L’Iraq che il Papa visiterà

A marzo papa Francesco visiterà l'Iraq, un paese martoriato da anni di guerra e violenze, in cui i cristiani hanno subito una dura persecuzione
9 Febbraio 2021

Anche quest’anno è arrivato, come ogni anno, il report sulla situazione dei cristiani nel mondo e del livello di persecuzione in tutto il globo: si parla, secondo il rapporto citato a inizio gennaio dall’Ansa e che si può facilmente trovare in internet o consultando i siti delle associazioni che si occupano di questo argomento (tra i quali va citato Aiuto alla chiesa che soffre), di 340 milioni di cristiani discriminati e perseguitati in tutto il mondo, uno su 8, nelle forme più varie. Servirebbe uno studio approfondito per esaminare luogo per luogo le persecuzioni nei vari paesi, ma approfittando del fatto che tra poco più di un mese, Covid permettendo, Papa Francesco viaggerà per raggiungere l’Iraq e fare visita alle comunità cristiane del Paese, è interessante focalizzarci proprio sul Paese iracheno, seppur brevemente. Come non pensare, visti i numeri appena citati, alle parole del Santo Padre che da subito ripete incessantemente: «Oggi ci sono tanti martiri, nella Chiesa, tanti cristiani perseguitati. Pensiamo al Medio Oriente, cristiani che devono fuggire dalle persecuzioni, cristiani uccisi dai persecutori»?

L’Iraq, in particolar modo la comunità cristiana, è stato colpito violentemente dalla venuta dello Stato Islamico, che ha prima conquistato la città di Mosul e successivamente ha occupato la piana di Ninive e anche la città di Qaraqosh, dov’era presente il maggior numero di cristiani di tutto il Paese; non solo, alcuni episodi di discriminazione e persecuzione hanno avuto luogo prima e durante il conflitto del 2003, tanto che prima della guerra i cristiani iracheni erano circa 1-1,2 milioni, ridotti a poche centinaia di migliaia (circa 250-350 mila) nel 2014. Negli anni questa minoranza del Paese islamico (a maggioranza sciita secondo uno degli ultimi rapporti di Acs) ha subìto numerose discriminazioni, in particolare dall’avvento dell’Isis: «I cristiani hanno avuto la sorte peggiore, in questa situazione: chi ha subito minacce, torture, rapimento, chi è stato ucciso, chi ha visto i suoi familiari lasciare definitivamente il Paese. Da un milione nel 2003, i cristiani si sono ridotti a 350 mila, prima dell’arrivo dell’Isis. L’attacco alle sei chiese a Baghdad nel 2 agosto 2004, il massacro nella cattedrale siro-cattolica di Baghdad il 30 ottobre 2010, dove abbiamo perso due sacerdoti novelli e tanta altra gente che era in preghiera; poi l’attacco ai convogli degli studenti universitari di Qaraqosh, oltre 17 autobus nel 2 maggio 2010; e i rapimenti di vescovi, sacerdoti e laici. Non dimentichiamo, tra gli uccisi, monsignor Rahho e padre Ragheed Ganni. E poi viene il colpo più duro di tutti, l’occupazione da parte delle milizie dell’autodefinito Stato islamico, per disperdere il resto del popolo cristiano ed arrivare, oggi, sotto i 250 mila» (don George Jahola, parroco di Qaraqosh). Cristiani costretti nel giro di una notte a scappare dalle case portando con sé solo quello che avevano addosso, trovando rifugio dopo numerosi chilometri percorsi a piedi o costretti a convertirsi piuttosto che a pagare una tassa (la famosa dhimma, la tassa di protezione per la permanenza di un infedele all’interno di un paese dove vige la legge islamica) per non essere condannati a morte. Tra i tanti episodi famoso è stato quello del segno della N araba ad indicare “Nazareno” sulle porte delle case per individuare i cristiani residenti nelle città conquistate; ma non sono da dimenticare anche la distruzione degli edifici religiosi e dei simboli cristiani.

