La priorità dell'”altro”

Le prospettive per il secondo anno del cammino sinodale della Chiesa italiana meritano di essere approfondite per alcune novità in esse contenute...
20 Luglio 2022

Dopo quella portata dalla lettera alla diocesi di Torino (scritta dal neovescovo Roberto Repole), un’altra ventata d’aria fresca è arrivata, in questa torrida estate, dalle «prospettive per il secondo anno del Cammino sinodale», proposte dalla CEI ed intitolate I cantieri di Betania.

Mentre la prima è stata già puntalmente commentata e apprezzata qui, in modo assolutamente condivisibile, da Gilberto Borghi, vorrei soffermarmi sulle seconde, non prima di aver notato che tali prospettive costituiscono anche la prima corposa indicazione sinodale offerta alla Chiesa italiana dalla rinnovata presidenza CEI, costituita ora dal cardinale Zuppi e dai mons.ri Baturi, Castellucci e Savino (mentre la Carta d’intenti per il “cammino sindale” e l’introduzione ad essa erano stati tra gli ultimi contributi della CEI guidata dal cardinale Bassetti e dai mons.ri Brambilla, Meini, Raspanti e Russo).

Il quadro in cui vengono inserite le prospettive sinodali è onesto: si riconoscono e si verbalizzano le «difficoltà» sperimentate all’inizio e durante il cammino sinodale (incertezze, perplessità, rallentamenti, etc.) insieme a quelle che si prospettano (fatiche, diffidenze, etc). Ma, soprattutto, si collegano queste difficoltà nel camminare con gli altri alla fondamentale difficoltà di non «pensare gli altri in funzione nostra», di prendere «le mosse dall’altro», di saper «guardare alla grandezza sacra del prossimo» e «scoprire Dio in ogni essere umano (EG, 92)» o «il “frutto dello spirito” in tutte le persone di buona volontà (Gal 5,22)».

Mi sembra positivo, infatti, che si sia scelto di non utilizzare la categoria del “noi” (ecclesiale), troppo ambigua in termini di identità (spesso declinata come chiusa ed esclusiva, al massimo inclusiva, ma più nel senso della cooptazione che dell’accoglienza/ospitalità), a favore invece della categoria “altri”, maggiormente capace di provocare ogni nostra identità mediante l’alterità. Non a caso il testo della CEI parla del «sogno di una Chiesa come “casa di Betania”», con «finestre ampie attraverso cui guardare e grandi porte (…) da cui far entrare il mondo con i suoi interrogativi e le sue speranze», «le persone rimaste ai margini», «gli ambiti che spesso restano in silenzio o inascoltati» e le varie «differenze o minoranze». Solo in seguito servendo (non «ansiosamente e affannosamente») – come Marta – ma innanzittutto ascoltando – come Maria: «per capire – afferma il presidente Zuppi – perché tanti non si sentono ascoltati da noi; per non parlare sopra; per farci toccare il cuore; per comprendere le urgenze; per sentire le sofferenze; per farci ferire dalle attese».

Perciò la CEI esorta le comunità ecclesiali ad «aprirsi» con «relazioni» di «ascolto profondo, vero e paziente» verso tutti quegli altri che sono ricompresi nella categoria di «“mondi”». Sì, perché quello che balza agli occhi nel testo è la scelta dei vescovi di (tornare a) utilizzare la categoria conciliare di mondo. Gli altri verso cui il “noi”, l’identità ecclesiale è esortata ad aprirsi sono i mondi della vita quotidiana – a partire dal «mondo della povertà», passando per quello della famiglia (sia essa – lo si noti! – «con figli, senza figli, monogenitoriale o unipersonale»), sino agli «ambienti della cultura (scuola, università e ricerca), delle religioni e delle fedi, delle arti e dello sport, dell’economia e finanza, del lavoro, dell’imprenditoria e delle professioni, dell’impegno politico e sociale, delle istituzioni civili e militari, del volontariato e del Terzo settore».

Da evidenziare, in tutto ciò, il riconoscimento (finalmente!) del ruolo che può avere il mondo della scuola e dell’università: «sarà importante rafforzare e rendere stabile nel tempo l’ascolto dei giovani che il mondo della scuola e dell’università ha reso possibile, così da entrare in relazione con persone che altrimenti la Chiesa non incontrerebbe». Anche perché, proprio l’assidua frequentazione e conversazione con questo mondo giovanile può far comprendere che l’annosa «questione dei linguaggi» – di cui, come Chiesa, dovremmo «diventare più esperti» – non può limitarsi ad un pur necessario «sforzo per rimodulare i linguaggi ecclesiali, per apprenderne di nuovi, per frequentare canali meno usuali e anche per adattare creativamente il metodo della “conversazione spirituale” (…) per andare incontro a chi non frequenta le comunità cristiane». Non si tratta solo del come dire e praticare oggi la buona notizia della “verità dell’amore” (CV, 5) – del suo rivestimento linguisitico – ma di cosa è oggi questa buona notizia della “verità dell’amore” (CV, 5), di qual è il suo contenuto.

