Il triduo pasquale e le celebrazioni domestiche: un’esperienza profetica?

Bisogna riconoscere che non siamo stati i primi cristiani a vivere questo: già nella Chiesa e nella storia dell’Alleanza dei fratelli maggiori ci hanno preceduto e ci hanno indicato il cammino.
2 Giugno 2020

E’ in una situazione di sconcerto che abbiamo cominciato a vivere il Triduo e la veglia in cui celebriamo la Pasqua di Gesù – che noi come generazione abbiamo la preziosa possibilità di celebrare solo da 50 anni a questa parte grazie anche al Concilio Vaticano II°.  Ma questo blocco che vivevamo come singoli e come comunità ecclesiale, questo muro di paura, è stato aperto da un varco.

Questa porta sono stati i segni pasquali delle celebrazioni liturgiche che siamo stati aiutati a vivere nelle nostre case. I salotti, le cucine, le famiglie sono state attraversate da segni che derivano da una tradizione lunga e radicata in una storia che ci supera, nata quattromila anni fa nella cultura ebraica e poi interpretata da Gesù, vero ermeneuta del Seder pasquale, che ce l’ha consegnata rinnovata per aiutarci a entrare nell’esperienza della vita dei risorti.

Ci sono dunque arrivati dei sussidi per introdurci alle celebrazioni del cuore dell’anno liturgico cristiano, che avremmo seguito insieme in streaming guidati dal nostro parroco, e poi prolungato nelle nostre case attraverso importanti segni. I sussidi, frutto di un grande lavoro da parte dei nostri sacerdoti, sono stati ricchi di spiegazioni per gli adulti e consigli per i più piccoli, ma soprattutto con un invito rivolto a tutti: l’invito a vivere praticamente i segni liturgici che la Chiesa custodisce al centro del Triduo come il pane azzimo, il rito della lavanda dei piedi, il bacio della croce fino al lucernario della notte pasquale.

In questo, nonostante sia sorta in molti di noi la naturale domanda “ma io non sono un prete per poter celebrare”, abbiamo riscoperto come comunità una tradizione esistente e antica che abilita ogni cristiano a vivere queste celebrazioni domestiche, l’esperienza delle domus ecclesiae, nelle quali è nata la liturgia cristiana. Come in quelle domus della Roma antica, messe a disposizione da persone comuni come Priscilla, Cecilia o Pudente i fedeli dei primi secoli si trovavano insieme, costretti alla clandestinità, così in questa Roma moderna ci siamo ritrovati costretti da una nuova terribile prigionia proprio nelle nostre case a celebrare i segni liturgici. E questi primi fedeli, che spesso per noi sono solo i patroni di luoghi che andiamo a visitare, sono stati fratelli maggiore nella fede, anelli di una catena che si collega a noi e che ci consegna la fede, anche in questa modalità domestica.

Ora, questa esperienza che abbiamo vissuto non ha avuto il sapore di una celebrazione “di serie B”, ma è stata invece una grande novità. Nelle condivisioni fatte dopo i giorni del triduo, molti hanno raccontato che fare il pane azzimo ha regalato un momento di unione alle famiglie, ha interessato i bambini, addirittura ha coinvolto figli adolescenti, ha riattivato in un’azione liturgica partecipata anche chi si trovava solo in casa.

Molti hanno raccontato di essere stati colpiti dall’aver vissuto in prima persona il rito della lavanda dei piedi nella propria famiglia, potendo entrare in prima persona in un gesto così importante, quasi sempre visto fare solo dal sacerdote, ritrovandosi a offrirlo e riceverlo al e dal proprio coniuge, ai propri figli o anche nella forma proposta ai single e alle persone sole in casa, attraverso la meditazione e la preghiera di fronte all’immagine dell’asciugamano e del bacile d’acqua. E così, il bacio della croce, il silenzio del sabato santo, fino ai segni della notte di Pasqua con il rito del lucernario, la memoria del battesimo.

