Più voce ai malati, anche dal pulpito

Perchè non affidare una parte di omelia a chi vive l'esperienza del dolore o della guarigione?
9 Novembre 2010

Come cambiano le prospettive quando la malattia entra pesantemente dentro le porte di casa! La finestra della stanza riduce il mondo esterno ad un rettangolo sempre uguale, quella della tv lo riporta stravolto con i suoi sorrisetti patinati. Le giornate si fanno più lente nell’attesa di conoscere l’esito di una terapia, mentre i «sani» sembrano bruciare il tempo di corsa alla ricerca affannata di chissà cosa (ma un giorno anche loro dovranno fermarsi…).
Questo distacco rischia di venire involontariamente acuito da iniziative come la «domenica dei malati» (con l’invito alla Messa parrocchiale, un posto riservato nei primi banchi, le preghiere dei fedeli ad hoc), soprattutto quando esse rimangono momenti isolati, simbolici fin troppo di un’attenzione che si vorrebbe comunitaria ma che in verità nelle restanti settimane è delegata ai soliti volontari.
L’enfasi straordinaria del «mettere il malato al centro» – un giorno o poco più all’anno – può risultare irrisoria rispetto alla dimensione feriale dell’infermità, con la sua lentezza e la sua ansiosa monotonia. Ha un po’ l’effetto di quella benedizione troppo frettolosa che certi cappellani ospedalieri s’impegnano generosamente ad assicurare ogni giorno nel rapido giro su e giù per i reparti, con foglietto-santino lasciato sul comodino. Con lui, ministro della consolazione, si vorrebbe invece poter dire due parole, confidare una preoccupazione: richiede tempo l’ascolto vero. Ai malati, non solo a quelli cronici, sta stretta un’attenzione episodica o rituale. Desiderano poter parlare e farsi ascoltare senza fretta, sentirsi “presi a cuore” attraverso segni anche piccoli ma frequenti («una telefonata allunga la vita») che nascono da un’umanissima empatia, da carità evangelica. E’ quella con cui loro stessi sanno dedicarsi ai vicini di letto o s’impegnano ad offrire agli altri, quando torneranno ai ritmi soliti ma con occhiali nuovi.
È nella ferialità che si vorrebbe veder affermata la prospettiva nuova di tanti validi documenti: se il malato è “soggetto” di pastorale (non più solo destinatario) non basta la visibilità una tantum, dobbiamo dargli voce. Due esempi non fantaecclesiali: perchè in qualche celebrazione eucaristica uno spezzone di omelia non può essere affidato dal celebrante ad un malato o ad un disabile (tanto più che spesso il brano del Vangelo li vede protagonisti)? Oppure: perchè non provare a costruire in parrocchia o in diocesi un ciclo d’incontri-testimonianze sul valore della vita, sulla relazione guaritore-infermo o sulla carità in cui il microfono non sia affidato solo al medico esperto ma a cristiani anonimi passati attraverso la prova o la guarigione? Dobbiamo sempre attendere che non possano più parlare, per valorizzare – nei diari o nelle lettere postume – le testimonianze di tanti fratelli che hanno affrontato cristianamente la sofferenza, facendosi loro stessi samaritani?
Laddove quest’esperienze si sono realizzate – non solo in occasione della Giornata del malato di febbraio – la comunità si è ossigenata. Ha rivisto i parametri della propria agenda pastorale  «per soli sani» o impostata «come se» la fragilità non potesse mai toccarci o comunque non dovesse essere mostrata.
La regia di quest’attenzione nuova funziona nelle promettenti esperienze di cappellanie ospedaliere. Diventano segno duraturo della fede che sa abitare anche il tempo difficile della sofferenza: lì si vede possibile fare comunione e formazione con il contributo corale di preti e religiosi (non da soli), religiose (non solo come infermiere), laici e anche degli stessi malati.

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