Meglio una ‘chiesa accidentata’ che ferma… o no?

Dai recenti casi di cronaca ecclesiale e liturgica, che hanno generato dure prese di posizione dei vescovi, sembra sia meglio stare fermi, che muoversi e sbagliare.
22 Settembre 2022

Ci sono frasi di Papa Francesco che, fin dall’inizio del suo pontificato, hanno indicato una direzione da prendere per vivere da cristiani il XXI secolo; alcune, come era inevitabile, sono diventate degli slogan, e come tali un po’ svuotate di significato e rese ‘etichette’ utili per ogni iniziativa. Ma esse mantengono una loro forza e una loro luce: una di queste frasi, notissima e ripetuta più volte dal Papa, si trova nel suo ‘documento programmatico’, quell’Evangelii Gaudium densa di profezia e di coraggio: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze» [49]. La formula della “chiesa in uscita” ha qui il suo fondamento magisteriale, avendo pure un necessario complemento nel medesimo paragrafo: «Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: “Voi stessi date loro da mangiare”».

Ora, una chiesa in uscita, una chiesa che cerchi di attuare una «conversione missionaria» [EG 30], inevitabilmente farà errori, inevitabilmente compirà qualche mossa sbagliata: è così che può accadere di vedere una Chiesa «accidentata, ferita e sporca», cioè una Chiesa che nei suoi membri possa commettere sbagli, leggerezze, sbandamenti, finanche arrivando a ferirsi e sporcarsi. Ma l’alternativa, ci ricorda il Papa, è un immobilismo antievangelico poiché non porta né scopre né segue Gesù.

Sono pensieri che mi tornano in mente spesso in queste settimane, quando la cronaca (non solo ecclesiale) racconta di sbagli e leggerezze di alcuni sacerdoti che celebrano la Messa in modo non corrispondente a quanto prevedono le norme liturgiche, vuoi sul materassino in acqua, vuoi in tenuta da ciclista. Leggendo, però, i contesti in cui sono avvenuti tali leggerezze o errori (un campo con i giovani sui temi della legalità, una lunga pedalata siciliana con adulti delle Acli bresciane sui temi della pace), mi pare di vedere quello che scriveva Francesco: una chiesa che prova a uscire, che tenta un modo di ‘dire Dio’, che cerca di ‘avvicinare’ chi magari ha poca confidenza con la liturgia, che costruisce strade nuove e che, in questo tentativo, sbaglia e sbanda, quasi certamente in buona fede. È la chiesa accidentata che, però, tenta almeno un movimento, una chiesa che non si rassegna a stare ferma e per la quale, nelle persone di coloro che compiono errori, dovremmo tutti nutrire misericordia, comprensione, equilibrio di giudizio, richiamando e sottolineando inciampi e leggerezze, ma sempre con sguardo buono e non dimenticando anche il bene che c’è attorno.
Invece, a leggere i duri comunicati pubblici ad personam scritti dai vescovi interessati da quanto accaduto, avverto una severità che stona con un senso di paternità e di misericordia che, mi pare, suonerebbe come più evangelico e più corrispondente a quanto il Papa ci chiedeva e ci chiede. Il che non vuol dire non correggere fraternamente chi sbaglia, ma lessico, toni, modi appaiono sproporzionati e fuori misura. Correggere chi fa un errore, certo: ma invocare gesti penitenziali per fare pubblicamente ammenda (Brescia), imporre una ripresa della formazione come punizione dopo una «sciocchezza senza giustificazioni» (Milano), in lettere con linguaggio davvero poco caritatevole e perfino rese pubbliche, e non ammonendo e dialogando in conversazioni private e personali, ebbene tutto ciò non esprime comprensione, fraternità, accoglienza.