Queste celebrazioni domestiche ci hanno fatto scoprire una regalità profonda, pur sentendoci impreparati e talvolta goffi, ma l’impegno, il gran lavoro e la cura che abbiamo visto nei nostri sacerdoti, per aiutarci a vivere questa strana Pasqua, ci ha fatto mettere da parte il senso iniziale di inadeguatezza e spaesamento, riconoscendo una vitale bellezza in questo essere protagonisti dei segni celebrati, aiutando una connessione (o in alcuni casi una ri-connessione) profonda di noi fedeli con la vita della Chiesa.

Bisogna riconoscere che non siamo stati i primi cristiani a vivere questo: già nella Chiesa e nella storia dell’Alleanza dei fratelli maggiori ci hanno preceduto e, come sempre accade nella Chiesa, ci hanno indicato il cammino. Anche quando il tempio di Salomone fu distrutto i fedeli dell’epoca devono aver pensato “dove andremo a celebrare ora?”, dato che il luogo di culto era distrutto! E così si alzò il profeta Daniele che fotografò la situazione: “Ora non abbiamo più né principe, né profeta né capo né olocausto né sacrificio né oblazione né incenso né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia” (Dn 3,38). E Dio gli trasmette una novità assoluta per la quale la verità e la radice della liturgia cristiana non sta nel tempio, nelle basiliche, ma sta nelle case, passa attraverso una modalità domestica.

In essa, il fedele viene rilanciato. Prosegue infatti il profeta Daniele: “Potessimo esser accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli” (Dn 3, 39); non era più il tempo di montoni e agnelli, ma erano rimasti da offrire solo cuori contriti e spiriti umiliati. Così in questi giorni inediti, divenuti anche per noi ‘inutili montoni e agnelli’, rimastici praticamente solo i cuori contriti e gli spiriti umiliati, abbiamo avuto la possibilità di recuperare una modalità domestica della liturgia, quando invece molti di noi normalmente la Pasqua l’avevano vissuta solo in chiesa, nelle basiliche.

Questa modalità nuova ci permette, come al tempo del profeta Daniele, di svegliarci dall’assuefazione alla celebrazione legata al “tempio”, che porta con sé il rischio di una totale delega al sacerdote nel coinvolgimento profondo nelle cose di Dio. Molti di noi si sono sentiti “risvegliati” e chiamati più fortemente a partecipare da protagonisti rispetto ad altre passate celebrazioni pasquali, delle quali conservavano solo il ricordo di quello che si poteva vedere dalle ultime panche di una chiesa affollata, raggiunti unicamente dalla voce del sacerdote al microfono.

Ma non solo questo: attraverso questi segni e queste celebrazioni domestiche è realmente avvenuta la consegna da parte della Chiesa del tesoro che Cristo dona nelle mani di noi poveri. Possiamo concludere che è stata anche un’esperienza profetica per la Chiesa?

7 risposte a “Il triduo pasquale e le celebrazioni domestiche: un’esperienza profetica?”

  1. Aldo Di Canio ha detto:

    Volutamente non ho voluto seguire i sussidi vari diffusi perché il “tanfo” del surrogato si sentiva lontano un miglio. Ho letto e riletto Vangeli ed Atti degli Apostoli, alcune osservazioni sorgono spontanee:
    – durante la cena in cui Gesù ha preso “un pane” ed il calice per istituire l’Eucaristia, vedo intorno a Gesù la prima assemblea convocata invitata da Gesù a fare lo stesso in memoria di lui; non vedo la creazione di alcun sacerdozio perché bastava Gesù come “sommo sacerdote”;
    – anche la cena di Gesù si svolse in ambito di convito familiare (tra fratelli) così com’è poi avvenuto nelle prime comunità cristiane dei primi secoli;
    – agli Apostoli Gesù conferisce il primato dell’annuncio, difatti gli stessi prendono le distanze dalla distribuzione delle mense (da non intendere tipo mensa aziendale) riservandosi per l’annuncio e la preghiera; per le mense delle vedove e degli orfani sono chiamati i diaconi.

  2. alberto hermanin ha detto:

    Mah, ancora una volta! Concordo molto con questo post. A casa mia abbiamo scelto – mia moglie ed io, perchè i figli sono grandi e non vivono più con noi – di seguire i suggerimenti della CEI (la orribile CEI!) sulle celebrazioni domestiche e familiari del Triduo pasquale. Senza streaming. Una bella esperienza. Ora vorrei chiedere, se qualcuno può illuminarmi: andavano male le Messe in streaming sine populo? Io ho scarsa simpatia per le Messe televisive, per cui posso accedere almeno parzialmente a questo parere. Però, quello che ho visto provenire da San Pietro l’ho trovato confortante e opportuno. Allora come la mettiamo, da San Pietro va bene e dalla Parrocchia va male? Spiegatemi, per favore.