A tal riguardo, la Chiesa italiana sembra voler compiere un passo decisivo. Il rinnovato riferimento al mondo non appare solo volto a ricordare alla Chiesa che non essere del mondo non vuol dire non essere nel mondo, ma forse anche a segnalare la presenza di una rinnovata «opportunità»: dal «confronto» con il mondo, nonostante le sue «avversità», si può «imparare». Questa esortazione a (tornare a) incarnare una Chiesa anche discens, discepola (perchè fa «esperienza discepolare di “strada”») ritorna più volte nel testo della CEI: nella citazione iniziale di San Giovanni XXIII, nell’introduzione del presidente Zuppi, nelle domande relative al cantiere della strada e del villaggio, nella straordinaria citazione di Gaudium et spes (§44-45) – di cui bisognerebbe sempre rileggere il paragrafo 44, intitolato “l’aiuto che la Chiesa riceve dal mondo contemporaneo”, per la sua significatività in merito al rapporto tra «adattamento» lingustico della buona notizia e approfondimento della sua «verità» grazie (anche) ai «non credenti» e all’«opposizione di quanti la avversano o la perseguitano».

Si comprende quindi – e se ne monitorerà il mantenimento – l’impegno in tal senso assunto e formalizzato nel cantiere delle diaconie e della formazione spirituale: «imparare dall’ascolto degli altri è ciò che una Chiesa sinodale e discepolare è disposta a fare». Anche perché questo discepolato non sarebbe altro che imitazione dello stile con cui Gesù stesso, insieme a «i discepoli e le discepole» (Lc 8,1-3), percorreva le «strade del mondo», incontrando, avvicinando, ascoltando e dialogando con «persone di ogni condizione».

A questo punto, nell’ottica della CEI, è logica conseguenza quella di lavorare affinché le stesse «strutture» ecclesiali vengano riformate e snellite, non solo in rapporto alla loro sostenibilità (anche ambientale), ma anche e soprattutto in funzione di questa Chiesa maggiormente discens e discepolare, più attenta al «decentramento pastorale» e al «rilancio degli organismi di partecipazione (specialmente i Consigli pastorali e degli affari economici), perché siano luoghi di autentico discernimento comunitario, di reale corresponsabilità, e non solo di dibattito e organizzazione». Ad esempio, sostenendo la «rete di corresponsabili» emersa dal cammino sinodale quale «frutto inatteso» e «risorsa preziosa», oppure non disperdendo le «sinergie» e la «sintonia» che si è cominciata a creare nel popolo di Dio grazie all’apprezzatissimo «stile» e «metodo» della «conversazione spirituale». Ma, soprattutto, valorizzando questi incipienti cantieri sinodali come esperienza «laboratoriale», non ancora finalizzata ad offrire «letture sistematiche e risposte pastorali», ma di certo almeno una «riflessione» e un «pensiero» adeguati alle «competenze» messe in gioco.

Sì, perché – come ha detto il presidente Zuppi nel saluto introduttivo alla sessione straordinaria del Consiglio Episcopale Permanente del 5 luglio scorso – senza cadere nella «tentazione di accontentarci di laboratori e interpretazioni colte che non si relazionano con la sofferenza e l’urgenza della vita reale», è giunto anche il momento di ricordare alla Chiesa stessa che «non basta solo esortare o deprecare, ma occorre contribuire positivamente con la riflessione, la cultura, la competenza, il coraggio evangelico». Non si può negare che fa un certo effetto tornare ad ascoltare e leggere parole come riflessione, pensiero, cultura, competenze

Prima di Natale avevamo usato l’immagine affettuosa della “tiratina d’orecchie” per rappresentare l’invito a un cambio di passo nel cammino sinodale rivolto ai vescovi italiani da parte dei cardinali Bassetti (qui) e, soprattutto, Grech (qui) – immagine che deve essere particolarmente piaciuta se compare anche sul numero di febbraio (2022) di Jesus nell’introdurre un dibattito sul sinodo tra voci diverse della Chiesa italiana. Ecco, alla luce di quanto letto nel testo I cantieri di Betania, forse bisogna riconoscere che questa tenera “tiratina d’orecchie” ha dato infine i suoi risultati, almeno a livello di intenzioni ideali. Ora, si tratta di metterle in pratica.

 

Una replica a “La priorità dell'”altro””

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Chiesa indirizzata all’ascolto per dare spazio e introdurre la Parola? Come raggiungere il popolo vicino, lontano o disperso, sembra essere la preoccupazione di oggi preminente. Vero e che il popolo fedele nel tempo tale fedeltà sembra si sia involata, attratta dalle vie dell’etere dove si riversano fiumi di parole, dove tanti maestri prendono posto, ma in luogo di promettere vita e salvezza eterna, guardano ad assecondare le umane esigenze paghi di soddisfare l’altrui e il proprio interesse promettendo emozioni, sicurezze effimere perche senza pretesa di futuro, proponendo ideali e posti di riguardo ai forti, ai primi, a chi vince, ai beni che dalle stesse sue doti di intelligenza, alacrità e capacità l’uomo ha costruito per il suo maggior benessere godibile oggi da possedere per sentirsi felicemente appagati. Essere del mondo mondo, per un mondo che si è costruito e prosegue in e con quello digitale.

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