Ci sono casi di ben maggiore gravità e scandalo, anche con risvolti penali, su cui ci sarebbe piaciuto ascoltare qualche parola altrettanto severa dei vescovi e su cui invece è arrivato solo il silenzio, nonostante lo scandalo e lo sconcerto dei fedeli. E per stare alla liturgia, ci sono casi di Messe ugualmente celebrate fuori dalle norme (ben espresse in Traditionis Custodes), su cui si tace. Prestare orecchio e dare spazio solo a certe voci di fedeli scandalizzati, magari molto rumorosi e numericamente poco consistenti, non sembra equo. Anche i sacerdoti, come tutti, hanno bisogno di essere corretti fraternamente, ma anche di essere incoraggiati; di essere rimproverati da chi è padre nella fede, non di essere umiliati pubblicamente; di essere ammoniti, ma non di vedere trattamenti differenziati a seconda del gesto inopportuno commesso; come tutti, anche i sacerdoti meritano di essere trattati con umanità e da adulti.

L’impressione, allora, è che forse sia meglio evitare di seguire quel ‘meglio un chiesa accidentata ma in uscita’, se poi arrivano reprimende e rampogne di tal peso e di tale portata pubblica. C’è un rischio, credo, e cioè che si affermi il messaggio implicito per cui è meglio stare fermi, perché chi fa, rischia di sbagliare e sbagliando si trova inflessibilità. Ma così, ugualmente, si corre un pericolo, e cioè di fare proprio quello su cui ci metteva in guardia Evangelii Gaudium, ovvero di vivere «la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli».
E questo, davvero, sarebbe un peccato.

16 risposte a “Meglio una ‘chiesa accidentata’ che ferma… o no?”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    La Chiesa di per se non è ferma perché erre be meno al Messaggio di cui è stata fatta missionaria. Magari non tiene sempre lo stesso passo, non è una macchina a motore ma fatta di uomini, di diversi talenti e propositi impegnati tutti però a essere una luce che fende l’oscurità del mondo. Oggi sembra al cittadino, di trovarsi come un suo omonimo di un passato che ha lasciato cimiteri di uccisi in guerre non diverse da questa che sembrava “piccola” ma sconvolge la Pace del pianeta, ha originato problemi a grappolo, tocca le viscere di popolazioni già provate da pestilenze (Covid) e una ancora inestinguibile, e non possiamo dire che la Chiesa sta a guardare. C’è anzi chi ha il coraggio di ritenersi cittadino avente diritto di parola anche in abito talare per tutto quanto di esperienza in mezzo al popolo e la conoscenza diretta di quante sono le sue afflizioni. Sarebbe saggio dare a Questi missionari in politica il posto che meritano a difesa del benecomune vero e provato

  2. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Essere prete oggi, in un quotidiano che si vive che virtualmente, dove l’ inventiva e la fantasia diventano mezzo per rappresentare personaggi, idee, realizzare eventi o anche una messa. Davanti a certe opere pittoriche si fatica percepire il significato che l’opera esprime. In Esodo 25 :Dio ha comandato a Mose la raccolta di un contributo ” da chiunque sia generoso di cuore”…oro,argento,tessuti di porpora,Olio per illum.ne, balsami per quello dell’unione pietre di onice da incastonare nell’efod”Essi mi faranno un santuario e io abiterò in mezzo a loro”. Oggi fa comodo seguire una moda comoda si può andare all’ambone senza aver cura a ciò che si indossa, che però per un evento civile, presentarsi a un Presidente, a un datore di lavoro, si ha interesse di essere al meglio. Forse merita conoscere meglio che un Dio di Amore ha fatto anche l’uomo capace di bellezza quando scaturisce dal cuore.