    • Aldo Di Canio ha detto:

      Riporto una testimonianza di un mio conoscente che non frequenta molto le messe ma che attendeva ogni mattina la messa del Papa in TV per la Parola…Forse è stato questo il successo di quell’iniziativa: anche i più distratti avevano nella Parola un punto di riferimento quotidiano. Perché dal vivo non funziona? perché tornano a galla tutte le problematiche mai risolte sulla efficacia delle liturgie. Rileggendo il nuovo testamento viene chiaro il primato della Parola (evangelizzazione) come missione affidata agli Apostoli ed alla comunità. Viviamo in una chiesa purtroppo che ha dato molto valore ai sacramenti a discapito della Parola. C’è bisogno, a mio parere, di scrostare tutti gli orpelli che fanno di noi una religione e non una comunità come quella fondata da Gesù.

  3. Claudia Caloi ha detto:

    Ho letto con attenzione il materiale creato dall’ufficio pastorale di dove vivo. Lunghe sbrodolate letture dove hanno solo tolto la parte riservata ai sacerdoti.
    In tv e sui media hanno fatto film dove loro sono unici registi ed attori. Più a voler mostrare come la religione è soltanto affar loro e che loro possono celebrare la Pasqua. Dalla più bella delle chiese disponibili, con i paramenti più solenni, a mostrare un pranzo luculliano a chi è incarcerato senza cibo: consolati, mangiamo noi per te!
    Per ricordare con partecipazione ed un po’ di spessore palme e triduo pasquale abbiamo dovuto inventare come e quali segni possono continuare ad esistere quando la chiesa è assente.
    Ho perfino scoperto che il pane azzimo è buono 🙂
    Da questo periodo ne esco con la convinzione che possono esistere benissimo cristiani senza clero, mentre tanti di questi attori-registi di filmini youtube hanno mostrato la loro insignificanza per la Fede.

  4. Angela Fugazza ha detto:

    Sinceramente non credo che quello che è stato fatto sia stato un “fai da te”, credo invece che come piccole chiese domestiche abbiamo celebrato, in linea con quanto consegnatoci dai vari uffici liturgici, e abbiamo scoperto il dono che il sacramento del matrimonio conferisce agli sposi. Forse il problema adesso è se vogliamo che questa piccola chiesa domestica sopravviva… appena si è tornati a celebrare in chiesa, non c’è stato più alcun strumento prodotto per aiutarci a far sopravvivere tutta questa ricchezza.

    • gilberto borghi ha detto:

      “appena si è tornati a celebrare in chiesa, non c’è stato più alcun strumento prodotto per aiutarci a far sopravvivere tutta questa ricchezza”.
      Questa è la vera riprova di come sia stato vissuto non dai laici, ma dal clero! Un atto sostitutivo, un surrogato in mancanza della liturgia vera.
      Temo che per accedere all’idea che invece si tratta di un atto integrativo, il clero debba accettare di non essere il padrone del sacro…

  5. Francesca Vittoria Vicentini ha detto:

    Se non c’è un gregge senza pastore, non c’è nemmeno una Chiesa senza Pastore e Cristo non si è rivolto a delle pecore indistintamente ma ha radunato gli apostoli e assegnato a Pietro un incarico. Non vuol essere una critica alle buone intenzioni ma soltanto sulla base che penso non si possa fare a meno della Chiesa dalla quale attendersi quel l’indirizzo di giusta via che sono i Sacramenti i cui Pastori sono designati a guida delle genti in questo mondo e che devono rendere conto al Maestro e Signore del loro operato.La giusta divulgazione e interpretazione della Parola è compito che le è stato conferito ,uno studio che si tramanda attraverso il tempo e insegnato con il linguaggio delle generazioni. Mi sembra che il fai da te,sia rischioso come “i cenacoli” quasi private comunità sconosciuti ai piu

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