Da quanto lo stato islamico è stato sconfitto c’è in atto la ricostruzione della comunità, rientrata nei territori dai quali era stata cacciata, che passa per vie estremamente strette e difficili: dalla convivenza con la maggioranza musulmana all’identità di un popolo da ricostruire, perché se per molti tornare nelle città di Mosul, Qaraqosh e nella piana di Ninive è un vero e proprio ritorno a casa, per i bambini è l’entrare in un posto sconosciuto; loro infatti hanno vissuto nel campo profughi, per loro “casa” è identificato più con quei luoghi d’emergenza che con un posto di cui non hanno memoria. «Quando la gente ha cominciato a rientrare nella Piana di Ninive, nel 2016, è stata colpita dall’enorme distruzione, dal vedere le proprie case bruciate o rase al suolo e quindi all’inizio le persone erano giù di morale, però con l’aiuto della Chiesa e soprattutto grazie anche all’aiuto delle organizzazioni cristiane abbiamo dato una spinta alle loro speranze. Ancora oggi continuiamo a ricostruire le case, abbiamo superato la metà delle abitazioni ricostruite e abbiamo bisogno ancora di continuare per confermare la presenza dei cristiani e assistere le famiglie che vogliono rientrare». Ma perché tornare in una terra dove la persecuzione c’era prima dell’Isis e la ricostruzione sarà difficoltosa? «Era impossibile immaginare che le nostre città fossero state liberate e noi rimanessimo distanti qualche chilometro. Siamo legati a questa terra da migliaia di anni, dall’inizio dell’era cristiana siamo qui. Sentiamo l’obbligo di testimoniare in questa terra» (don Jahola).

Nonostante questa breve analisi non possa indicare tutti i vari problemi e risvolti del Paese che aspetta la visita di Papa Francesco, la situazione dell’Iraq pone delle domande anche a noi occidentali, apparentemente lontani da quello che sembra un altro mondo, conosciuto solo dalle immagini dei telegiornali: se Cristo fosse solo un’idea e non fosse davvero vivente e presente, come sarebbe possibile sopportare tutto quello che hanno subìto i cristiani iracheni?

Allora, cosa possiamo fare noi occidentali per loro? Questa domanda trova subito una risposta, ed è commovente per la sua semplicità: «Che viviate la fede».

4 risposte a “L’Iraq che il Papa visiterà”

  1. Francesca Vittoriavicentini ha detto:

    E’il minimo di fronte a tanta distruzione e sofferenze patite , e anche il massimo con la visita delSanto Padre, a far sentire la vicinanza da fratelli, a sollecitare che sopra quell’habitat si torni a costruire perché c’è l’amore per la propria storia, che parte dal passato e spera guardando al futuro. E’ un importante segno, la visita pastorale del Santo Padre, si spera che il mondo veda, quanto la guerra produce, quanto la terra bagnata da sangue e lacrime sia dura da dissodare, e richieda la solidarietà di aiuto fraterno.Cristo stesso ha pianto compartecipe del dolore per la morte dell’amico Lazzaro, e pure su Gerusalemme :”se avessi compreso anche tu , in questo giorno la via della pace”.Piangera anche oggi insieme ai superstiti, ai migranti in attesa di essere accolti almeno per solidarietà umana e civile! Offriamo quello che possiamo in segno di solidarietà che sia portato loro per ritrovare coraggio e speranza

  2. Gian Piero Del Bono ha detto:

    Non siamo noi che dobbiamo fare qualcosa per loro, ma loro , i Cristiani perseguitati dell’ Iraq e del Medio Oriente che possono fare qualcosa per noi , cristiani europei secolarizzati, talmente tiepidi e molli da essere vomitati .
    Non siamo noi che dobbiamo insegnare qualcosa a loro ma piuttosto loro che ci possono insegnare qualcosa. Forse puo’ darsi che la delegazione papale e il Papa stesso imparino qualcosa da questo viaggio . Speriamo.

  3. Paola Buscicchio ha detto:

    Alcuni anni fa ci fu chiesto ad un corso di Sacra Scrittura di riflettere sul perchè i capi del popolo ebraico furono deportati a Babilonia mentre alla gente comune fu permesso di restare nella propria terra.
    I capi del popolo, i notabili e gli scribi partirono e subirono una lunga prigionia al fine di spezzare l’identità di un popolo mentre ai lavoratori della terra fu concesso di restare in virtù del fatto che avrebbero reso un servizio considerato utile. Fu proprio durante la schiavitù a Babilonia che furono scritte le più belle pagine profetiche che sarebbero servite da incoraggiamento poi per tutto il popolo. A volte non comprendiamo il perchè delle cose che ci accadono se non guardando indietro..

  4. Dario Busolini ha detto:

    Questo bel testo sulla situazione in Iraq mi ha fatto ripensare ad un viaggio in Siria cui partecipai non molto tempo prima che scoppiasse la guerra civile. All’epoca non colsi alcun segnale di quanto stava per accadere (anzi, il governo di B. Assad mi sembrava decisamente solido) mentre mi colpì molto la presenza ben visibile delle minoranze cristiane e il loro importante ruolo a favore della convivenza civile e dello sviluppo economico. Dopo tanto orrore, credo che dobbiamo seriamente trovare una risposta alla domanda su cosa possiamo fare per loro e per la stabilità della Terra Santa (tale è il Medio Oriente per i cristiani). I pellegrinaggi (quando torneranno possibili) e le offerte non bastano più: occorre un piano “Next generation Christians” di lungo periodo per salvare ciò che resta delle nostre radici, senza le quali non si può vivere la fede.

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