  3. Enrico Parazzoli ha detto:

    Anch’io resto stupito dai toni delle lettere pubbliche dei due vescovi. A fronte certo della mancanza di discernimento nelle forme celebrative, o di leggerezza nel ‘maneggiare’ il sacro, e del fatto che qualsiasi gesto e parola vengono prontamente socializzati – generando esiti che poi tracimano dal contesto – mi pare che la questione stia nel modo di affrontare le questioni nella Chiesa: da parte dei Vescovi e di tutti gli altri. Abbondano le sue precomprensioni, il timore di non essere abbastanza ligi, il voler risolvere le questioni nel modo più categorico possibile. Nel rispetto dovuto al Mistero – più grande sia delle ‘stupidaggini’ liturgiche che delle impeccabili celebrazioni (puramente formali?) – manca l’arte di ascoltare e correggere, di cercare e trovare insieme, così da custodire ciò che Gesù ci ha affidato. Non un concetto, ma un’esperienza viva (di cui tra l’altro la liturgia è testimone, visto il suo mutare e trasformarsi nel tempo).

  4. gilberto borghi ha detto:

    Ottimo articolo. L’affanno dei commentatori che pur di colpire non comprendono il post dimostra solo la loro paura sempre più alta che il vangelo possa esprimersi anche in forme non canoniche. La domanda sarebbe: stiamo cercando di seguire il vangelo per provare ad essere capaci di evangelizzare ancora (pur con tutti gli errori che si possono commettere) o siamo aggrappati a forme canoniche per il timore di annegare?

    • Claudio Menghini ha detto:

      In verità sembra che alcuni commentatori colpiscano proprio perché hanno ben compreso il post. Disprezzo per la solennità, irrisione del sacro, elogio della disubbidienza, rancore dopo il giusto rimprovero: tutto questo non è seguire il vangelo, semmai è seguire l’opposto del vangelo.

  5. Pietro Buttiglione ha detto:

    Ieri sera ad un incontro sulla Russia col preparatissimo don Caprio facevo notare come Putin usasse le stesse argomentazioni dell’ISIS x denigrare l’occidente ( cioè noi) con kirillos al seguito. Al centro sono i Pride.
    Ieri postavo l’incontro tra Matteo e Gesù.
    Imo emergono due guidelines;
    1) qualunque cosa diciamo/ facciamo si DEVE VEDERE LUI, CRISTO.
    2) Smettiamola di voler cianciare/ giudicare tutto e tutti: ma chi ce lo ha chiesto?? Non ci accorgiamo che le ns posizioni vengono usate solo x gossip o attaccarci,? Ci covliamo martirizzare da soli? Guardare FB&Beretta

  6. Salvo Coco ha detto:

    Parole che sembrano fatte apposta per i vescovi italiani. Francesco (EG 94-96): “In alcuni si nota una cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, ma senza che li preoccupi il reale inserimento del Vangelo nel Popolo di Dio e nei bisogni concreti della storia. In tal modo la vita della Chiesa si trasforma in un pezzo da museo o in un possesso di pochi…. si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato. È una presunta sicurezza dottrinale o disciplinare che dà luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario, dove invece di evangelizzare si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare…si accontentano di avere qualche potere e preferiscono essere generali di eserciti sconfitti piuttosto che semplici soldati di uno squadrone che continua a combattere … “

  7. Gian Piero Del Bono ha detto:

    certi preti ridicolizzano consapevolmente la Santa Messa, dimostrando cosi’ di aver sbagliato mestiere, dovevano fare gli attori e i clown . Il ridicolo spettacolo avvenuto nella Messa sul materassino e ancor peggio nella Messa col prete in tutina da ciclista che ha fatto la battuta quando le ostie sono volate via “ Anche Gesu’ vola via” .
    Ma ridicolizzare il rito religioso cattolico e’ autolesionista: nessuno crede a un prete che svilisce il proprio ruolo . Pensate alla monarchia britannica se ai funerali della Regina l’ arcivescovo di Canterbury si fosse presentato in bermuda e ciabatte e i reali inglesi fossero intervenuti vestiti con sciattezza invece che in alta uniforme , pensate che gli inglesi avrebbero tributato alla monarchia lo stesso rispetto ? Se si vuole rispetto per il Rito cattolico, e soprattutto rispetto per i fedeli che sinceramente ci credono, non bisogna buffoneggiare

    • Sergio Di Benedetto ha detto:

      Ci sono 2 livelli di ermneutica falsa. Il primo: il focus dell’articolo non era la liturgia, ma il rapporto incoraggiante e paterno vescovo-sacerdote.
      Il secondo: lei paragona una messa celebrata in spiaggia con degli adolescenti o con ciclisti con il funerale della sovrana d’Inghilterra, con simbologie e narrazioni più politiche che religiose. Cosa vuole che le dica?

