a quali ideali si ispira, a quanti compromessi mancando questi, si piega, alle poverta nuove e alla elemosina di piatti caldi che si osa chiamare solidarietà, o buoni in denaro in luogo di un lavoro cui la dignità di una persona aspira. Sono constatazioni per dire che il”banco” davanti alla Scuola e Voce che va ascoltata

  2. Francesca Vittoriavicentini ha detto:

    Per una cittadina pensionata ep però madre di tre figlie laureate anche studenti in scuole cattoliche, condivido le osservazioni qui espresse ma mi domando anche perché tanti istituti hanno chiuso, si sono arresi a difficoltà economiche senza pensare che ciò che era stato costruito è pensato dai padri fondatori lasciava un vuoto anche per la società futura, quella dell’uomo che si fa da se’, senza provare perplessità alcuna al sorgere di Case per il recupero di giovani persi, dispersi, dove la strada resta maestra di vita. Figura anche un GAP da parte delle istituzioni dal momento che risultano assenze e abbandoni anzitempo, senza guardare a quale povertaattribuirnelacausa. Un esempio a quale livello si è abbassato l’educare, quello del panino da casa per chi non pagava mensa anziché insegnare il”tutti uguali ” umanamente e civilmente parlando al quale sottostà il pensiero cristiano.Certo pagare

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