    • Salvo Coco ha detto:

      Gian Piero Del Bono, ha perso un buona occasione per tacere. Il suo clericalismo è palese.

  8. Claudio Menghini ha detto:

    I vescovi hanno fatto benissimo a rimproverare pubblicamente i sacerdoti che hanno dato scandalo e trattato la liturgia come fosse cosa di loro proprietà. Perché mai avrebbero dovuto limitarsi a conversazioni private e personali? A pubblico scandalo, pubblica correzione. Anche così la Chiesa è Madre e Maestra. E speriamo che la punizione pubblica sia di freno al prossimo sacerdote disgraziato (nel senso etimologico del termine) cui venisse voglia di fare strazio delle cose sacre.

    • Sergio Di Benedetto ha detto:

      Peccato non si possano più flagellare i peccatori in pubblica piazza, vero? (Che poi, il focus del discorso non era la liturgia, ma va beh…)

      • Claudio Menghini ha detto:

        No, non si chiede la flagellazione. Si chiede però che i pastori difendano il gregge dai lupi. E chi mette in pericolo la salus animarum è appunto un lupo.

    • Salvo Coco ha detto:

      Sig, Menghini, lei usa il termine chiesa e da quello che dice mi pare che lei intenda la chiesa gerarchica, quella composta dal magistero, dall’ordine sacro, il vaticano, vescovi, preti e papa in alto a governare. Questa chiesa che lei ha in mente è una chiesa che non corrisponde alla comunità dei discepoli di Cristo. Ma è una forma di chiesa che è stata costruita dal clericalismo nel corso dei secoli. E’ un sistema di potere basato sul sacro che affligge le nostre comunità da oltre 1600 anni. Lei è libero di credere nella forma di chiesa che le piace, ma sappia che da circa 60 anni la chiesa (grazie alla Pentecoste conciliare) si è messa in movimento sulla strada delle riforme e lo ha fatto proprio per abbandonare qual modello di chiesa che lei predilige. Quindi, se lei non gradisce una chiesa che vuole riformarsi, può andare ad ingrossare le fila dei tradizionalisti.

      • Claudio Menghini ha detto:

        No, la Chiesa non è solo la sua parte gerarchica. Non è neanche solo la sua parte vivente in terra; la maggior parte della Chiesa sta in Paradiso o in Purgatorio. Ma la parte gerarchica è essenziale, e questo non è clericalismo bensì volontà di Cristo che ha istituito il sacramento dell’ordine, scelto discepoli apostoli e Pietro, dato loro il compito di insegnare. Purtroppo sig. Coco quello che lei esprime non è cattolicesimo, è protestantesimo. Credere che la Chiesa post-Costantino abbia tradito il cristianesimo originario, sia stata una cloaca per 1600 anni e ora debba essere rifatta ex novo con la “nuova Pentecoste” è una forma mentis protestante che vuole sfasciare la Chiesa: non semplicemente “riformarla” nei suoi aspetti mutabili, ma proprio distruggerla in radice. La scelta qui non è tra l’essere tradizionalisti o non tradizionalisti, bensì tra l’essere cattolici o non cattolici. Io ho fatto la mia scelta; sembra che l’abbia fatta anche lei.

  9. Sergio Ventura ha detto:

    Sottoscrivo tutto ciò che è stato scritto (tra l’altro con toni pacati seppur decisi). Grazie Sergio 🙂

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